Il clone

Mentre i consensi cominciano a calare Matteo Renzi sembra consolidare la sua presa del potere. Con l’approvazione del Job Act ha pagato la cambiale sottoscritta con i potentati economici che lo sostengono portando loro lo scalpo dei lavoratori. L’obiettivo era dividere ulteriormente la società, frammentarla in modo da creare una miriade di posizioni lavorative tali da impedire l’unità di classe e di interessi: oggi il mondo del lavoro è diviso nei diritti e nello status giuridico tra quelli di prima e dopo il 2 gennaio 2015 con la prospettiva di un graduale travaso di quelli precedentemente occupati nella nuova posizione dei non garantiti. Intanto sono aumentate di fatto le forme di contratto e sono state colpite le partite va. Un bel risultato, non c’è che dire, per i padroni.

Intanto la ripresa economica non c’è, la disoccupazione aumenta, soprattutto quella giovanile, e il premier sembra baloccarsi nelle riforme istituzionali, esibendo la sua ministra, [per me i ministri sono ministri e le ministre ministre] specialista nel porre la fiducia sul testo della nuova Costituzione, sia pure con balbettamenti e tante dichiarazioni futili e inconsistenti. L’iniziativa politica si è spostata sulla legge elettorale e sull’elezione del Presidente della Repubblica, carica alla quale il premier sembra volere un soggetto manovrabile e prono ad assecondarlo nel suo progetto di infeudamento e impossessamento dello Stato. Al momento in cui scriviamo non sappiamo se riuscirà nell’intento, possiamo però vedere con chiarezza il suo progetto. Per farlo dobbiamo procedere ad una parziale autocritica.

Il sogno del clone

Come il suo padre putativo Silvio Berlusconi egli ambisce al potere conferitogli da dio padre. Pur essendo nato dal suo padre biologico (l’equivalente di Gabriele Arcangelo) che ha messo a disposizione il seme, egli ha in Silvio Berlusconi il padre putativo e perciò può vantare origini divine. Similitudine a parte, l’attuale premier non va sottovalutato, perché egli è lo speaker di un progetto politico economico di ristrutturazione della società italiana che ha le sue menti pensanti della multinazionale McKinsey & Company, società della quale si servì a suo tempo Tony Blair per ristrutturare il Gabinet Office. Questa società ha nel suo modus operandi quello di ricorrere spesso a slides in Power Point per affermare delle assolute ovvietà. A pensarci bene sembra di vedere Renzi nelle sue conferenze stampa a giocare con le diapositive!

Questi dati di fatto, certamente veri non devono però giungere – ed è questa la critica che facciamo a noi stessi – fino al punto da sottovalutare l’avversario e tanto meno il fatto che egli sia portatore di un progetto articolato di trasformazione profonda della società, destinato a disarticolarne il tessuto sociale, spacciando tutto questo per modernizzazione1 Dietro questo progetto si nasconde quello di una società post ideologica, governata da una élite, che ha come motore la riproduzione della classe dirigente attraverso le tecniche analizzate da Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Roberto Michels secondo i quali gli Stati sorgono, si organizzano e decadono. La scoperta delle tendenze che regolano l’ordinamento dei poteri politici, delle leggi che presiedono all’organizzazione della società, passa attraverso lo studio analitico dei caratteri costanti e di quelli variabili delle classi dirigenti, e l’individuazione dei fattori da cui dipendono la loro coesione e la loro

dissoluzione. Da qui l’importanza del leader e del suo staff. Il bisogno a livello istituzionale del rafforzamento del potere dell’esecutivo a discapito di quello parlamentare e la fine dell’equilibrio dei poteri. Da qui l’importanza del superamento del bicameralismo perfetto e quindi della soppressione del Senato quale camera elettiva, un ridimensionamento reale del Presidente della Repubblica e della stessa Corte Costituzionale.

