
“Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia, che crea falsi miti di progresso”
(F. Battiato, “Up Patriot to arms”)
GEOIMPOLITICA
L’attacco degli USA al Venezuela e la situazione iraniana (comunque la si voglia considerare) si configurano come una cartina al tornasole che evidenzia in maniera molto chiara, non tanto quello che potrà accadere (e che nessuno, al momento, è in grado di sapere), ma il caotico universo nel quale, qui e adesso, stiamo vivendo. E lo fa mettendo insieme, nello stesso momento, i tanti mondi dei quali esso, ancora si compone.
Ci sarà tempo per addentrarsi nelle dinamiche internazionali, vivisezionando la complessità al fine di ricavare qualche ricostruzione razionale.
Quello che invece preme fare adesso è analizzare l’unica parte che possiamo concretamente conoscere che, comunque, non è certamente insignificante, neppure sul piano dei contenuti, per tacere di quello immateriale della propaganda.
CRETIN HOP
Mi riferisco al combinato disposto, specificamente italiano, ma effettivamente europeo, dell’universo mediatico e della deriva della sinistra ex-tutto.
Della destra non parliamo perché essa è il naturale avversario politico e non dovrebbe preoccuparci, anzi, essere dall’altra parte della barricata.
Ci preoccupa molto di più, invece, la funzione devastante che ormai ha assunto la sinistra. Potremmo anche chiamarla “sinistra”, con le virgolette, ma il problema reale e cogente è che essa è davvero la sinistra per come oggi si configura, lasciando completamente nudo chiunque volesse misurarsi con un minimo di analisi, non dico critica, ma, perlomeno realistica.
Vero, ci sono ancora delle singole teste pensanti, ma appaiono come isole sempre più lambite dal mare della banalità, dell’ignoranza.
Dunque che cosa ha eccepito la sinistra in merito all’invasione di un paese sovrano e della cattura del suo presidente?
BONTÀ LORO
“Trump è cattivo ma Maduro è un dittatore”. Ora, Trump può essere qualunque cosa, ma l’unico addebito che non gli possiamo fare è che abbia mai pensato di agire per “esportare la democrazia”. Questa è stata la “mission” dei democratici, i quali portavano avanti la stessa politica imperiale, ma dovevano giustificarla per avere il consenso internazionale (se Biden avesse fatto lo stesso, in Italia il PD sarebbe già sceso in piazza a favore – ora non può farlo perché la destra esulta, ma solo per questo).
Trump lo ha detto chiaramente “voglio il petrolio” e di Maduro, per dirla con “Via col Vento”, francamente se ne infischia. Lo dice e lo precisa. Ma no, i nostri baldi sinistrati seguendo il coro di un sistema mediatico a forma di una bufala gigante, ripete che “né con Trump né con Maduro”. Pensare di cavarsela così, vuol dire credere nel pensiero magico delle parole, oppure, semplicemente, essere totalmente rincoglioniti.
Non vedere in questa fase il tentativo, finora pure riuscito, di mettere un freno alle volontà più o meno fattibili, di sganciarsi dal dollaro e mettere in seria discussione l’egemonia USA, vuol dire veramente non solo guardare il dito, ma essere orbi da tutti e due gli occhi.
L’IMPERO ASTRATTO
Qualche decina di anni or sono, il leggermente sopravvalutato Toni Negri, scrisse un libro che ebbe un discreto successo, in cui, assieme ad analisi tutto sommato non peregrine (malgrado l’antipatia viscerale che il personaggio emanava) tirò fuori due concetti che si sono rivelati esiziali: quello di moltitudine e l’impero come soggetto diffuso, presente da tutte le parti e quindi non rintracciabile secondo i consueti canoni legati allo stato-nazione dato per morto (ovvero una diosincrasia – che poteva anche essere apprezzabile – è diventata, non solo per Negri, una effettiva realtà).
Peccato che, come spesso è accaduto, la storia reale e concreta, quella fatta di “sangue e merda” per parafrasare Rino Formica e che si volge nella terza dimensione, per citare ancora qualcuno (Lenin), si sia incaricata di smontare questi totem che hanno ingabbiato, per quanto oggi sembri impossibile, una intera (forse l’ultima) generazione, per così dire “altermondialista”.
È sotto gli occhi di tutti che l’impero è tutt’altro che un oggetto astratto, ed è tutt’altro che “diffuso”. L’impero è completamente e compiutamente statunitense: lo è dal lato del soft-power che da quello dell’hard. E i due elementi vanno a braccetto, dove non arriva il soft, la pistola sul tavolo è sempre pronta.
