UCRAINA: eppur si muove (il fronte)

L’aggressione all’Iran da parte della coalizione Epstein ha oscurato le notizie sulla guerra in Ucraina, che è completamente scomparsa dalle cronache del mainstream, ma continua a mietere vittime e perciò è opportuno un aggiornamento della situazione sul campo di battaglia. Addirittura, anche i siti specializzati nel seguire, dal punto di vista militare i conflitti, hanno dedicato la loro attenzione al conflitto in Medio Oriente, sia a causa delle sue conseguenze devastanti per l’assetto geopolitico di un’area vasta e delicata del pianeta, sia per le ripercussioni economiche che la chiusura dello Stretto di Hormuz comporta.
La questione ucraina torna alla ribalta, a momenti, sotto forma dell’esaltazione dei risultati sia di una sbandierata controffensiva ucraina, che avrebbe portato a “consistenti“ riconquiste territoriali, sia per effetto del conflitto che oppone Zelens’kyj a Orban, a causa del sabotaggio ucraino del gasdotto-oleodotto Druzba, sia per il conseguente veto di Orban che blocca l’erogazione all’Ucraina della donazione a fondo perduto dei 90 miliardi di euro sottratti al welfare degli Stati europei per continuare a finanziare la guerra, così alimentando le ruberie e la corruzione endemica imperante nel paese.
La stampa di regime fa di tutto per esprimere il proprio giubilo per le sue citate conquiste territoriali, dovute al contrattacco messo in atto dall’esercito di Syrsky che coinvolge una larga fascia di territorio al confine fra l’oblast di Zaporižžja e quello di Dnipropetrovsk, mediante una penetrazione di circa 18 km in profondità che interessa 100-150 km² di un’area scarsamente popolata, trasformata in territorio conteso, ovvero con la presenza sia di russi che di ucraini.
In altre parole, il generale Sirsky, su richiesta di Zelens’kyj, ha individuato quello che potrebbe essere definito il “ventre molle” di un fronte di 1000 km e qui ha cercato di conseguire un rapido, quanto effimero, successo.
I russi, da parte loro, hanno lasciato che gli ucraini si sfogassero in quest’area, limitandosi a contenerli, per concentrare i loro sforzi e le loro risorse nell’avanzata, inusualmente rapida per questa guerra da Huljajpole, conquistata d’impeto, nella direzione di Orikiv e si stanno pericolosamente avvicinando alla città di Zaporižžja, avanzando costeggiando il Dnieper.
Su un altro segmento del fronte stanno concentrando i loro sforzi nella trasformazione della città di Pokrovs’k in un hub strategico per alimentare l’avanzata in direzione del confine di Dnipropetrovsk, per dirigersi alle spalle delle città di Kramatovsk e Slovyansk. Questa manovra avvolgente si sviluppa mentre la città di Kostiantynivka è circondata da tre lati ed è già da mesi largamente infiltrata dagli incursori russi che si operano nei quartieri meridionali e centrali; questo mentre i droni, le FAB, le bombe plananti prendono di mira le strade di approvvigionamento della guarnigione cittadina che si indebolisce costantemente sotto i colpi delle artiglierie russe piazzate sui salienti più alti del territorio circostante.
Ma spostandosi più a nord si rileva che le truppe russe hanno già in parte travolto la prima linea fortificata di difesa delle città di Kramatovsk e Slovyansk sul fronte sud est, e dopo aver superato il canale Donesk, si sono portati a 8 km dall’obiettivo, mettendo le due città alla portata di artiglieria, droni a fibra ottica, bombe plananti, FAB e quant’altro e facendo perdere a queste la funzione di hub logistico che alimenta il fronte, essendo divenute esse stesse parte del fronte di battaglia in attesa che inizi l’infiltrazione. Le autorità amministrative di Slovyansk hanno ordinato agli abitanti di abbandonare la città urgentemente. Al tempo stesso i russi circondano da tre parti la città di Lyman, ormai chiusa in una morsa e prossima all’assalto finale, già infiltrata in alcuni suoi quartieri dalle avanguardie dell’esercito russo.
L’unico altro punto di resistenza Ucraina che può essere individuato riguarda la città di Kup”jans’k in gran parte ripresa dagli ucraini e dove ora il fronte è statico, mentre i russi stanno rastrellando le sacche di truppe ucraine presenti nel circondario ad est del fiume Oskil.
Tutto questo avviene mentre ai confini con la Russia dell’Oblast di Kharkiv e di Sumy, l’esercito russo sta creando, su richiesta di Putin, una fascia cuscinetto con una profondità di 20-30 km che funga da protezione del confine.
Questa ricognizione della situazione sul fronte che non è affatto immobile, come gli analisti occidentali sostengono, ma in lento movimento per effetto della strategia russa finalizzata a risparmiare più vite possibili delle proprie truppe e a condurre nel contempo una guerra di logoramento dell’esercito ucraino in ossequio al fatto che il miglior nemico è quello morto, ci dice da un lato che gli obiettivi che la Russia dice di perseguire al tavolo delle trattative sono stati quasi raggiunti sul campo: è solo questione di tempo perché vengano definitivamente conseguiti.
Viene perciò naturale chiedersi se gli obiettivi della Russia sono ancora quelli dichiarati nelle trattative o si avvia ad adottare un rapido riallineamento, come emerge da ciò che avviene sul campo di battaglia e da alcuni rumors che trapelano da Mosca, a fronte della riluttanza ucraina a concludere le trattative.
Non vi è dubbio che la guerra in Ucraina è onerosa per la Russia e che una parte del suo establishment che ha alla testa lo stesso Putin, vorrebbe chiudere il conflitto, accontentandosi di conseguire alcuni obiettivi come quelli di ciò che resterà dell’Ucraina, del suo non ingresso nella NATO, della denazificazione del paese, di un esercito ridimensionato a numeri compatibili con una politica di pace e di buon vicinato, di tolleranza verso la Chiesa Ortodossa Canonica, mentre le richieste territoriali possono essere ridimensionate alle delimitazioni prospettate nelle trattative. Ma nell’ambito russo vi è chi opta per soluzioni più radicali e ritiene che l’effettiva sicurezza della Russia può essere conseguita solo a condizione di acquisire una porzione ben maggiore di territorio che è semplificata nella carta che di seguito pubblichiamo, ripresa dalla rivista Limes, ma resa pubblica dallo Stato maggiore militare russo.

