L’aggressione israelo-statunitense all’Iran ha sconvolto gli assetti politici del Medio Oriente, producendo una crisi economica strutturale nell’area e creando le premesse per l’espulsione della presenza imperiale statunitense. Oltre a destabilizzare l’economia mondiale, a causa della centralità delle produzioni localizzate nel Golfo Persico, il conflitto in corso comporta un riassetto strategico sul quale incidono fattori complessi e non del tutto noti sui quali è necessario porre attenzione per prefigurare alcune ipotesi sui possibili sbocchi della crisi.
Portando il loro attacco alla Repubblica Islamica dell’Iran gli Stati Uniti si sono mossi rispondendo ad esigenze strategiche di carattere geopolitico generale, legate all’acquisizione del controllo del commercio mondiale, del petrolio e del gas, necessario per continuare ad ancorare a queste merci la loro moneta, considerato che il petrodollaro è oggi il grande malato dell’economia mondiale. Infatti, caduta la convertibilità della loro moneta negli anni settanta del secolo scorso l’ancoraggio al petrolio e al gas ha conferito forza all’economia statunitense, permettendo agli USA di lucrare sugli scambi commerciali e di vivere al di sopra delle proprie possibilità, pur riducendo sempre più la loro base produttiva e aumentando le importazioni.
A causare la crisi è stata la crescente tendenza tra i paesi Brics, e non solo fra questi, a pagare le forniture petrolifere e di gas in valute diverse dal dollaro, spesso le valute nazionali, tanto che il valore degli scambi in dollari si è ridotto, perdendo circa il 12% rispetto all’euro nel 2025 e continuando a mostrare debolezza a inizio 2026 (perdendo oltre il 13% a gennaio 2026 rispetto a gennaio 2025). La conseguenza è stata che la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è scesa al 58% (primo trimestre 2025), toccando i livelli più bassi degli ultimi vent’anni, con le banche centrali che diversificano verso oro e yuan e vendono titoli di Stato statunitensi fino ad allora utilizzati come moneta di riserva. [1]
Nell’intento di raggiungere il loro scopo gli Stati Uniti hanno indotto i loro vassalli in Medio Oriente ad unirsi a loro in una guerra di aggressione verso l’Iran, visto da questi Stati come un competitor regionale del quale disfarsi. Il progetto strategico unificante dal punto di vista economico era costituito dei cosiddetti “Patti di Abramo” che facevano da supporto alla realizzazione della cosiddetta “via del Cotone,” concepita in alternativa a quella della Seta e che avrebbe dovuto unire l’India, il Pakistan, passare per il Golfo Persico, per l’Arabia Saudita e, coinvolgendo Israele, avere come terminale il porto di Haifa, quale hub sul Mediterraneo e per accedere al mercato europeo.
| Paesi del Golfo Persico | ||
| Paese | Autoctoni | Stranieri |
| Arabia Saudita | 21.000.000 | 13.000.000 |
| Emirati Arabi Uniti | 1.100.000 | 8.800.000 |
| Qatar | 300.000 | 2.300.000 |
| Kuwait | 1.300.000 | 2.900.000 |
| Oman | 2.500.000 | 1.800.000 |
| Bahrein | 700.000 | 700.000 |
| Totale | 5.900.000 | 16.500.000 |
Per la realizzazione di questo progetto l’eliminazione dell’Iran come entità statale e la sua frantumazione in tanti piccoli Stati etnici era funzionale non solo per impedire che venisse realizzato il canale di comunicazione Nord-Sud che dalla Russia e dalla Cina dovrebbe consentire di giungere fino alle coste del Golfo Persico, permettendo il transito di merci, petrolio e gas attraverso un percorso certamente più agevole, in quanto tutto su terra, tra la Russia la Cina e le coste meridionali dell’Iran, ma questo progetto avrebbe soddisfatto le mire israeliane di eliminazione del suo unico grande vero competitor alla realizzazione della Grande Israele, considerato che, per consentire allo Stato ebraico di raggiungere i confini biblici gli israeliani hanno bisogno di sopprimere non solo le popolazioni palestinesi, ma di assoggettare quelle arabe in parte annettendosi territori come Gaza e il sud del Libano, ma anche le alture di Golan fino alla periferia di Damasco o allearsi con almeno alcune delle monarchie arabe di esse, per dominarne i territori. Da qui la rete di “investimenti” comuni in Africa e partnership più o meno losca in molti affari. L’Iran per gli israeliani va smembrato e messo in condizione di non nuocere in quanto unico di queste popolazioni.