IL NEMICO PERFETTO
Se c’è una cosa in cui il sistema globale dell’informazione eccelle (per quanto le rappresentazioni siano sempre più mediocri, a fronte di una tecnologia invece che dimostra una crescita esponenziale) è nel creare periodicamente pericoli imminenti. A differenza di quello che pensava Orwell in “1984”, per fare questo non c’è proprio bisogno di nessuna coercizione.
La seconda guerra mondiale raccontata dagli Stati Uniti, ovvero i “pazzi” Hitler e Mussolini era cattivi e dittatori e quindi la guerra è stata una guerra santa.
In Europa, fino a quando resisteva qualche forza politica degna di questo nome, questo tipo di narrazione era buono per i discorsi al bar e poco più. Chi aveva vissuto e chi aveva studiato il ventennio conosceva la storia del fascismo come reazione di classe nel quale i liberali lo preferirono al rischio del socialismo.
Ma il lavoro del mainstream, che non è né innocuo né casuale, ha costruito un fascismo immaginario che ha messo tutti d’accordo (un mainstream, tra l’altro, basato su sentimenti ben esistenti nelle classi dirigenti statunitensi, se è vero che il cervello di Mussolini venne sezionato da medici USA per capire se soffrisse di malattie mentali). Un fascismo dove lo scontro di classe scompare, dove la piena responsabilità delle classi dominanti viene nascosta e negata e dove i “liberali” quasi quasi diventano i veri antifascisti.
Questo fascismo alla Disney è servito a creare una narrazione perfetta, dove gli americani sono diventati tout-court i liberatori dell’Europa, mandando nel dimenticatoio l’ammirazione per il Duce che era divisa equamente con la GB di Churchill e il piccolo particolare dei 25 milioni di morti sovietici.
In questa narrazione, dove l’egemonia planetaria conquistata dagli USA al prezzo di meno di 500.000 morti (su una popolazione di oltre 130 milioni di abitanti) e nessuna distruzione sul proprio suolo, gli americani diventarono ipso-facto “i buoni”.
Così, ad ogni occasione l’intervento militare, ogni nemico da affrontare sarebbe divenuto il novello “Hitler”, un Hitler inesistente sul piano storico, come l’orco delle fiabe.
Quale miglior Hitler dunque del regime degli Ayatollah? E che importa se quel regime nacque perché lo scià di Persia era talmente sputtanato da essere cacciato a calci in culo dalla popolazione? E che importa se il socialista riformatore Mossadeq fu deposto manu militari dai soliti USA e GB? Chi se lo ricorda? (e chi può ricordarselo, visto che l’informazione – quando si dice il caso – non ne ha mai parlato?).
PRESI PER IL NASO
(e non è Collodi)
Nel mentre le milizie di linciatori seriali, eredi degli schiavisti e progenitori dei nazisti (che proprio dal razzismo statunitense impararono molto) sparano al nemico interno – in genere equiparato nelle democrazia liberali a quello esterno – i media un po’ confusi e parte della classe politica anche sinistrata non vedrebbero male un intervento armato nel vituperato Iran, da parte dell’America trumpiana e del criminale genocida a capo dello Stato razzista di Israele. Qualche migliaio di morti a fin di bene.
Il 7° cavalleggeri come idea politica.
CORTOCIRCUITO CEREBRALE
In questa paradossale situazione voglio inserire però anche le contorsioni della destra. Si sa che la destra in genere ha molti meno problemi nell’adattarsi a qualunque situazione. Del resto l’origine della destra attuale viene da uno che iniziò come socialista rivoluzionario e finì a testa in giù dopo aver attraversato tutti i gradi della più violenta reazione di classe, clericale, padronale e guerrafondaia. Però fa specie vedere i nipoti di quelli che gli ebrei li mandavano nelle camere a gas diventare i più strenui difensori di ebrei-israele (i due termini non sono più separabili) fino ad accusare tutto il resto del mondo di antisemitismo. Ma del resto con a capo un nazista come Netanyahu la cosa si può comprendere. Non è l’ebreo ma proprio il fascista che apprezzano, come ormai buona parte delle comunità ebraiche italiane (tra le quali si distingue quella romana affidata ad un vero bullo-vedere a proposito cosa ne scrive Ariel Toaff figlio dell’ex rabbino illuminato Elio Toaff).
Aggiungerei che anche l’idea dell’abbattere i dittatori “manu militari” è assai curiosa, visto che per le dittatura la destra italiana ha sempre avuto un certo innamoramento (dai colonnelli greci che Almirante avrebbe volentieri portato in Italia, alle amicizie per Franco e per tutte le sanguinose dittatura sudamericane).
