Trump annuncia dazi del 10% contro Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, promettendo che le aumenterà al 25% il 1° giugno, a meno che la Groenlandia non venga venduta agli Stati Uniti e Macron che chiede misure di ritorsione promette dazi del 200%.
Questo mentre alcuni Stati europei, in risposta alle critiche di Donald Trump sulla necessità di garanzie per la sicurezza della Groenlandia hanno deciso di inviare una micro missione militare sull’isola, facendo avvicendare truppe delle dimensioni di un plotone a garanzia della sicurezza dell’isola. L’entità del contingente è motivata dal fatto che un maggiore invio di forze non è al momento possibile in quanto non si dispone degli alloggiamenti necessari a consentirne l’acquartieramento.
Quanto sta avvenendo segna la fine dell’occidente collettivo, mentre a livello globale si assiste ad un ritorno degli imperi, prova ne sia che le aree di influenza vengono ridefinite ricalcando le suddivisioni storiche delle diverse aree del pianeta. Gli Stati Uniti, ritirandosi dalla loro postura di egemone rivendicano la primazia e l’esclusivo dominio sulle Americhe, con una proiezione verso l’area del Pacifico, delimitata dalle coste prospicienti la Cina, riconoscendo alla Russia un proprio spazio di Stati cuscinetto verso l’Europa che ne garantiscano la sicurezza e intimando alla Cina di limitare la sua espansione economica, considerando il resto del mondo terreno di caccia, Europa compresa. Questo mentre l’India, stretta tra il Pakistan e l’Indocina, non potendosi espandere territorialmente, ha la necessità da mettere in sicurezza il confine imalaniano ma soprattutto rivendica il proprio ruolo di potenza economica e militare crescente e, al pari della Cina, si appresta a compiere i passi necessari a candidarsi a quarto attore globale del commercio mondiale.
In questo scenario ridefinito soprattutto per iniziativa dell’egemone statunitense in crisi si nuovo compagini imperiali minori che aspirano ad assumere un ruolo sub-imperiale come la Turchia, che opera per ricostruire quello che fu l’impero ottomano, penetrando in Libia dalle coste del Mediterraneo ed espandendosi verso la Siria e verso l’Asia centrale, assorbendo nella propria sfera di influenza i paesi turcofoni che già furono parte dell’Unione Sovietica; l’Arabia Saudita che si propone – in partnership con il Pakistan del quale ha finanziato l’armamento atomico – come centro di attrazione di una costellazione di paesi arabi egemone nell’area della penisola arabica e nel Golfo Persico, contrastata in questo progetto dal competitor israeliano che mira alla balcanizzazione e alla frammentazione dei paesi dell’area, per ritagliarsi un ruolo di egemone e costruire la grande Israele. Questa ristrutturazione del potere dovrebbe avvenire a tutto danno dell’Iran che nel progetto israeliano andrebbe frammentato in tanti piccoli Stati etnici meglio controllabili, da utilizzare sui quali esercitare la propria autonomia. Questo progetto spiega l’inedito riavvicinamento dell’Arabia Saudita
all’Iran, nonché le ragionevoli forti resistenze dell’Iran ad essere dissolto, tra l’altro essendo esso stesso portatore di un progetto imperiale di area.
Un’altra area sub-imperiale ruota intorno al Giappone, mirando ad assimilare intorno ad un unico sistema economico militare Filippine, Taiwan, Corea del sud, Australia e Nuova Zelanda, anche in funzione di contrasto alla Cina e mirando a contenderne l’egemonia sull’Indocina e l’Indonesia, sempre che l’area indocinese non riscopra le proprie antiche velleità imperiali, costruendosi un ruolo a se stante che potrebbe gravitare intorno al Vietnam o all’Indonesia.
Da questi processi di aggregazione resta esclusa l’area coperta dal continente africano per ora molto frammentata e divisa, al punto da essere oggetto delle mire dei diversi imperialismi. Qui una possibile integrazione potrebbe interessare l’area dei paesi del Maghreb, mentre una ancora più consistente potrebbe via via aggregarsi intorno al gigante nigeriano; non è da sottovalutare il ruolo di attrazione del Sud Africa che potrebbe dar vita ad un polo alternativo a quello nigeriano. In ogni caso il continente rimane attualmente esposto alle scorrerie dei diversi imperialismi già in avanzato stato di costruzione a causa della sua frammentazione e delle potenzialità inespresse sotto il profilo economico e militare.