Come si vede, la mappa include l’oblast di Kharkiv, di Dnipropetrovsk, l’intero oblast di Kerson, quelli di Kirivohrad, Mykolaiv e Odessa. Ciò fa pensare che in assenza di una disponibilità dell’Ucraina ad una soluzione negoziata alle condizioni volute dai russi, la guerra continuerà fino a quando l’obiettivo della Russia non verrà raggiunto, costi quel che costi. La Russia ha dimostrato di avere tutta l’intenzione di persistere nella ricerca della soluzione sul campo di battaglia, laddove le trattative non soddisfino le sue richieste che considera minime.
Il perseguimento di questa soluzione del conflitto comporterebbe comunque l’emarginazione delle scelte putiniane e il prevalere all’interno dell’establishment russo di quelle componenti integraliste che spingono per una guerra continuata fino al perseguimento degli obiettivi prefissi, con la motivazione che solo questa soluzione radicale di neutralizzazione strutturale dell’Ucraina impedisce conflitti futuri.
Sarebbe opportuno che i fanatici aspiranti alla morte di Punti, tanto numerosi in Europa tra le attuali classi dirigenti, coloro che invocano il suo avvelenamento, la soccombenza alle sue presunte malattie, coloro che si augurano che egli non sopravviva al push interno e quant’altro, farebbero bene a rivedere i loro calcoli, in considerazione del fatto che rischiano di cadere dalla padella nella brace e ritrovarsi al Cremlino qualcuno più intransigente.
Se c’è una lezione che, sia la crisi Ucraina che quella con l’Iran, danno è che l’utilizzazione di “rivoluzioni arancioni” per destabilizzare Stati che hanno la dimensione di un impero e una memoria storica che deriva anche dalla loro collocazione geografica, dalle risorse delle quali dispone, dalla tradizione e della loro composizione strutturale sono inadatte a conseguire il fine. In altre parole le teorizzazioni e i desiderata di Brezinski e dei suoi sodali ed epigoni sulla dissoluzione della Russia e dell’Iran erano e sono sogni irrealizzabili a causa dei fattori economici, culturali e strategici che guidano lo sviluppo della storia e le relazioni fra gli Stati.

L’elemosiniere di Kiev

Affrontando il problema della fine della guerra, una riflessione a parte va fatta sui problemi che derivano dalla leadership politica di Kiev. Il ruolo da grande elemosiniere di Zelens’kyj è finito, prova ne sia, che ogni volta che va all’estero a fare la cerca, ritorna con la bisaccia sempre più vuota. É come quel monaco delle novelle medioevali che, dopo aver insidiato le mogli dei contadini, viene rincorso a badilate dai mariti. Il fatto è che le esose richieste dell’Ucraina, gravate anche dalle creste che i suoi governanti ed oligarchi hanno fatto, e continuano a fare sui finanziamenti ricevuti, impedisce all’Europa, rimasta sola, di consentire al progetto folle di disarticolazione della Russia, da attuare per mano Ucraina, di avere successo. La popolazione del paese è ridotta al lumicino, le sue infrastrutture economiche ed energetiche sono state disarticolate e hanno bisogno di poderosi investimenti per permettere che in qualche modo il fronte venga alimentato. È ormai evidente che i contractors reclutati in tutto il mondo, tanto meno la popolazione ancora presente nel paese, non possano fornire quella forza sufficiente a continuare la battaglia anche se, comune abitudine del mainstream Occidentale europeo, sostenere che comunque l’Ucraina combatterà fino all’ultimo uomo e all’ultima donna, è un progetto cinico e criminale.
La continuazione della guerra avrà il solo effetto di consentire a quella parte della dirigenza russa più radicale di conseguire i suoi più ampi obiettivi, trasformando l’Ucraina in uno Stato molto più piccolo, interno all’Europa, privo di sbocco al mare e definitivamente ridimensionato nelle sue aspirazioni di sviluppo e benessere, e la superstite entità statale in un aggregato infestato dal nazionalismo più nazistoide e violento capace di contagiare l’intero continente, spingendolo verso l’auto distruzione e impoverire drasticamente le popolazioni, con l’obiettivo di sfruttarne frustrazione e rancore per indurre anche loro alle guerra. È perciò interesse dei popoli europei interrompere qualsiasi finanziamento a sostegno dello sforzo bellico ucraino.

Gianni Cimbalo