La fattibilità del piano
Per realizzare i propri piani d’aggressione l’impero statunitense contava di utilizzare l’alleato israeliano come forza di sfondamento e di subentrare a sostegno per dare il colpo di grazia, facendo aggio sul fatto di possedere, sparse per il Medio Oriente, una catena di basi militari, residuo dell’avventura di balcanizzazione e distruzione dell’Iraq e spacciate come strumento per permettere di sostenere agevolmente la sicurezza dei regimi che governano gli Stati del Golfo ai quali gli USA hanno venduto costosi quanto inefficaci sistemi d’arma e di sicurezza. In effetti la catena di basi militari è necessaria al dominio imperiale statunitense per proiettare la propria forza di aggressione, garantire il controllo dei loro investimenti, mettere a disposizione dei governi “amici” una forza di dissuasione verso sommovimenti interni, prima che contro avversari esterni, considerato che la gran parte di questi Stati sono delle mere astrazioni, in quanto frutto di una lottizzazione disegnata sulla carta dagli inglesi prima di lasciare il controllo dell’area mediorientale distribuendo il potere a “case regnanti” derivate dalle tribù di quella sparuta popolazione che abitava quei territori. La scoperta del petrolio e del gas e il successivo impianto di lavorazioni a questo collegate, lo sviluppo del turismo e la creazione di strutture finanziarie, frutto dei copiosi profitti derivanti dall’estrazione, hanno attirato nell’area un numero abnorme di migranti, faccendieri, gaudenti e lavoratori più o meno liberi (tecnici lavoratori professionalizzati, ma anche schiavi da utilizzare come addetti ai lavori più umili e ai servizi, attirati da un welfare di alto livello e da salari ben superiori a quelli dei paesi d’origine.
Se guardiamo al rapporto tra abitanti autoctoni e stranieri notiamo l’enorme sproporzione tra i due segmenti di popolazione. A ben vedere solo l’Arabia Saudita possiede una popolazione consistente, anche se gli stranieri, necessari al funzionamento del paese, sono più della metà dei regnicoli, Si tratta di personale tecnico e di addetti ai servizi, essenziali al funzionamento del paese. Se poi spostiamo lo sguardo agli altri regni possiamo notare l’enorme sproporzione a vantaggio degli stranieri negli Emirati, in Qatar e Kuwait e un sostanziale equilibrio in Oman e Bahrain. Questi dati si prestano ad alcune considerazioni: solo l’Arabia Saudita potrebbe disporre, come in effetti dispone, di un esercito in grado di difenderne il territorio, mentre tutti gli altri hanno bisogno di una difesa affidata a truppe mercenarie. In questi paesi le basi statunitensi hanno avuto quindi un ruolo di supporto del potere politico interno, più che di difesa esterna, sono state necessarie cioè ad assicurare il potere sempre claudicante dei rispettivi sovrani, svolgendo la stessa funzione delle basi
statunitensi e NATO nei paesi europei durante la “guerra fredda”.
Consapevoli di tutto ciò gli iraniani hanno pensato bene all’inizio delle ostilità di distruggere le installazioni statunitensi nelle basi dei paesi prospicienti le loro coste e si sono spinti strategicamente fino a colpire quelle in Giordania, in Siria e in Iraq, nonché, ovviamente, lo stesso Israele, con il risultato di avere libero accesso alle infrastrutture petrolifere, gassifere ed economiche di tali Stati per infliggere loro un durissimo colpo. Non solo, ma lo stato di guerra ha distrutto il ricco turismo nella regione e trasformato un rifugio per faccendieri di mezzo mondo in un luogo insicuro ed invivibile, una piazza finanziaria in un inferno. L’entità dei danni subiti ha indotto gli Emirati Arabi Uniti a uscire dall’OPEC per essere liberi di aumentare appena possibile le loro esportazioni di petrolio e gas e fare cassa per recuperare i capitali necessari a ricostruire le infrastrutture, anche perché recuperare il florido turismo di élite sarà estremamente problematico e con esso gli investimenti immobiliari, stante l’insicurezza e la crescita dell’inquinamento.
Questo senza contare che un proseguimento molto probabile della guerra che sfociasse nel danneggiamento dei dissalatori sarebbe catastrofico e desertificante.
L’ intervento iraniano ha dimostrato che la presenza delle basi statunitensi è un elemento di insicurezza piuttosto che una garanzia di stabilità geopolitica dell’area: la sola soluzione ragionevole, in assenza di una dissoluzione dell’Iran come Stato, sarebbe costituita da una assunzione di responsabilità dei paesi dell’area e un patto di non aggressione tra di loro.