Quel che è certo è che le grandi risorse economiche, minerarie e di materie prime delle quali il continente dispone, nonché l’alto tasso demografico dalla sua popolazione depongono a favore della futura crescita di possibili competitor globale, in grado di svolgere un ruolo preminente nel panorama mondiale.
Contravvenendo ai progetti dell’egemone il Brasile possiede tutte le caratteristiche per assumere una dimensione sub-imperiale a livello regionale, contendendo il controllo assoluto del continente al predominio nordamericano.
Anche l’Inghilterra aspirerebbe a ricostruire la propria sfera egemonica e vorrebbe farlo a spese dell’Europa alimentandone la frammentazione e al tempo stesso della Russia, promuovendone una disgregazione in tanti piccoli Stati in modo da poter banchettare sulle sue risorse. Da qui il suo finanziamento alla guerra dell’Ucraina contro la Russia e l’alleanza con il nazionalismo ucraino fascistoide. Quanto sta avvenendo sul campo di battaglia sembra aver definitivamente posto una pietra tombale sul progetto di rinascita di un impero che è che ormai l’ombra di se stesso.
Ad uscire con le ossa rotte da questo processo di ristrutturazione globale è l’Europa, la quale è divisa e frammentata, gravata dalla presenza di una classe dirigente incapace e inadeguata ad affrontare la complessità dei problemi da risolvere. La sua struttura di governo e istituzionale è profondamente in crisi; il suo padrone statunitense e l’Inghilterra l’hanno spinta ad impegnarsi in una guerra di logoramento in Ucraina che nello stesso tempo ha distrutto la sua economia per gli alti costi che il conflitto comporta, l’ha privata della disponibilità di energia a basso costo, ha messo in crisi le sue manifatture, la costringe dal punto di vista economico a spostare risorse finanziarie e investimenti negli Stati Uniti, la obbliga al riarmo attingendo all’industria bellica statunitense, di fatto finanziandola; subisce un’azione di disgregazione da parte del sedicente alleato statunitense, in modo da essere territorio di conquista pezzo per pezzo, a disposizione della potenza egemone dell’Occidente morente. Ora, prendendo a pretesto necessità strategiche, gli Stati Uniti rivendicano per sé un territorio e le sue risorse che appartengono giuridicamente all’Unione Europea.
Una risposta necessaria
La forza di Trump sta nel fatto egli è cosciente di avere di fronte una classe politica incapace e stupida, servile e sciocca, allevata nelle scuole e nelle istituzioni finanziarie statunitensi, nelle quali si insegna l’obbedienza e li si coinvolge nella gestione dell’impero con un ruolo subalterno e perciò minaccia e ricatta sicuro di vincere. Se così non fosse gli Stati che compongono l’Unione europea hanno a disposizione moltissimi strumenti per rispondere efficacemente alle pretese statunitensi. Sotto il profilo economico e finanziario potrebbero tassare le aziende hi-tech che dominano l’Europa, fornendo in esclusiva e in condizioni di monopolio i loro servizi; potrebbero, sul piano finanziario, colpire il sistema bancario e rimettere in discussione la gestione del sistema delle carte di credito che obbliga a pagare agli Stati Uniti il pizzo per ogni operazione finanziaria; potrebbero – come propone la Deutsche Bank – iniziare a vendere gli attivi statunitensi posseduti dalle Banche europee e questo farebbe crollare il dollaro poiché attualmente l’Europa detiene 8 trilioni di dollari in azioni e obbligazioni statunitensi. Gli analisti della banca osservano che gli Stati Uniti hanno attualmente una vulnerabilità principale poiché vivono a spese del resto del mondo, perciò l’Europa potrebbe decidere di non voler più finanziare gli Stati Uniti; potrebbero chiedere l’immediato sgombero o almeno in tempi brevi, delle basi militari che gli Stati Uniti occupano sul continente europeo, posto che essi hanno dichiarato di non essere più disponibili a difendere l’Europa o in alternativa chiedere agli Stati Uniti il pagamento di un affitto consistente per l’utilizzo delle basi che, a questo punto, sono di esclusivo interesse della sicurezza degli Stati Uniti, fissando il prezzo degli affitti a propria discrezione. Ciò sarebbe possibile se l’Europa non fosse una provincia degli Stati Uniti, non fossero di fatto un dominio gestito con strumenti coloniali, in altre parole se i suoi leader politici non fossero servi sciocchi del padrone statunitense.