Attualmente l’Italia sarebbe caratterizzata dalla presenza di una miriade di gruppi di potere tra loro bilanciati, forti a sufficienza da impedire la presa di decisioni contrarie ai propri interessi, ma non abbastanza da promuovere decisioni e scelte a proprio esclusivo vantaggio. Questi gruppi, a cominciare dalle organizzazioni sindacali, vanno smantellati e privati dei loro strumenti operativi. Da qui la politica di rimessa in discussione della loro rappresentanza dei lavoratori e la fine della concertazione. Il potere economico è istituzionalizzato e certe istituzioni occupano, per la loro burocratizzazione e il grado di accentramento decisionale, posizioni strategiche nella struttura sociale. I massimi livelli della gerarchia di queste istituzioni corrispondono alle posizioni-chiave del potere, dal momento che assumono decisioni di portata almeno nazionale. Ne viene che un’élite, il cui operato è spesso sconosciuto al pubblico, essendo improntato alla segretezza, si contrappone una massa di cittadini atomizzati, eterodiretti grazie alla centralizzazione dei mezzi di informazione nelle mani di pochi. L’uomo della strada dispone di poteri limitati nel mondo quotidiano in cui vive: l’educazione obbligatoria e il monopolio dei mass media consentono alle élites di formare le opinioni, suscitare i problemi, canalizzare le aspirazioni, orientare gli atteggiamenti attraverso una manipolazione costante che costituisce il modo più diffuso di esercizio del potere nella società contemporanea. Così l’ideale della partecipazione è costituita dall’apatia e dalla fuga dal voto senza proporre altra alternativa, nella convinzione del carattere perenne dell’ineguaglianza nella distribuzione delle risorse e delle capacità.

La nascita della squadra

Muovendo da questi presupposti di analisi la riforma istituzionale diviene un elemento strategico in quanto serve a istituzionalizzare la gestione della società, permettendo di attribuire ai suoi critici un ruolo riconosciuto il cui personaggio di riferimento è la figura del leader, accuratamente preoccupato a svolgere questo ruolo attraverso una procedura, accuratamente progettata sotto la guida di Silvio Berlusconi, che, se ricostruita, mostra che nulla vi è di casuale.

Agli inizi della cosiddetta “scesa in campo” venne lanciata un’OPA sulla società futura che era ben più grande della trasformazione di qualche centinaio di quadri intermedi Fininvest in personale politico di professione ai quali veniva fornita la valigetta con il kit del perfetto politico rampante. Oltre all’intuizione di ricercare volti e corpi telegenici, soprattutto femminili, c’era una ricerca più profonda di talenti attraverso la televisione commerciale, di futuri imbonitori, di volti nuovi della politica da allevare in batteria, da seguire, collocandoli nelle diverse forze politiche. Non sono un caso le partecipazioni televisive di Renzi, le comuni esperienze dello stesso Renzi con Alfano nelle organizzazioni giovanili democristiane. Niente di predeterminato e predestinato, sia chiaro, ma è un fatto che dall’allevamento di polli in batteria sono usciti questi risultati.

Fatto il leader bisognava creargli intorno il gruppo di sostegno; ed ecco qui subentrare la McKinsey & Company, prima raccomandata da Roger Abravanel che provvede alla formazione del gruppo dei fedelissimi attraverso una tecnica di selezione sperimentata durante l’esperienza negli organismi di governo locale e poi l’emersione pubblica nel 2012 di Yoram Gutgeld, fatto eleggere in Abruzzo su proposta di Renzi nel listino fornito dalla segreteria di partito in quota al futuro premier, uomo sempre di provenienza McKinsey, ma con incarichi direttivi e operativi..

Prendeva cosi forma la squadra dei consiglieri costituita dallo stesso Gutgeld e da Alessandro Santoro, Marco Fortis, Roberto Perotti, Giampiero Gallo, Riccardo Luna e Paolo Barberis.

Le fasi di attacco

La prima fase dell’attacco strategico di infeudamento della società si è consumata con il Job Act ed è in corso quella a livello istituzionale che passa attraverso la riforma costituzionale e la legge elettorale ma non è che il renzismo sia fermo per quanto riguarda gli altri fronti. E sta proprio qui la nostra sottovalutazione: non

aver capito a causa di un’analisi superficiale che tutto si esaurisse nelle iniziative visibili, coperte dagli annunzi e dai lanci propagandistici.

