Gran Bretagna
Le elezioni suppletive in Gran Bretagna fanno squillare il campanello d’allarme per la traballante gestione laburista del governo Starmer che ha subito la devastante sconfitta nell’elezione suppletiva per il seggio alla Camera dei Comuni di Gorton e Denton, in un collegio nei pressi di Manchester, un collegio dalla composizione sociale eterogenea che comprende quartieri tradizionalmente operai – un tempo fortemente laburisti, ora orientati verso Reform – oltre a un gran numero di studenti universitari e residenti musulmani. La sconfitta subita va intestata direttamente a Starmer che ha posto il veto alla candidatura di Andy Burnham, il popolare sindaco laburista della Greater Manchester, di candidarsi nell’elezione suppletiva considerandolo un potenziale rivale alla leadership del Partito Laburista. Si tratta della seconda sconfitta dei laburisti in un’elezione suppletiva dal loro ritorno al governo nel luglio 2024.
Ha vinto la candidata dei Verdi, Hannah Spencer, un’idraulica di 34 anni, con il 41% dei voti, precedendo i candidati di Reform Uk (29%) e del Partito laburista (25%), divenendo la quinta deputata dei Verdi in Parlamento. Per la prima volta i Verdi vincono un’elezione suppletiva grazie a una campagna elettorale capillare sul territorio che è riuscita a mobilitare il 28% della popolazione musulmana del collegio, pronta a votarli per le loro posizioni pro-palestinesi e la dura condanna della sanguinosa rappresaglia militare di Israele a Gaza, mentre il candidato del partito di Farage, un professore, diventato tribuno televisivo dell’emittente, di destra Gb News, si è classificato al secondo posto.
È significativo il fatto che i Verdi, conquistando quella che era storicamente considerata una roccaforte laburista, abbiano raccolto oltre il 40% dei consensi, dimostrando così di costituire una valida alternativa al trumpiano di Reform Uk di Nigel Farage. Si tratta di un tracollo dalle gravi conseguenze per il primo ministro, sempre più decotto, che ancora vede compromessa la sua leadership al Governo e nel Partito, in crescendo dopo lo scandalo Mandelson-Epstein che aveva costretto alle dimissioni uno dei suoi più stretti collaboratori, Peter Mandelson, il navigato politico laburista, nominato da Starmer ambasciatore del Regno Unito a Washington, per ricompensarlo del sostegno nel Partito per espellere Jeremy Corbyn e emarginare la componente di sinistra del Labur.
La crisi del leader britannico è causata dai crescenti problemi economici e sociali, tra cui l’alto costo della vita e il declino dei servizi pubblici e del welfare, del sistema di istruzione e della ricerca, delle crescenti spese per il sostegno all’Ucraina e per i recenti sviluppi del caso Epstein.
Il successo dei Verdi è dovuto alla disillusione dell’elettorato per la svolta a destra dei laburisti che hanno tradito le promesse di Starmer, sposando le politiche anti-migratorie della destra e facilitato dal fatto che i Verdi hanno messo in secondo piano le politiche ambientaliste per sostenere posizioni molto a sinistra, proponendo un aumento delle tasse per i ricchi e schierandosi apertamente a favore della causa palestinese. La destra si batte con posizioni di sinistra.
Germania
Agli inizi del mese i Verdi si sono imposti nelle elezioni del lander del Baden Württemberg, situato nel sud-ovest della Germania (30%), superando l’Unione cristiano-democratica Cdu del Cancelliere Merz (27,7%), mentre AfL (18%) si è affermata come terza forza, raddoppiando i propri consensi rispetto alle precedenti elezioni. L’SPD è scesa al suo minimo storico (5,5%) collocandosi appena sopra la soglia di sbarramento; il Partito liberale e la sinistra restano fuori con il 4,4% dei voti.
Il Baden-Württemberg, governato da un’alleanza CDU-Verdi costituiva, un osservato speciale perché segnava il passaggio da un leader verde, al governo dal 2011, a una nuova fase, guidata dal nuovo leader Özdemir, chiamato a difendere il primato del suo partito e Hagel (Cdu) impegnato a riportare la Cdu al vertice della regione. Il candidato dei Verdi ha affermato di voler proseguire la collaborazione con la Cdu con la quale i verdi governano da due legislature, affermando che la futura coalizione dovrà essere frutto di una partnership tra pari orientata al bene del Baden-Württemberg e ricordando i risultati ottenuti negli ultimi 10 anni come un successo comune di cui anche la Cdu può
essere orgogliosa.
Questo risultato dimostra che l’estrema destra potrebbe consolidarsi anche fuori dai Länder orientali, dove aveva costruito i suoi risultati più forti, e che il disagio politico e sociale – che si riflette nella sua avanzata – si insinua perfino in un territorio come il Baden-Württemberg, uno dei pilastri dell’industria automobilistica tedesca, che ha dato i natali a colossi come Daimler e Porsche e che ospita gruppi come Mercedes-Benz e Bosch, ma che oggi è uno dei luoghi che ha reso più visibile la crisi del modello industriale tedesco, messo sotto pressione dalla concorrenza dei produttori cinesi di veicoli elettrici, dalla debolezza della domanda e da una ripresa nazionale ancora lenta dopo due anni di recessione causata soprattutto dall’alto costo dell’energia, conseguenza diretta della guerra in Ucraina.