In alternativa rimane loro la Carta israeliana: a guardare le prime reazioni la strada intrapresa sembra, al momento quella di stabilire un patto di ferro con Israele e affidare alle sue armi la difesa contro l’Iran. Lo testimonierebbe il recente viaggio di Netanyahu e dello Stato maggiore israeliano, compreso il responsabile del Mossad, negli Emirati Arabi. Se è così le monarchie del Golfo non hanno imparato la lezione e le vedremo soccombere una o una ad una, non prima di aver assistito ad una fuga di massa di una popolazione posticcia privata delle risorse necessarie a vivere nel benessere, mentre non è escluso che l’unità stessa della federazione tra i diversi emirati venga meno, sotto il peso dell’alleanza con Israele.
Un altro degli effetti non secondario dello scontro che si è consumato è quello di avere dimostrato che i sunniti del Golfo hanno tradito la causa palestinese e l’unità del mondo arabo-islamico. La componente sciita emerge come l’unica parte dell’Islam ad aver raccolto la bandiera dell’antimperialismo, dell’indipendenza nazionale, dell’orgoglio e della dignità islamica perché non vi è dubbio alcuno che quanto è avvenuto ha avvicinato il Pakistan e la Turchia all’Iran e posto in serie difficoltà l’Arabia Saudita: il Pakistan perché alleato della Cina, la Turchia perché, acquisito il controllo della Siria, si pone oggi ai confini di Israele e non ha nessuna intenzione di permettergli di arrivare alle acque del Tigri e dell’Eufrate. Si spiegano così incertezze e titubanze dei sauditi, i quali sono a un passo dal formalizzare la loro adesione ai Brics e vedono con buon occhio la proposta cinese di un patto di convivenza e di non belligeranza tra i popoli dell’area.
Le sono prove inoltre le loro incertezze sulla prosecuzione del conflitto.
Il rafforzamento del regime iraniano
L’aggressione all’Iran della cosiddetta “Alleanza Epstein” ha avuto il solo effetto di rafforzare il regime politico iraniano, facendo prevalere, con gli omicidi selettivi, la componente politica che fa capo ai Pasdaran nella gestione dello Stato. Ha mandato al massacro l’opposizione chiedendole di insorgere non solo scatenando la repressione del potere sulle quinte colonne anti regime sostenuta dal Mossad, ma anche facendo uscire allo scoperto gli oppositori del regime interessante ad un’apertura del sistema politico iraniano. L’aggressione indiscriminata al paese ha fatto rientrare al momento ogni protesta per il mancato rispetto dei diritti umani, per la soffocante politica teocratica, per gli aspetti più retrogradi dell’etica sciita, per la mancanza di tutela delle libertà civili e ha stretto gli iraniani intorno al governo, in difesa dell’indipendenza del paese, accreditando l’attuale governo come il difensore dell’indipendenza del paese aggredito. Ne sono prova le grandi manifestazioni a sostegno del governo in carica.
La liberazione da un governo teocratico non può venire dalle armi di un paese aggressore tanto più se questo agisce con il sostegno del nazi-sionismo internazionale, applicando una strategia espropriativa delle terre delle popolazioni islamiche e praticando il genocidio di popolazioni in quanto non ebree. Dopo l’aggressione Israelo-statunitense i pasdaran possono ben sostenere di essere i difensori delle popolazioni islamiche ed ergersi a punto di riferimento di tutto il proletariato dei paesi del Golfo e dell’intero Medio Oriente per rivendicare la liberazione dal dominio del nuovo colonialismo.
L’aggressione ha fatto del regime iraniano una media potenza, al di là a prescindere dal fatto di possedere l’atomica e gli ha consentito di affrancarsi da qualsiasi futura aggressione.
[1] C’è da dire che nonostante la “dedollarizzazione”, il dollaro è ancora utilizzato in oltre il 55% delle operazioni di fatturazione commerciale a livello globale e il valore nominale nel commercio mondiale di beni e servizi è cresciuto, superando i 35 mila miliardi di dollari nel 2025 (+7% rispetto al 2024), costituisce ancora un grande introito per l’economia USA, ma questa crescita è stata trainata più dai volumi e da effetti di cambio che dai prezzi alti. L’insieme di questa situazione spiega la politica dei dazi e il bisogno per Trump di acquisire il controllo del mercato del petrolio e del gas, costituendo la vera motivazione dell’intervento statunitense sia in Venezuela come in Iran.
G. C.