Non si è preso in esame quello che si sta preparando nel settore della giustizia e del fisco attraverso la depenalizzazione e il tendere non più obbligatoria (almeno tendenzialmente) l’azione penale. In pratica ciò vuol

dire che i pubblici ministeri vedranno drasticamente ridursi l’autonomia nel campo della promozione dell’azione penale a proposito della quale dovranno seguire gli indirizzi dell’esecutivo, omettendo di esercitarla per alcune materie, in ottemperanza alle scelte della politica. L’azione combinata tra attività di accertamento fiscale e elusione programmata attraverso la depenalizzazione dell’illecito fiscale in rapporto proporzionale all’ammontare delle imposte significa stabilire non solo per Berlusconi ma per tutti i grandi gruppi una misura di esenzione dalla sanzione per chi si dimostra più svelto ad approfittarne e soprattutto per i grandi gruppi economici Non dimentichiamo che su queste materie il Governo ha ottenuto la delega che potrà esercitare silenziosamente ed efficacemente senza passare dalla necessaria approvazione del Parlamento che del resto, se la riforma elettorale va avanti, potrà agevolmente essere controllato,

Ne può essere trascurato quanto si sta preparando per quanto riguarda la scuola e l’università ricordando che il primo rapporto istituzionale del ricordato signor Roger Abravanel è stato con la Gelmini ed è relativo al progetto denominato “Piano nazionale per la qualità e il merito” che prevedeva per l’anno scolastico 2010/2011 la valutazione degli studenti delle scuole medie italiane e la qualità dell’insegnamento. Nel 2011 il Governo ha costituito la “Fondazione per il merito”, accogliendo la proposta contenuta nel saggio di Abramavel Meritocrazia: Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto e ribadita in quello intitolato Regole. Oggi costui risulta ancora essere la mente degli interventi in materia scolastica che si preparano

Altro settore nel quale intervenire è quello della sanità, generalizzando il ricorso alla sussidiarietà e aumentando quindi a dismisura la presenza dei privati nel settore, enti religiosi compresi. E questo avviene malgrado il disastro della sanità in regioni quali la Lombardia, proprio a causa della presenza diffusa dei privati, malgrado il dissesto ma forse a causa del dissesto di tutti gli ospedali e le cliniche gestite da religiosi. Dietro l’intento dichiarato di una maggiore concorrenza nel settore per aumentarne l’efficienza e ridurne i costi sta l’intento di allargare gli investimenti e quindi le possibilità di profitto al settore privato.

Infine le pensioni sono al vertice delle preoccupazioni del governo: esse vanno assolutamente ridotte a causa di una programmata politica di restrizione del gettito fiscale da destinare a pensioni e sanità. Lo slogan che guiderà l’operazione potrebbe essere così riassunto “campare peggio, vivere meno, costare meno” A riprova di tutto questo basta leggere il libro di Yoram Gutgeld, Far ridere i poveri senza far piangere i ricchi. Per averne la riprova !

Ma c’è ancora un obiettivo tutto renziano che è quello dell’aggressione al territorio e alla gestione dei beni comuni.

La disarticolazione sociale sul territorio

Un capitolo importante della strategia renziana è costituito dalla ristrutturazione degli strumenti di gestione del territorio che non passa solo attraverso il depotenziamento della Provincia ma opera mediante le aree metropolitane e i comprensori per impossessarsi della gestione dei beni comuni per concederne poi la gestione ai privati (emblematico il caso di Firenze dove l’acquedotto è a gestione privata come l’ATAF – servizio di trasporto urbano). Ma il progetto è più vasto e riguarda il patrimonio pubblico dismesso il quale va sottratto alla gestione dei cittadini e alla destinazione a soddisfare alle esigenze del territorio e recuperato a una gestione economica. Similmente con quanto avvenne con l’emanazione delle Enclosures Act in Inghilterra tra il XVII e il XIX secolo che portò alla recinzione dei terreni comuni, cioè di proprietà del demanio, a favore dei proprietari terrieri della borghesia mercantile. Come gli enclosure acts danneggiarono allora principalmente i contadini, che non potevano più usufruire dei benefici ricavati da quei terreni, a favore dei grandi proprietari, oggi l’affidamento a privati dei beni demaniali porterebbe alla concentrazione della proprietà nelle mani degli speculatori, privando il territorio di luoghi di aggregazione sociale. Questa operazione che dal punto di vista economico viene motivata con l’obiettivo di riqualificare il territorio, motivata dal punto di vista ecologico con il fine di non aumentare le aree edificate e razionalizzare quindi l’uso del suolo, in realtà consente

l’individualizzazione dei rapporti sociali privando il territorio di possibili luoghi di aggregazione.