La mancata vittoria della Cdu costituisce per Merz un problema aggravato dalle posizioni servili assunte verso Trump e dal peso dello sforzo finanziario dovuto alla guerra.
Si sono poi svolte il 22 marzo le elezioni in Renania-Palatinato che hanno visto chiamati al voto 3,2 milioni di elettori: dopo ben 35 anni, la Cdu ha superato l’SPD che ha governato ininterrottamente. La vittoria del Partito di Merz è più che altro una conseguenza dell’arretramento della SPD che vive una crisi ormai conclamata, dovuta alla stagnazione economica, alla crescita della criminalità giovanile, alla politica a favore della guerra ucraina. Prova ne sia il successo, ancora una volta, di AfD che si è attestata intorno al 20 %, guadagnando ben 11 punti in percentuale rispetto alle precedenti elezioni. Quando avvenuto nei due Lander occidentali ci dice che le ipoteche sul governo del partito neonazista alle prossime elezioni politiche crescono notevolmente, grazie al fatto di avere come prima ricetta per contrastare la crisi il ritorno all’acquisto di gas e petrolio russo Le prossime elezioni regionali si svolgeranno in Sassonia – Anhlt il 6 settembre e nel Nclenburgo- Pomerania Anteriore il 20 settembre.
Francia
Si sono tenuti in Francia il primo e il secondo turno delle elezioni municipali segnato da una bassa affluenza e da una forte polarizzazione sia a destra che a sinistra e un ulteriore indebolimento della coalizione centrista del presidente Emmanuel Macron. Nel primo turno l’affluenza alle urne è stata inferiore al 59%, in aumento rispetto alle elezioni comunali del 2020, influenzate dal Covid, ma in calo rispetto al 63,5% registrato nel 2014 con un’astensione record del 42% nel secondo turno . Nel secondo turbo la partecipazione è scesa al 57,82%. L’estrema destra francese, con il Rassemblement National di Marine Le Pen che ha registrato il miglior risultato di sempre in queste elezioni comunali, considerate un banco di prova per le elezioni presidenziali. La sinistra moderata tiene nelle grandi città, Parigi si conferma la roccaforte principale. Emmanuel Grégoire, candidato del Partito Socialista e già vice della sindaca uscente Anne Hidalgo. La France Insoumise (LFI) ha segnato un punto storico a Saint-Denis,
strappando il comune proprio ai Socialisti e diventando la forza egemone nel principale centro dell’Île-de-France dopo la capitale. L’unico centrista che può considerarsi soddisfatto è l’ex primo ministro Edouard Philippe. Rieletto sindaco a Le Havre con oltre il 43 per cento, Philippe ha blindato la sua leadership nel partito Horizons e, soprattutto, la sua futura candidatura alle presidenziali. Il suo successo contrasta con il declino dei candidati ufficiali di Macron, che in molte province hanno perso voti a favore delle liste di destra.
Oltre 904.000 candidati si sono contesi le cariche elettive in circa 35.000 comuni in tutto il paese, dalle grandi città ai villaggi con poche decine di abitanti. La campagna elettorale è stata in gran parte oscurata dalla guerra con l’Iran e dalle sue conseguenze, in particolare dall’impatto sui prezzi dei carburanti.
I risultati mostrano una relativa stabilità tra i principali blocchi politici, con dodici città di destra nel 2026 (lo stesso numero del 2020), sei città di centro (una in più rispetto al 2020), 22 città di sinistra (due in meno rispetto al 2020) e due città di estrema destra (una in più rispetto al 2020).
i grandi sconfitti di queste elezioni sono innanzitutto gli ambientalisti, che hanno mantenuto solo tre delle sette città che guidavano prima di queste elezioni comunali. La destra e il centro si sono rafforzate nelle città di medie dimensioni Tuttavia, estendendo l’analisi a tutte le città con più di 10.000 abitanti la bilancia pende a favore della destra e del centro, poiché sembra che i comuni classificati a sinistra – al netto delle liste locali, siano molto meno numerosi nel 2026 rispetto al 2020. I comuni di “diversa sinistra” sono solo 148 contro i 196 di sei anni fa. Nel 2026, i comuni classificati come socialisti o unionisti di sinistra non superano i 129, contro i 141 del 2020. Il calo è particolarmente marcato per il Partito Comunista, che nel 2026 conta solo 7 comuni con oltre 10.000 abitanti, dopo i 25 del 2020 controllati dal Ministero dell’Interno. I comuni con una maggioranza eterogenea di destra, LR o UDI passano a 464, contro i 455 del 2020. I comuni guidati da un sindaco centrista (Rinascimento, MoDem, Orizzonti) registrano un incremento e sono 177, contro i 200 del dato nazionale e i suoi alleati ora controllano 37 città, rispetto alle nove del 2020.
