Sul voto amministrativo del 5 giugno 2016

Io credo che un’analisi politica dovrebbe perlomeno distanziarsi dall’oggetto e analizzare la realtà effettuale. Poi pensare a come uscire dalla bottiglia. Altri metodi non ne vedo.

Credo che queste elezioni confermino alcune linee di tendenza tipiche non solo dell’Italia, ma valide anche sul piano internazionale

1) in primis il dato  relativo  all’astensionismo che si ferma a c.a il 40%. Meno di quello indicato, ma che comunque riassesta un dato ormai strutturale (20 anni fa sarebbe stato un crollo). Questo non sembra porre ormai problemi ed è un fatto accettato come normale.

2) il M5s appare ormai una forza stabile. Rispetto alla quale ogni giudizio “di valore” deve cedere il passo alla realtà. Possiamo dire di tutto: pagati dalla cia, al servizio dei poteri forti, inadeguati (?), insofferenti alla lotta di classe (come tutti, del resto); questo non elimina la realtà. come diceva il vecchio Nenni, “la politica non si fa coi sentimenti, figuriamoci coi risentimenti”. L’Italia si dimostra quindi laboratorio del populismo (che dovrebbe anche cessare di avere declinazioni solo “negative” ed essere guardato con più attenzione) sia di quello del m5s che del paradossale populismo-liberista del PD (in sofferenza di fronte alle reali prove di consenso).

3) Un progetto di “sinistra” che dir si voglia come quello di SI, ma anche per come è stato SEL etc…etc… non funziona perché riguarda una minoranza spesso colta e preparata (come dovrebbero essere le minoranze), ma che ha pochissima capacità attrattiva di una fascia più larga della popolazione dalla quale appare distante  e spesso avulsa.  Quando non si hanno identità e idee chiare per sé è difficile appassionare ampie fette della popolazione.

4) le liste civiche sono un fenomeno tipicamente toscano in controtendenza rispetto alle dinamiche storiche di questo fenomeno. Si caratterizzano spesso per essere le liste di insofferenti del PD e che non votano M5s. Paradossalmente sono liste civiche che fanno più politica degli stessi partiti a livello locale. Si tratta di un’anomalia interessante. E riesce difficile capire l’insofferenza verso queste realtà. Non esiste politica senza impegno civico e viceversa. O si esce dalla bottiglia o continuiamo ad analizzare la contemporaneità con gli occhiali sbagliati. Per quanto mi riguarda le liste civiche “di sinistra”, il “m5s” e l’astensionismo appaiono prese di posizione di diverso grado di maturità da parte di una popolazione che ritiene il PD ormai un avversario. Potremmo dire “più chiaro di cosi”.

5) anche il richiamo ad identità storiche del secolo scorso rischia di non riuscire ad afferrare la complessità e anche la novità attuale. In primis c’è la questione di una politica che sappia parlare a livello internazionale/nazionale. Queste linee di tendenza ci dicono che il populismo (in senso neutro, ma non scordiamo che il populismo è fenomeno storico che precedette la rivoluzione d’ottobre) è oggi molto più gradito e compreso del progetto neoliberista (che, finita la sbornia degli anni 80/90 arranca dal punto di vista dei consensi ed appunto per questo che cerca di ridurre gli spazi di partecipazione).  Questo è vero, sia che per il populismo della destra identitaria-sociale, che quello, più in difficoltà, di un populismo di “sinistra”. I probabili elettori di queste due forze sono abbastanza (non del tutto) intercambiabili (vedi il caso Austria). Quindi? Secondo il mio modestissimo parere continuare a fare liste di “sinistra” (cioè mettere insieme un pezzo di quello e un pezzo di questo) non funziona se non si ha un progetto che non sia quello meramente elettorale.  E bisognerebbe cercare invece di capire i meccanismi di un populismo di “sinistra” (uso questa parola fra virgolette perché mi fa venire l’orticaria, attualmente) che vada oltre la buona creanza e cominci a rompere alcuni tabù divenuti intoccabili (Europa- euro- stato sociale – immigrazione – guerre etc…) e che vanno invece affrontati sotto ottiche diverse da quelle di un approccio umanitario-umanistico, spesso di cortissimo respiro e anche deludente.

Concludo facendo presente quanto la comunicazione, per così dire, “istituzionale” (di regime?) sia terrorizzata dall’emergere dei populismi di destra (Austria/Trump) rispolverando strumentalmente l’armamentario “antifascista” che come ho avuto modo di dire, diventa, in questo caso,  il drappo rosso delle corride. E’ evidente che la destra populista stia annusando molto bene l’aria, fregandosene delle buone maniere e probabilmente spiazzando anche il capitale di riferimento (che comunque non tarderà a recuperare, ma in un diverso contesto).

Cosa facciamo? stare a guardare sperando che la massa rinsavisca secondo i nostri dettami? Oppure la  stessa “massa”, molte volte è assai più disponibile e rinsavita di quanto si possa pensare? Certamente non saranno né le buone maniere né la sinistra “perbene” che ci salverà.

Come ebbe a dire un “cattivone” che però la rivoluzione la fece davvero:  “per fare una frittata devi rompere le uova”. E spesso le uova non sono necessariamente quelle che pensavamo e la frittata potrebbe anche venire diversa.

Andrea Bellucc