Ahi serva Italia di dolore ostello… non donna di province, ma bordello

L’incertezza della fase politica internazionale è certo diminuita dopo la rielezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti malgrado che il mondo finanziario si sia schierato come non mai mettendo a disposizione ingenti capitali per sostenere il suo avversario. Per i prossimi quattro anni gli Stati Uniti eviteranno il ricorso a politiche
monetariste. Ma quello in corso non è solo uno scontro sulle politiche economiche ma anche una battaglia “simbolica” tra bianchi e neri, ispanici e immigrati provenienti dalle più diverse parti del mondo. Certo i fattori che hanno determinato gli esiti dello scontro elettorale sono stati molti alti e non è questa la sede per analizzarli tutti: ciò che qui ci interessa è che forte del suo secondo mandato il Presidente può annunciare più tasse per i ricchi, anche se bisognerà vedere in che misura e fino a che punto la Camera, controllata dai Repubblicani, glielo permetterà. Certo è un segnale forte, dettato dalla necessità di rilanciare l’economia distribuendo in modo diverso i sacrifici.
Dovrebbe essere questa notizia l’oggetto delle discussioni politiche in Europa e questa intenzione dovrebbe far riflettere gli innamorati dell’austerità economica e del pareggio di bilancio. Invece soprattutto il Italia il dibattito politico è di tutt’altro tipo e la partecipazione al voto è ben distante da quella americana, segno che mentre in quel paese vi è la convinzione diffusa che votare serva, tanto che la partecipazione al voto è salita al 60% circa contro il 40 % di prima del 2008, in Italia va crescendo la consapevolezza di quanto sia inutile votare. Rispetto alla tenuta complessiva del sistema politico ciò vuol dire che mentre le istituzioni negli Stati Uniti sono forti, qui sono deboli, fino a un passo dal collasso.

Il sistema Italia

Da tempo è in corso nel nostro paese una crisi istituzionale e politica che si trascina dagli inizi degli anni ’90 e che ha prodotto la cosiddetta Seconda Repubblica, un agglomerato mostruoso scaturito dalla crisi internazionale del 1989 e dalla fine della guerra fredda che ha rimesso in gioco il blocco di voti congelati nel PCI: un partito che per quanti più voti raccogliesse era comunque escluso dai governi, ma non dalle istituzioni nelle quali lucrava pezzi anche consistenti di potere, senza tuttavia poter ambire a far parte del governo del paese. I suoi leaders si posero il problema di come superare questo stallo e teorizzarono un mutamento istituzionale basato sul rafforzamento degli esecutivi e in particolare della Presidenza del Consiglio mediante il
cambiamento del sistema elettorale e l’introduzione di un bipolarismo presto sostenuto da una legge elettorale truffaldina che attribuiva premi di maggioranza al partito dominante di turno. Si stravolgeva in tal modo il patto costituzionale basato sulla tutela delle minoranze e sulla ricerca, anche a livello istituzionale, degli accordi necessari a governare il paese.
Questo sistema aveva l’effetto di trasformare gradualmente il paese. Così quella che era una società dinamica nella quale la lotta di classe rinvigoriva la società, stimolando un seppur relativo e limitato ricambio tra le classi, modificando un assetto sociale statico e immobilista, in mano ai ceti parassitari, teso a divorare il risparmio accumulato, a far crescere il debito pubblico, a infiltrare sempre più le istituzioni di faccendieri e affaristi cadeva di schianto. Poteva così crescere quel ceto rampante di nuovi ricchi che drenavano le risorse dello Stato e al tempo stesso minavano le conquiste sociali conseguite nel ciclo di lotte precedenti.
Le tappe di questo processo sono note: il trionfo della concertazione e la politica sindacale dell’EUR, l’abolizione della scala mobile, il progressivo smantellamento e assorbimento delle organizzazioni sindacali faceva il resto Quello descritto è un percorso che viene da lontano, nasce nel seno stesso della prima Repubblica e proietta i suoi effetti sulla seconda.

