OSSERVATORIO POLITICO

Bulgaria: la guerra in Ucraina colpisce ancora

Nelle elezioni parlamentari del 18 aprile i bulgari, dopo essere andati alle urne per ben otto volte negli ultimi 5 anni, si sono liberati dell’accoppiata di due politici Boyko Borisov e Delyan Peevski che condizionavano la formazione degli esecutivi, alimentando la corruzione nel paese e l’instabilità politica. A sconfiggerli è stato Rumen Radev ex Presidente della Repubblica, dimessosi dopo due mandati successivi per fondare il partito, “Bulgaria progressista”, ottenendo 131 seggi su un totale di 240. Come nelle sue intenzioni Radev potrà dar vita ad un governo senza dover ricorrere ad alleanze con altri partiti ed esserne condizionato. La sua vittoria è stata possibile grazie all’aumento della partecipazione al voto pari al 51,10% che segna un rimescolamento dell’orientamento dell’elettorato raccogliendo il frutto delle grandi manifestazioni popolari dell’inverno scorso che hanno visto la partecipazione più ampia degli ultimi decenni, coinvolgendo non solo la capitale ma anche i centri minori e portando centinaia di migliaia di persone e tantissimi giovani a dire basta alla a corruzione e nepotismo.
Radev ha approfittato del suo ruolo di Presidente per nominare numerosi governi tecnici, selezionando così un buon numero di quadri politici che ha poi inserito nel suo partito. Questa componente è stata integrata da elementi che hanno maturato la loro esperienza nell’amministrazione presidenziale, mentre una terza componente del partito di Radev proviene dalle membra sparse del partito socialista, riunificato in un’unica formazione politica, ambiente dal quale d’altra parte in nuovo capo del Governo proviene.
Oggi le sue posizioni sono in parte mutate: Radev può essere definito un nazionalista moderato estremamente pragmatico preoccupato della necessità di tutelare gli interessi del popolo bulgaro e perseguire il suo benessere. Questo spiega la sua ferma determinazione a perseguire la ripresa dei rapporti economici e commerciali con la Russia, soprattutto in mate ria di fornitura di petrolio e gas e di sostegno all’ammodernamento della produzione di energia nucleare per rendere il paese autonomo rispetto all’approvvigionamento energetico. Il nuovo Presidente del Consiglio ha ben presente la collocazione geografica della Bulgaria e ha chiaro che il modo più rapido e sicuro per assicurare al paese le forniture energetiche è quello dell’attraversamento mediante oleodotto e gasdotto già esistente del Mar Nero senza bisogno di ricorrere a trasporti marittimi o ad attraversamenti di frontiere altrui. Pertanto Radev è ben deciso e determinato nella sua opposizione alla guerra d’Ucraina sulla quale ha fatto perno la sua battaglia elettorale in relazione alla quale sostiene la necessità di aprire trattative con la Russia, ben convinto dell’interesse della Bulgaria ad opporsi all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, considerando che ciò significherebbe una perdita netta della quota di finanziamenti europei per il suo paese che vedrebbe stornati verso il rapace vicino. Ciò vuol dire che Radev si opporrà a ulteriori finanziamenti alla guerra, come ha già annunziato in campagna elettorale nonché ad altri prestiti a Kiev affermando che sarebbe incoerente combattere la corruzione nel proprio paese per alimentarla altrove.
Alla luce di queste posizioni la vittoria di Radev dovrebbe ridimensionare notevolmente gli entusiasmi di Bruxelles e l’esultanza di Ursula von der Stupid e Kaja Kretina Kallas per la mancata rielezione di Orban in quanto il nuovo premier bulgaro possiede tutte le caratteristiche per essere un oppositore più credibile delle attuali posizioni guerrafondaia della posizione della Commissione europea poiché è un sostenitore sia dall’Europa che dello Stato di diritto, non possedendo le ambiguità, le contraddizioni e le inaccettabili posizioni contro i diritti civili di Orban.
In questa situazione il panorama europeo si presenta ancora più preoccupante per i vertici di Bruxelles considerando la postura del leader slovacco e quelle del nuovo premier ungherese affatto tiepide verso le richieste rapaci, esose e fraudolente del governo ucraino. Commentando i risultati elettorali Radev ha dichiarato che: “L’Europa deve tornare ad essere pragmatica se vuole tornare ad essere concorrenziale e a fermare la sua deindustrializzazione e se vuole farlo si deve garantire le risorse necessarie”, e ancora che bisogna mettere “l’economia al primo posto davanti all’ideologia”, esprimendo al tempo stesso perplessità sull’“ideologia liberale” e il “green deal” anche se la posizione bulgara è oggi resa difficile dalla recentissima adesione del paese dai contraccolpi economici di questa scelta.