Potrebbero ripristinare le relazioni economiche e commerciali con la Russia, riattivando lo scambio di energia in cambio di prodotti e servizi e stipulare con la Russia un Trattato di non aggressione dichiarando la propria neutralità, imponendo agli Stati Uniti di riportarsi a casa bombe atomiche e missili allocati nelle basi europee.
Il ruolo strategico della Groenlandia
L’egemone statunitense di fronte all’incapacità di gestire la sua presenza globale ha deciso di ritirarsi nel bunker continentale rivendicando il diritto a disporre di tutte le sue risorse in esclusiva, possedendone direttamente la proprietà.
Esattamente un anno fa scrivevamo:
”In questo nuovo scenario gioca un ruolo la crisi climatica e la modificazione che essa produce per quanto riguarda un’area strategicamente importante del pianeta, fino a ora assente dalla contesa, per “impraticabilità” a causa del ruolo svolto dalla cosiddetta “la sentinella non pagata”, ovvero dal ghiaccio, che fino ad ora ha tenuto bloccate le rotte che passano per l’Oceano Artico e che attraverso questo passaggio molto più agevole di quello attraverso il Capo di Buona Speranza, mettono in collegamento il Pacifico con l’Atlantico.
L’intera area è gestita dal Consiglio Artico, composto da otto Stati membri: Canada, Danimarca (incluso il territorio autonomo della Groenlandia), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e Stati Uniti, al quale partecipa come associata la Cina. Quest’area sta divenendo percorribile a causa del disgelo, attraversata da rotte diverse: dal Pacifico verso l’Atlantico, con passaggio a Nord-Ovest (NWP), che si sviluppa di fatto tutta in territorio canadese.
Questa rotta presenta maggiori difficoltà tecniche a causa della conformazione dei fondali e per la presenza di ghiacciai più vecchi e resistenti allo scioglimento estivo, ma risulterebbe estremamente allettante e conveniente dal punto di vista economico, consentendo l’accesso alle sue risorse, stimato nel 30% delle riserve di gas naturale, il 13% delle riserve di petrolio e vasti depositi sia di metalli cosiddetti vili (quali alluminio, ferro, rame, nichel e stagno), sia nobili (oro, platino e argento), nonché riserve minerarie di uranio e grafite. Inoltre, il che è forse ancor più importante per una società sempre più digitalizzata, per i giacimenti di terre rare, fondamentali per la micro-componentistica, usate nelle tecnologie più svariate, dall’industria aeronautica ai cellulari. Vi sarebbero poi i diritti di pesca, con ricadute enormi in campo alimentare a causa dello spostamento a nord della fauna ittica per effetto del riscaldamento delle acque.
Un’altra rotta consentirebbe il passaggio delle merci dalla costa del Pacifico al Mare del nord, passando per il Mar di Kara fino allo stretto di Bering: la Nord Sea Route (NSR), con un risparmio dei tempi di navigazione tra Asia ed Europa di circa 12 giorni, in media rispetto al percorso che passa per il canale di Suez, con notevoli risparmi non solo in termini di tempo, ma anche di emissioni di CO2 in atmosfera e quel che oggi conta forse di più, in assoluta sicurezza. Ciò sta inducendo la Russia, che detiene larga parte del controllo delle coste, a realizzare una rete di porti serviti da una moderna flotta di rompighiaccio ad energia nucleare, (previsto il varo di 50 nuove navi) che dovrebbero assicurare il transito per la gran parte dell’anno. Il progetto vede la partnership della Cina, la quale partecipa con propri capitali, propri mezzi navali, investendo nella realizzazione delle strutture portuali e attraverso l’incremento della propria flotta
commerciale, che dovrebbe consentirle un trasporto più rapido e veloce delle merci dalla Cina verso il mercato europeo, evitando la più lunga, costosa e pericolosa rotta mediterranea, a causa delle turbolenze nel Golfo arabico e ancor più evitando di dover circumnavigare l’Africa, con un aumento dei costi e dei tempi di trasporto decisamente esponenziale.