Il premio di maggioranza: una invenzione fascista

a) Si inizia con la “legge Acerbo”, approvata il 18 novembre 1923, recante il n. 2444, voluta da Benito Mussolini per assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare.
b) Con la Repubblica nel 1946 venne introdotto il sistema proporzionale, proprio per evitare la dittatura della maggioranza e garantire le minoranze.
c) Poi fu la volta di Alcide De Gasperi che per il tramite di Mario Scelba, Ministro degli Interni, impose l’approvazione di una legge maggioritaria promulgata il 31 marzo del 1953, recante n. 148 che assegnava il 65% dei seggi della Camera alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi. Si parlò allora di “legge Truffa” (la Resistenza era vicina e la sensibilità democratica maggiore). La legge non venne applicata perché nessun gruppo di liste conseguì il 50% dei voti.
d) Dopo un referendum svoltosi il 18 aprile 1993 vennero approvate le leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277 che introdussero per Camera e Senato un sistema elettorale misto: maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari. Il rimanente 25% dei seggi venivano assegnati con il recupero proporzionale dei più votati non eletti per il Senato attraverso un meccanismo di calcolo denominato “scorporo”, mentre alla Camera si applicava il proporzionale con liste bloccate e sbarramento del 4%. Questo sistema prese il nome convenzionale di Mattarellum, con riferimento al suo proponente Sergio Mattarella.
e) Fu poi la volta della L. 270 del 21 dic. 2005 voluta da Berlusconi e predisposta da Roberto Calderoli attualmente vigente da lui definita “una porcata”, per cui assunse il nome di porcellum. Venne modificato il precedente meccanismo misto. introducendo un “sistema proporzionale corretto” a coalizione, con premio di maggioranza ed elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi, senza possibilità di indicare preferenze. Votarono contro i partiti antiberlusconiani.
f) Su richiesta di Re Giorgio sono in corso trattative per modificare la legge elettorale. L’obiettivo non è il ripristino del criterio “una testa un voto”, ma quello di impedire che il premio di maggioranza venga attribuito o al PD e ai partiti della coalizione da esso guidati, oppure al M5s. L’elezione di un Parlamento nel quale è impossibile una maggioranza riproporrebbe così il governo Monti.

Abbiamo così attraversato un periodo di compressione della socialità, di  smantellamento della solidarietà di classe, di arretramento costante delle condizioni di vita e di lavoro, prigionieri dei valori del “berlusconismo” che ha segnato per circa venti anni la vita di questo paese, fino a quando il suo leader non è caduto sotto i colpi degli scandali, del discredito internazionale, della consunzione dell’età, Ciò ha coinciso con una crisi di dimensioni mondiali che ha costretto in un angolo l’economia reale, imponendo la presa d’atto della crisi produttiva e di presenza sui mercati che nel frattempo si era prodotta anche per il mutare della divisione internazionale del lavoro, della crescita della produzione in nuove aree del mondo, per la ristrutturazione dei mercati, a causa delle scorrerie della finanza che hanno posto in secondo piano ragioni ed effetti dell’economia reale.
Così ora, che gli edifici costruiti per contrastare il “berlusconismo” crollano per il progressivo venir meno del nemico, restano visibili solo le macerie rappresentate da cumuli informi di detriti che cercano di prendere forma e che si dibattono sotto i nostri occhi, mentre la situazione sembra precipitare. Per cercare di capirci qualcosa proviamo ad analizzare i diversi schieramenti politici avvertendo che useremo il criterio di percorrere l’emiciclo parlamentare da destra a sinistra pur consapevoli che non tutte le forze in campo stanno in Parlamento e che le categorie pur valide utilizzate in passato poco si adattano a dare una valutazione onnicomprensiva dei soggetti in campo.