UK elections

Le recenti elezioni amministrative che si sono tenute in Inghilterra, Scozia e Galles confermano la tendenza emersa nella tornata precedente relativa all’area della grande Manchester e suggerita dai sondaggi: i laburisti sono in caduta libera, mentre i conservatori sono allo sbando. I due partiti più votati sono stati Reform (di Farage) ed i verdi. Una proiezione a livello nazionale indica Reform al 26%, i Verdi al 18%, Labour al 17%, i Tories al 17% ed infine i LibDem al 16%.
È sempre più evidente che in tutta l’Europa le formazioni politiche tradizionali non convincono l’elettorato. I laburisti non sono più visti come difensori dei diritti dei lavoratori (d’altra parte, cosa ti aspetti dopo aver ridotto o tolto i sussidi per i più poveri ed aver evitato accuratamente di tassare gli extra-ricchi?). Reform, il cui programma non differisce molto dal riferimento al libero mercato, risulta più attraente semplicemente perché fa leva sul nazionalismo come modo per difendere la popolazione autoctona dagli immigrati che ruberebbero il lavoro.
La presenza di una forte spinta nazionalistica è confermata dai risultati nazione per nazione: non solo in Scozia prevale lo Scottish National Party (l’unico partito nazionalista genericamente di sinistra), ma anche in Galles, dove vince una formazione politica locale; e questo si aggiunge al successo di Farage in Inghilterra (e perfino a Londra): la sua Reform enfatizza prima di tutto la inglesità del movimento (quasi in contrapposizione al Galles e le altre nazioni). Non sarebbe troppo strano trovarsi nel giro di pochi anni di fronte alla fine del Regno Unito.
In ogni caso, prima di fare previsioni azzardate, dobbiamo tenere conto del sistema elettorale britannico che permette a formazioni con relativamente pochi voti di ottenere maggioranze quasi bulgare. L’attuale composizione del Parlamento britannico (e quindi del governo) ne è una prova. Nelle ultime elezioni, i laburisti ottennero solo il 30% dei voti (fra l’altro in una tornata elettorale caratterizzata da una bassa adesione di votanti), ma hanno raggiunto una maggioranza del 63% al Parlamento che permette loro di governare senza dover fare compromessi con altre formazioni politiche.
D’altra parte, i sondaggi indicano che l’attuale approvazione del gabinetto guidato da Starmer viaggia su percentuali bassissime (sotto al 20%) che in altri tempi avrebbe implicato dimissioni immediate. Ancora di più considerando che il tasso di interesse dei bond è risalito arrivando ai valori che costrinsero Lizz Truss ad abbandonare. Se il Regno Unito fosse uno Stato democratico, sarebbe il momento per indire nuove elezioni politiche, ma dubito che i laburisti abbiano il coraggio di farlo: sarebbe suicidio politico.
L’unica opzione praticabile è la sostituzione di Starmer che però sembra non voler lasciare, nonostante l’effetto Epstein: è del tutto evidente che ha nominato il pedofilo Mandelson come ambasciatore britannico a Washington nonostante Mandelson fosse stato valutato come inadatto dal comitato responsabile di controllare il suo curriculum (Starmer si trincera dietro la scusa di non essere stato informato!). Nemmeno i recenti disastrosi risultati elettorali sembrano convincere il premier britannico a recedere. Non è solo una questione di rimanere attaccato alla poltrona: i laburisti non hanno politici credibili. Un candidato potrebbe essere Angela Rainer che è attualmente impastoiata in un problema di tasse non pagate in merito all’acquisto di una seconda casa: una questione relativamente banale che è stata risolta amministrativamente. Il fatto che a distanza di un anno, il problema politico sia tuttora in piedi suggerisce una volontà all’interno del partito di non voler risolvere la questione per lasciare Rainer incandidabile. Un altro candidato che avrebbe il sostegno degli elettori britannici è Andy Burnham, l’attuale sindaco di Manchester (genericamente di sinistra – sostiene la ri-pubblicizzazione dei trasporti pubblici). Nel suo caso, l’ostacolo è il regolamento del partito che richiede che il segretario sia un membro del Parlamento. Peccato che un paio di mesi fa, in occasione di una elezione nella circoscrizione di Manchester, l’entourage di Starmer abbia di fatto impedito la candidatura di Burnham. E così rimane il blairiano Wes Streeting, una copia di Starmer, inviso a molti parlamentari. Nel frattempo, Starmer procede con operazioni al limite del grottesco, come il coinvolgimento di Gordon Brown, responsabile anni fa di una disfatta storica del Labour o la nomina di Harriet Harman come consigliera per le donne e le ragazze: una mossa woke che continua a dimenticare la classe lavoratrice. Notizie dell’ultim’ora suggeriscono che sia in atto un piano per far eleggere Burnham (sfruttando le dimissioni di un qualche parlamentare): a parte il fatto che un’operazione del genere richiede tempo, l’idea è molto rischiosa perché il seggio che sarebbe stato individuato riguarda un circoscrizione dove Reform ha recentemente vinto bene. A questo va aggiunto che Burnham, come tutto il Labour, sta lavorando a far tornare il Regno Unito in Europa, mentre Reform e buona parte della popolazione è tuttora favorevole al Brexit.
In questo bailamme, svariati politici conservatori si stanno spostando verso Reform, mentre ex-sostenitori dei laburisti transitano verso i verdi, suggerendo un’evoluzione gattopardesca: cambiare per non cambiare. Infatti, in politica estera Farage ha abbandonato la posizione filo-russa di un tempo per sposare un atteggiamento guerrafondaio come un inglese qualunque (su questo punto anche il partito dei verdi è pro Ucraina). È presto per capire quali siano/saranno i cavalli di battaglia nelle prossime elezioni politiche (che potrebbero arrivare fra 2 anni e più) ma nessuna formazione sembra proporre politiche innovative in grado di risolvere gli attuali, gravi problemi economici (c’è chi comincia parlare della necessità di un intervento del fondo monetario internazionale) per salvare il Regno unito dalla bancarotta.

La Redazione