È del tutto evidente che è una tale rivoluzione delle rotte commerciali realizza un radicale mutamento dei rapporti economici, escludendo e marginalizzando dallo sviluppo l’area storica di relazioni commerciali, costituita dal Mediterraneo, che diverrebbe chiuso e inessenziale al commercio mondiale. ma ancor più finirebbe per esaltare ed evidenziare il ruolo economico e strategico della Groenlandia, la quale più che nei progetti di Trump e degli Stati Uniti costituisce un’area di estremo interesse per l’Europa, la quale dispone di buone carte per affrontare il problema poiché, almeno formalmente, il territorio della Groenlandia fa parte integrante di uno degli Stati dell’Unione europea, la Danimarca.” [1]
Il ruolo della Russia e della Cina
Dicevano ancora: ”Dal canto suo la Russia sembra essere consapevole dell’interesse vitale che quest’area ha per il paese dal punto di vista economico e strategico e in cerca di mantenere il vantaggio tattico acquisito, accelerando la costruzione di infrastrutture e l’insediamento di popolazioni lungo la rotta, in modo da garantire i servizi alle navi che si prevede percorreranno questa via d’acqua, molto importante per il commercio mondiale. La guerra in Ucraina, se da un lato ha portato, con l’adesione della Finlandia e della Svezia alla NATO, ad una restrizione degli spazi operativi per i russi, dall’altro ha avvicinato la Russia alla Cina, facendo sì che la collaborazione cino-russa conseguente della spinta occidentale, più che un matrimonio basato su motivi di interesse strategici, costituisse una risposta necessitata all’attacco al quale la Russia stessa è stata sottoposta. Ciò non toglie che i problemi comuni come quelli relativi alla
regolamentazione della pesca o la sicurezza in mare, non possono e non debbano essere affrontati con spirito di collaborazione. Ma occorre essere consapevoli che le decisioni prese ora sono quelle che contribuiranno a definire lo stato dell’area nel prossimo futuro, e vanno ponderate attentamente.
La Russia, forte del fatto di essere per estensione lo Stato che ha la popolazione più numerosa che risiede oltre il circolo polare artico e il numero maggiore di km di coste, ha ampliato le proprie rivendicazioni a partire dal 2015, supportata dal diritto internazionale al punto che ora si estendono a 463.000 miglia quadrate di fondale, in competizione con Canada e Danimarca, con le quali tuttavia sono in corso negoziati bilaterali nell’ambito della convenzione Onu sul diritto del mare (UNCLOS, non è riconosciuta dagli Stati Uniti). Il suo interesse per quest’area è cresciuto nella misura in cui la guerra d’Ucraina ha avvicinato il proprio asse commerciale all’Asia.
Non è un caso che risalga proprio a 2014 la decisione della Russia riorganizzare le proprie forze militari nell’area creando un Comando Artico con lo scopo di proteggere le strutture militari del territorio, anche costituendo alcune brigate artiche, inquadrate insieme alla Flotta del Nord nel quinto distretto militare russo, a sottolineare la priorità e l’importanza del settore. Il governo russo ha investito più di un miliardo di dollari nella ristrutturazione di tredici aeroporti e nel potenziamento delle stazioni radar con il sistema Sopka-2, che si trova impiegato ad esempio sull’isola di Wrangler, a sole trecento miglia dall’Alaska. Già ora nell’Artico si concentra il 20% del PIL russo, il 22% delle sue esportazioni e circa il 10% di tutti gli investimenti effettuati sul suolo russo. Circa il 75% del petrolio russo e il 95% del gas naturale si trovano nel Nord.