Si veda a riguardo la politica di gestione del territorio e dei beni demaniali dismessi attuata dal Comune di Firenze – vera città laboratorio a riguardo – e la teorizzazione che ne fa Gutgeld, Far ridere i poveri…cit.

La sinistra, le istituzioni, l’economia

A contrastare questo disegno dovrebbe provvedere la sinistra che non c’è. In realtà Renzi ha messo in conto l’eliminazione dei cascami della sinistra che sarebbero presenti nel PD e sperava in una iniziativa politica di Landini che li avrebbe portati via, il quale è invece risoluto a fare sindacato, fedele al mandato ricevuto dai lavoratori. E’ pur vero che le scelte di destra sono tali e tante da provocare disaffezioni, ma non saranno eventuali scissioni, piuttosto improbabili, ne l’abbandono di qualche figura di rilievo come Cofferati, a compromette l’affezione alla Ditta, come la chiama Bersani, quanto il possibile fallimento dell’azione politica del segretario, sostenuta da una affermazione a livello europeo della sinistra cosiddetta radicale. Si rafforzerà piuttosto l’astensionismo, il che è funzionale alla ristrutturazione del quadro politico indotta della legge elettorale in approvazione che è costruita sui residui partecipanti al voto che sopravvivranno dopo che ne è stato stimolato il disgusto con tutti i mezzi possibili.

Potrà così insediarsi nelle istituzioni quella “classe dirigente” selezionata con i metodi delle élite, espressione di volta in volta di fobie che si aggregano nella società per il perseguimento di specifici interessi. Insomma un governo del malaffare legittimamente insediato e benedetto dai circuiti economici dell’alta finanza e della speculazione. Del resto il destino del paese in questa prospettiva è disegnato con precisione: un’economia che punta alla valorizzazione del patrimonio culturale e culinario, accumulando marchi, gusto e capacità di design, rilancio del turismo; know-how e ingegnosità per dominare nicchie della meccanica e della farmaceutica; concentrazione in alcuni settori di nicchia del manifatturiero; famiglie con patrimonio mobiliare e immobiliare notevole per gestire la ristrutturazione del territorio.

In questa prospettiva l’unica opposizione credibile per l’elettorato diventa quella di Salvini, destinata a rappresentare l’alternativa e a fare da spauracchio perché tutti coloro che si sono turati il naso e hanno continuato a votare PD continuino a farlo. Quello che Renzi non ha calcolato è che non vedendo più la differenza i residui votanti idealmente collocati a sinistra continuino a votare.

Una resistenza sociale è possibile

Una volta accertato che l’alternativa non può avvenire a livello istituzionale e scartata l’ipotesi di una ulteriore affermazione della destra che inviti a recuperare contenuti di classe, ai sedicenti comitati elettorali della sinistra non rimane che l’azione diretta per ribaltare, proprio partendo dai territori, i rapporti di forza e le linee politiche di fondo nel governo del paese.

E’ un fatto che la politica renziana rende ingovernabile il territorio e ne fa il terreno di scontro ma è proprio di politiche nuove di gestione del territorio che tutti abbiamo bisogno se vogliamo salvare la coesione sociale, rilanciare la speranza di una società migliore, rifondare il patto sociale di convivenza di una popolazione che ha irreversibilmente mutato la sua composizione etnica, culturale, religiosa, che ha visto sconvolti i rapporti di classe, che vede messe in discussione le libertà e le ragioni stesse della sua esistenza.

La proposta renziana manca di tutti gli elementi valoriali che sono necessari in quanto alla solidarietà sostituisce l’individualismo e la competizione, alla tolleranza preferisce il confronto e la predominanza di alcuni ceti su altri, al miglioramento delle condizioni di vita di tutti antepone quello di alcuni. Quanto di peggio le classi dominanti hanno potuto proporre finora. Non resta dunque che iniziare a battersi a partire dal territorio per una società dove siano possibili condizioni dignitose di vita per tutti.

La Redazione

1 Dalla lotta di classe alla lotta contro la classe, “Newsletter”, 65, 1 maggio 2014

http://www.ucadi.org/images/stories/ucadi/pdf_nl/cp65.pdf