Tra destra, sinistra e “fuori campo”

I resti di quello che fu il partito del leader immarcescibile giacciono ora dispersi tra le tane della destra estrema, cosiddetta sociale, i salotti siliconati della passionaria dell’ex Premier, le tante fondazioni di amici di questo e di quello, gli ex di AN e chi più ne ha più ne metta. Costoro sono alla ricerca di un nuovo capo, ben sapendo che non è sul programma che possono trovare un accordo, in quanto sono singolarmente portatori di
istanze tra le più diverse, ma su qualcuno che li rappresenti tutti insieme e che faccia da collante per solleticare la fantasia e le aspirazioni di quella tanta parte della società italiana, dichiaratamente conservatrice e reazionaria, paurosa verso ogni cambiamento, oggi in crisi perché si sente tradita nelle sue aspirazioni di stabilità e di quieto vivere e che quindi si rifugia nell’astensionismo.
Vi è poi la Lega, travolta dagli scandali, ma dotata oggi di una strategia istituzionale meno rozza del passato e soprattutto più coerente con il contesto europeo. Anche se nell’immediato il Partito non sembra ancora completamente uscito dalla crisi della gestione Bossi, il puntare sulla gestione omogenea delle tre grandi regioni del Nord consente di costruire una ipotesi politicamente spendibile in Europa, in una fase in cui
l’Unione è alla ricerca di sovranità e cerca d’indebolire ancor più gli Stati nazionali, aprendo la porta alle richieste delle macro-regioni come la Catalogna, i Paesi Baschi e perché no, l’Italia del Nord, là dove questa configurazione istituzionale fosse in grado di emergere nella confusa situazione italiana.
Al centro del panorama parlamentare una galassia di debolezze politiche, scorie e residui della fase in via di chiusura che rivendicano – come chi si pone al centro del centro – il legame privilegiato con il cancro perenne della politica italiana, rappresentato dalla Chiesa cattolica e dalle sue propaggini. Tuttavia in questo settore il campo è affollato di nuovi-vecchi soggetti come i “cattolici in politica” o i tecnici di professione che ora affollano il Governo attualmente in carica. Tutti costoro, più che vivere di vita propria, contano sul fatto che non vinca nessuno e perciò vogliono il ritorno del proporzionale. Non si tratta di resipiscenza né di amore per la democrazia, ma solo di voglia spasmodica di un Monti bis per prolungare l’esperienza di un Governo tra i più
reazionari e certamente il più clericale del dopoguerra, superiore in clericalismo a quelli dei vari De Gasperi, Moro, Fanfani e Andreotti che a confronto erano mostri di laicità.
Sembra sul punto di dissolversi il carrozzone elettorale della “Repubblica dei disvalori” stretta dall’attacco mediatico, che utilizza una inchiesta giornalistica sul modus operandi dell’ex PM Di Pietro che rivela cose note ma le mette insieme e le narra secondo un “copione” amplificato dalla stampa per distruggere il simbolo della lotta alla prima Repubblica. Se deve morire una stagione occorre infatti che scompaiano anche i
suoi simboli e la fine del Caimano deve portare con sé anche il suo cacciatore Di Pietro. Del resto il nuovo contenitore elettorale che si va costruendo a sinistra dello schieramento sui banchi del Parlamento è così ampio e multiforme che può ben accogliere molti ospiti. Il Suo perno è ancora una volta il PD, partito bifronte di ex
democristiani ed ex comunisti, intorno al quale gravitano soggetti diversi tra i quali il resto di quella che fu una parte della sinistra parlamentare e di quella fuori dal Parlamento non per scelta ma per circostanze avverse come SEL, il cosiddetto Partito del Lavoro di Salvi, il manipolo del romanista Diliberto. Sembrano al momento esclusi da ogni confluenza i residui aderenti a Rifondazione Comunista.