Particolarmente duro si profila il contrasto a sinistra prova ne sia che il primo segretario del Partito Socialista, Olivier Faure, ha dichiarato che Jean-Luc Mélenchon è “diventato un peso per la sinistra”, condannando, lunedì mattina su BFM-TV/RMC, gli “eccessi” e le “tendenze antisemite” del leader de La France Insoumise. Comunque, come al solito, la maggior parte dei partiti politici si è dichiarata vincitrice.
Slovenia
Nel paese sono andati al voto 2,1 milioni di cittadini. La coalizione di governo uscente era formata dal Movimento per la Libertà liberale (Gibanje Svoboda), dai Socialdemocratici (SD) e dalla sinistra ecosocialista (Levica), il confronto elettorale è stato caratterizzato da una polarizzazione estrema e dalla denuncia di episodi di corruzione e interferenze straniere, in particolare di una società di faccendieri israeliana a favore del partito di destra guidato da Janez Janša, filo trumpiano e legato a Victor Ornan.
La Slovenia ha scelto la continuità, ma lo ha fatto per il rotto della cuffia e il partito del leader Robert Golob e del suo Movimento per la Libertà (Gs) avranno bisogno di formare un governo di coalizione con i partiti minori per governare.
“In un momento in cui i populisti in tutta Europa stanno lavorando per indebolire le istituzioni democratiche, la Slovenia si distingue per aver scelto una strada diversa, una leadership stabile, centrista e filoeuropea, per contrastare le politiche di estrema destra.
Ungheria
Il 12 aprile gli ungheresi si recheranno alle urne per il rinnovo del Parlamento, e per la prima volta dopo quattro mandati consecutivi di dominio incontrastato, (16 anni) Viktor Orbán e Fidesz, il suo partito, rischiano seriamente la sconfitta. Lo sfidante è PMagyar, un ex membro del suo stesso partito, dal quale è uscito rivelando un caso Epstein in tono minore, avvenuto nell’ambito dei sostenitori di Orban. Il transfuga ha assunto la direzione nel 2024 del partito Tisza (acronimo di Tisztelet és Szabadság, “Rispetto e Libertà,”), un movimento fondato nel 2020 fino ad allora irrilevante. Magyar ha intercettato quella parte di elettorato, stanco del potere orbaniano e del sistema di potere che il Premier ha costruito, circondandosi di parenti e clientes e organizzando una rete economica finanziaria che lucra sugli appalti pubblici e gestisce i lauti finanziamenti europei, accumulando copiosi patrimoni personali e foraggiando una rete capillare di sostenitori. In tal modo è riuscito a rivitalizzare un’opposizione tramortita da anni di batoste elettorali e da una dura repressione attuata attraverso una legislazione liberticida.
Di fronte al pericolo per il suo potere, Orban è corso ai ripari agitando la bandiera del nazionalismo e ha individuato nell’Ucraina, e nel finanziamento della sua guerra contro la Russia, i motivi che dovrebbero spingere il popolo ungherese a continuare a sostenere la sua politica. Orban ha avuto buon gioco nel ricordare che l’Ucraina costringe con la forza, picchiandoli, ad arruolarsi e spedisce al fronte a morire gli abitanti di lingua ed etnia ungherese della Transcarpazia, regione che l’Ucraina ha incamerato, pur essendo questa una terra di lingua, cultura e tradizione ungherese. Ha denunciato inoltre l’interruzione del funzionamento dell’oleodotto dell’Amicizia Druzba che rifornisce di petrolio russo Ungheria e Slovacchia come un’azione contraria agli interessi economici dell’Ungheria, poiché priva il paese dell’energia a basso costo indispensabile alla sua economia. Come strumento di ritorsione, Orban nega il proprio consenso all’ingresso dell’Ucraina in Europa e denuncia la corruzione del regime di Kiev, sfruttando il sequestro ad opera dei doganieri ungheresi di un convoglio della banca di Stato ucraina Oschadbank che trasportava 35 milioni di euro, (40 milioni di dollari) e 9 kg d’oro, diretti in Svizzera, attraverso il territorio nazionale, avanzando il sospetto che servissero a finanziare la campagna elettorale del suo avversario.
Come si vede è in corso una battaglia all’ultimo sangue anche in considerazione del fatto che il partito di Orban risulta in forte svantaggio nei sondaggi più accreditati e che certamente l’Unione europea sta facendo di tutto per ripetere l’escamotage utilizzato in Romania per far vincere candidati ad essa favorevoli.
Certo il regime illiberale di Orban, la sua azione repressiva delle libertà civili e democratiche, la negazione dello stato di diritto, la sua politica sessuofobica e oscurantista, non suscitano alcuna simpatia, come pure la legislazione sul lavoro che costringe i lavoratori ungheresi a prestazioni di corvee obbligatorie e non retribuite a favore degli imprenditori, ma non costituisce una certezza per Bruxelles puntare su Magyar per neutralizzare Orban. Il candidato dell’opposizione non è tenero nei confronti dell’Ucraina, né delle politiche e dell’Unione europea: lo fa forse per opportunismo elettorale ma mantiene una grande ambiguità sulle sue intenzioni future.
La Redazione