Siamo di fronte ad un’importanza che è destinata solo ad aumentare nei prossimi venti-trenta anni: per la Russia per la quale l’Artico è una zona di interesse vitale, dove la difesa e il controllo del proprio territorio (comprese le acque) e delle sue risorse è condizione essenziale per la sopravvivenza economica dello Stato e il mantenimento del ruolo di grande potenza cui aspira. Tuttavia la gran parte dei progetti di investimento civile, soprattutto in infrastrutture per l’estrazione di risorse naturali e per il trasporto marittimo, sono dipendenti da capitali stranieri, in particolare cinesi.
D’altra parte la Cina ha implementato la sua strategia delle “Vie della Seta con quelle della Via della Seta polare” (Polar Silk Road Initiative), che si declina in investimenti infrastrutturali e di sviluppo delle comunità locali, attraverso la convergenza di capitali, tecnologie e conoscenze cinesi promuovendo la costruzione e posa sul fondale artico di cavi dati per il trasferimento ad alta velocità, in modo da migliorare la comunicazione digitale tra Asia ed Europa, costruendo anch’essa navi rompighiaccio a propulsione nucleare, nonché petroliere e navi cargo pensate per la navigazione polare, con l’obiettivo di rafforzare la sua influenza in quest’area, tanto più ora che, a seguito della guerra in Ucraina la Russia ha riorientato le proprie esportazioni energetiche e minerarie verso l’Asia e attinge a Pechino per ottenere capitali a lungo termine sia di tecnologie per lo sviluppo infrastrutturale del settentrione russo, in cambio soprattutto di risorse energetiche, fondamentali per il consumo e la diversificazione negli approvvigionamenti cinesi. Un esempio è lo Yamal LNG project, un investimento da 27 miliardi di dollari per estrarre, processare e trasportare gas naturale nella penisola di Yamal, frutto di una joint venture tra la CNPC cinese e la russa Novatek.” [2]
L’interesse degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti vedono in quest’area uno spazio di stretta pertinenza di quello che essi definiscono il “cortile di casa”. Quando Trump dichiara di voler “acquistare” la Groenlandia lo fa perché l’artico ha un’importanza strategica ed economica al tempo stesso. A suo tempo gli Stati Uniti hanno ottenuto di potervi installare la base di Thule, posta a 1.118 km chilometri a nord del circolo polare Artico e a 1524 km al sud del Polo Nord. Nel 1953 gli Stati Uniti acquistarono il territorio da destinare alla base dal governo danese, il quale con l’occasione, trasferì le popolazioni Inuit che risiedevano nell’area a 110 km di distanza, costruendo il villaggio di Qaanaaq. Successivamente sono state costruite le basi di Karup, Skrydstrup e Aalborg, nonché al porto di Esbjerg, per la consegna di personale, veicoli e armi, il tutto per 300 milioni di dollari anni. Tuttavia, pur avendo acquistato il territorio delle basi, i diritti di sovranità sulla Groenlandia rimangono al governo danese. Negli ambienti economici sono note le iniziative di investitori statunitensi – tra i quali Jeff Bezos, Michael Bloomberg e Bill Gates – che starebbero supportando la Kobold Metals: con propri capitali con l’obiettivo di controllare i giacimenti di metalli preziosi utili all’industria dell’elettrico che sembra esistano sul territorio della Groenlandia come avrebbero accertato studi commissionati da questi gruppi economico imprenditoriali.
Questo mentre l’industria hi-tech statunitense progetta di spostare i server dalla California alle fredde Terre groenlandesi che garantirebbero la temperatura necessaria al funzionamento degli impianti e, magari attingendo all’energia termica, quella fonte di alimentazione della quale queste apparecchiature hanno estremo bisogno. Sul piano strategico il possesso della Groenlandia potenzierebbe la costruzione di un’eventuale scudo difensivo missilistico per gli Stati Uniti proteggendoli sul lato nord.