Un albergo a cinque stelle

Sembrano aver trovato una nuova e più comoda collocazione coloro che pur schifati dalla politica dei partiti tradizionali cercano nella nuova forma partito ideata da Grillo & Casaleggio uno strumento di partecipazione politica nelle istituzioni. Non ci soffermeremo nelle nostre considerazioni sulla struttura autoritaria del movimento e nemmeno sui suoi sistemi di gestione della partecipazione interna, quanto sul programma fatto di un misto di proposte nate nella società civile e di visioni ideologiche riconducibili al “piccolo è bello” espressione di una politica interclassista e autarchica che spesso ritroviamo nelle proposte del movimento. La natura post-moderna dell’aggregazione politica del movimento, il rifuggire dal definire una visione della società, la mancanza di progettazione di modelli decisionali e gestionali ne fanno un’incognita rispetto alla quale appare difficile vedere gli sbocchi. Quel che è certa è la funzione destabilizzante rispetto al quadro politico e tuttavia emerge, a ben guardare, un ruolo di recupero alla partecipazione istituzionale che è invece messo in crisi dal crescere dell’astensione.
Uno dei dati più evidenti e incontestabili della crisi istituzionale è infatti l’inadeguatezza del sistema politico a esprimere livelli di rappresentanza che siano espressione reale degli orientamenti dei cittadini. Da qui l’affidarsi a un ceto tecnocratico che segna il tramonto della democrazia rappresentativa di stampo liberale e che ci fa capire che si va verso una nuova fase nelle quale o si impongono governi tecnocratici, come comitati
di affari palesi rappresentanti dei gruppi economici dominanti, oppure prevale un sistema di partecipazione sempre più diffuso che abbandona le istituzioni borghesi per adottare sistemi di partecipazione e di auto rappresentanza di comunità nella direzione di una visione libertaria della società. nella quale il confronto costante e la partecipazione alle scelte sono l’elemento caratterizzante della gestione politica del territorio.
Di questa seconda ipotesi quella di cinquestelle è la degenerazione istituzionale e parlamentarista che distoglie le masse dall’obiettivo reale e cerca di far rientrare in un alveo istituzionale il fenomeno. E’ per questi complessi motivi che succede spesso di ritrovare il movimento cinquestelle in lotte come quelle della TAV, ma attenzione, mai, nelle lotte operaie. Ciò avviene non tanto e non solo perché il suo leader sostiene l’abbandono di alcuni settori produttivi, ma anche e soprattutto perché la lotta di classe produce organizzazione, contropotere e alternative di governo reale. La nascita di strutture di contropotere dal basso urterebbe con il controllo esclusivo della rappresentanza che costituisce l’obiettivo del movimento cinquestelle, il quale rivendica come elemento qualificante il rifiuto di ogni coalizione e di ogni elemento di cogestione del potere e della rappresentanza che avvenga all’esterno del movimento stesso o si distingua da esso.

La nostra proposta

La strada della modifica dei rapporti sociali e produttivi non è né semplice né immediata. Altrettanto dicasi per i modelli istituzionali e di rappresentanza. E’ vero tuttavia che con l’espansione a livello mondiale della base produttiva si vanno realizzando aggregati di forza lavoro e modelli di sfruttamento dei lavoratori che
esigono un mutamento dei rapporti di forza e impongono una società più giusta e di eguali. Pertanto l’esigenza di utilizzare come punto qualificante del governo della cosa pubblica e delle istituzioni quegli aggregati che si creano nelle società e che sono costituite da unità produttive, da comunità sul territorio, da segmenti di popolazione diviene sempre più impellente.
C’è bisogno che le esigenze di salvaguardia dell’ambiente, della salute, di uno sviluppo equilibrato, di un ritorno sano e costruttivo alla natura, la soddisfazione del bisogno di uguaglianza, che si esprime in istruzione per tutti, in cure mediche, assistenza all’infanzia ecc, ma anche il bisogno di soddisfazione delle libertà civili trovino ascolto e soddisfazione. E’ per questo motivo che dobbiamo provare a realizzare iniziative
di contro potere ora e subito, realizzando nella lotta il progetto di nuove istituzioni politiche finalmente libertarie.

Giovanni Cimbalo