Ed è ancora più rimarchevole che questa voglia di “libertà” venga da una parte politica che sono 80 anni che ci frantuma gli attributi sull’unica fine che poteva fare Mussolini. Il fatto è che nessuno glielo ricorda, forse la sinistra ha ecceduto con il bon ton.
FILO SENZA MATASSA
Fatta salva qualche mente isolata, quindi, manca la capacità di vedere un po’ più lontano delle indignazioni periodiche e vuote. Sul genocidio a Gaza (dove ormai è sceso l’oblio) la sinistra ha balbettato, per paura di scontentare i soloni dell’antisemitismo, quelli che Primo Levi avrebbe preso a calci in culo, tanto che l’anagramma di Delirio propone una legge contro l’antisemitismo che include le critiche ad Israele. In pratica una legge a difesa del genocidio. Una sinistra che si indigna per Trump e per la deriva criminale degli USA, ma dimentica completamente che questi hanno ucciso, bombardato, distrutto da quando sono nati. Un paese nato sull’idea della frontiera come spazio libero, esattamente come Israele, che per farsi spazio ha eliminato fisicamente chi c’era prima. Non sono eventi accaduti 2000 anni fa (e che comunque tali resterebbero – considerato che c’è una religione che ancora piange l’uccisione di Gesù Cristo appunto 2000 anni or sono) ma 2 secoli scarsi. Quella base del destino “manifesto” è la stessa. Certo per cittadini USA che ci sia Trump oppure Obama la cosa non è indifferente e, certamente, non tutti gli americani sono come Trump, ma che Trump rappresenti una parte consistente di quel paese è indiscutibile. Verrebbe da dire, ammazzatevi fra di voi.
LA FOCE DELLA FOGNA
“La voce della fogna” era un foglio satirico di estrema destra, curato da Marco Tarchi (professore a scienze politiche a Firenze) tra il 1974 e il 1980. Non sto a riepilogare la complessità dei rapporti che allora esistevano anche dentro la destra fra la parte “parlamentare” e quella “extra”, perché non è quello il motivo del titolo di questa parte finale.
Questo appellativo oggi potremmo senz’altro usalo, e senza fini satirici, per tutta la stampa di destra. Ma sarebbe troppo ovvio e troppo facile.
Lo voglio invece riservare a due dei quotidiani più pericolosi ed inquietanti apparsi negli ultimi decenni.
Tutti e due questi quotidiani hanno una caratteristica comune: provengono da quella specie di brodaglia che ruotava intorno al “dissenso liberale ” verso il PCI, catturando anche molta fauna di sedicenti laici pseudo rivoluzionari.
Il tratto che li unisce è un sionismo talmente virulento da diventare caricaturale. Una specie di Starace dei giorni nostri, ma che penderebbe a sinistra.
Uno è “Il Foglio”, misterioso quotidiano creato dall’ex agente CIA Giuliano Ferrara. Un giornale che venderà 3 copie, ma i cui articoli sono citati (esattamente come l’insignificanza numerica del partito di Matteo Renzi vada a braccetto con una sovraesposizione spiegabile solo con il supporto fondamentale delle classi dominanti) e fanno tendenza ed egemonia.
L’altra fogna è “Il Riformista” anzi il “Rifognista” fondato da quell’oscuro figuro che corrisponde al nome di Claudio Velardi e che, se non sbaglio, è stato supporto fondamentale di D’Alema.
Il “Rifognista” se possibile, è ancora peggio del giornale della spia. Velardi aderisce direttamente al negazionismo sul genocidio a Gaza e se le battute dei “pagati da Putin” nei confronti di chi critica il sostegno a Zelensky tali rimangono, in questo caso non mi meraviglierei davvero nel rintracciare accrediti corposi sul CC del Velardi.
Giornali minori, ma che in realtà lavorano su un altro piano. Con le conoscenze, le amicizie, le “entrature” riescono a sfondare ed entrano nel discorso pubblico.
Purtroppo anche la stampa che una volta si definiva “borghese”, ma che aveva un minimo di serietà, è ormai insostenibile.
I quotidiani sono una specie di collage di notizie riprese malamente dalla rete. Comunicati redatti con l’AI con strafalcioni inimmaginabili. Destinati alla scomparsa. La rete è in mano a pochi gruppi giganteschi che applicano a loro discrezione censure e rimozioni (l’ultima clamorosa di Alessandro Barbero).
Non resta che tornare a studiare.
Andrea Bellucci