Trump si fa interprete di questi interessi anche se sa bene che l’unione europea e il governo danese intendano continuare ad esercitare la giurisdizione esclusiva sul territorio della Groenlandia e che non hanno nessuna intenzione di vendere. Ciò malgrado è certo e farà di tutto per concretizzare le sue mire, approfittando del potere residuale di un impero ormai al tramonto per utilizzare il territorio conteso e per elevare i confini di una sorta di Vallo Atlantico da rendere insuperabile alla penetrazione economica e al controllo strategico dei propri competitor. Deve essere ancora stabilito in che modo verranno allocate dalla nuova amministrazione USA le risorse economiche disponibili per la regione, ma è evidente che vanno colmate delle lacune principalmente in termini infrastrutturali, di costruzione di mezzi navali con capacità operativa nell’artico, rompighiaccio, addestramento del personale che attualmente gli USA non possiedono ma mobilitando l’allocazione di risorse pubbliche e private.
Per ora sono note solo le iniziative in campo militare che concernano i progetti del Dipartimento della Difesa statunitense come quelli contenuti nel documento dell’esercito intitolato “Riguadagnare il dominio nell’artico” (Regaining Artic Dominance), mentre l’ultima pubblicazione dottrinale della Marina che riguarda la strategia USA va implementata dalle Multi-Domain Task Force (MDTF), che fa riferimento ad un approccio interforze in sperimentazione da pochi anni, ma non ancora entrato nella dottrina militare americana, che potrebbe trovare nella regione artica una conferma della sua validità.
Ciò non toglie che assisteremo probabilmente a una dichiarazione della nuova amministrazione americana che definirà la Russia e la Cina come una minaccia per la sicurezza e la prosperità della regione Artica. Sarà perciò interessante vedere quanto i politici europei saranno capaci di intervenire a difesa degli interessi dell’unione europea.
Muovendo da queste considerazioni ipotizzavano che l’amministrazione statunitense avrebbe definito la Russia e la Cina come una minaccia per la sicurezza, nonché per la prosperità della regione Artica, come in effetti è poi avvenuto.
La Groenlandia piattaforma per gli investimenti europei
Ribadiamo in conclusione che se a dirigere la Commissione europea vi fosse una classe politica lungimirante, costituita da leader che programmano gli sviluppi futuri della società e non una compagine di incapaci dementi e stupidamente guerrafondai, certamente la gran parte delle risorse e dell’attenzione dell’Unione dovrebbero essere canalizzate verso la difesa a tutti i costi della sovranità della Groenlandia, considerando che questo territorio sarà in futuro sempre più libero dei ghiacci, di fatto disabitato, e costituisce la piattaforma naturale economica-produttiva che può dare prosperità al continente europeo, il quale non dispone delle risorse naturali ed energetiche per le proprie attività economiche, ma potrebbe trovare in quel territorio le risorse geotermiche, di minerali, di idrocarburi, gas e quant’altro, materie prime necessarie a rilanciare la sua debole economia, che proprio di tali risorse ha bisogno.
Certamente un investimento nell’area richiederebbe grandi capitali e molte attenzioni, posto che le condizioni ambientali nelle quali operare sarebbero estremamente avverse, avverrebbero in un clima comunque molto duro e imprevedibile: la presenza di iceberg, le difficoltà di copertura satellitare, lasciano spazio a notevoli rischi per gli uomini che dovranno operare in quell’ambiente, gli equipaggi delle navi e rendono difficoltose, rischiose e costose le operazioni di salvataggio. L’assoluta carenza di infrastrutture di base come porti, aeroporti, collegamenti stradali e ferroviari, rende poco credibile un futuro a breve termine di traffico navale porta container su vasta scala, mentre è più probabile che le rotte artiche vedano il loro utilizzo nel trasporto di risorse grezze, con navi ed equipaggi altamente specializzati. E tuttavia, la disponibilità delle risorse che il territorio della Groenlandia presenta, possibili e probabili possibilità future di utilizzo, mentre e rotte commerciali rendono plausibile e conveniente l’investimento che certamente presenta caratteri strategici e sviluppi.
E’ bastato che in occasione del vertice di Davos la Danimarca vendesse i suoi 100 milioni di bond statunitensi perché il Ministro del tesoro statunitense, temendo l’effetto domino, consigliasse a Trump, divenuto TACO, di scendere a più miti consigli e a temperare le sue richieste. Vedremo.
[1] Una nuova frontiera per l’Europa, https://www.ucadi.org/2025/01/25/una-nuova-frontiera-per-leuropa/
[2] ibidem.
La Redazione