Guerra asimmetrica e guerra di classe

È quella Ucraina una guerra asimmetrica che oppone la Russia ai paesi della NATO, combattuta per procura dagli ucraini, ma che sui campi di battaglia impegna due regimi nazionalisti e illiberali, con caratteristiche istituzionali comuni. L’asimmetria è data dalla diversità delle risorse dei belligeranti che sono diverse nell’essenza e nel combattimento, per cui i combattenti “più deboli” cercano di usare una strategia in grado di compensare le proprie carenze quantitative e qualitative, ricorrendo all’aiuto esterno. Ma Russia e Ucraina sono ambedue paesi in mano ad un’oligarchia, repressiva di ogni libertà. Le società dei due paesi, sono simili e fanno riferimento a valori giuridici, di costume, di etica sociale, lontani mille miglia dall’aequis comunitario. L’Ucraina è tutt’altro che un esempio di democrazia e, a prescindere dalla legislazione di guerra adottata, il suo ordinamento era ed è illiberale. L’aggressione militare russa ha creato un’ideologia nazionalista e patriottarda che ha infettato il popolo ucraino e che, per reazione, rafforza il nazionalismo sciovinista sostenuto dagli USA e dagli inglesi simile a quello sul quale si regge Putin.
Fin dal primo momento della guerra (e anche prima) abbiamo preso le distanze da quanto stava avvenendo e cercato di analizzare cause ed effetti di questa guerra.

La guerra di classe

Noi denunciamo che è in atto un’altra guerra, questa si veramente asimmetrica, quella di classe, tra capitale e lavoro: questa guerra non conosce frontiere, Stati e nazioni e non ha quindi bisogno di invasioni, ma è cruenta, terribile e devastante più di ogni guerra. È una guerra dichiarata e perenne che vede da sempre tanti eroi ignorati e misconosciuti e, malgrado ciò, registra la vittoria solo dei padroni. Questa guerra ha i suoi morti sul lavoro – 1221 solo nel 2021, in Italia – e la mattanza prosegue al ritmo di 3 al giorno, accompagnata da 555.236 infortuni sul lavoro l’anno scorso, limitandosi a
conteggiare quelli denunciati all’Inps e ai quali sono da aggiungere le malattie professionali contratte. Quindi di lavoro non solo si muore e si soffre, ma si vive male in Italia come ovunque.
Ora ci dicono anche che bisogna fare i sacrifici per finanziare una guerra non votata dal Parlamento, camuffando come tale il voto per invio di armi; che bisogna portare le spese militari al 2% del Pil, quando l’inflazione supera il 7%, il valore dei salari si riduce, le forme di lavoro precario crescono, la sanità peggiora e si registra una media di più di 100 morti al giorno, perché l’epidemia non è finita. E questo mentre sono ripresi gli sfratti e le speculazioni sul costo dell’energia tra i padroni, camuffate grazie alla guerra, mettono in crisi intere filiere e settori industriali, producendo licenziamenti, disoccupazione e miseria.
In questa situazione desiderare la pace, chiedere la pace, sarebbe indice di mancato amore per la libertà, mancata solidarietà per un saltimbanco che ha costruito la propria narrazione in uno studio televisivo, oppure per un dittatore sanguinario come Putin, o uno scurregione come Biden, o uno scapigliato criminale come Johnson, che mesta nel torbido per tenere in piedi il simulacro di un impero, a voler assumere costoro a rappresentanti di interesse (stakeholder), come amano dire nella retorica comunitaria utilizzata dai suoi impresentabili leader.
Di costoro non sappiamo che farcene e non abbiamo nessuna intenzione di cadere nella trappola della retorica patriottarda. Non vogliamo la guerra e chiediamo che le armi tacciano, perché sappiamo che nelle guerre non solo si uccide, ma che sono gli inermi, le popolazioni a pagare il costo della guerra; sappiamo che l’odio sollevato e alimentato fa emergere le parti più oscure e infami degli uomini e delle donne, porta con sé sofferenze, stupri e saccheggi, fa leva sugli istinti peggiori degli esseri umani, ai quali il patriottismo e il nazionalismo forniscono la copertura morale, politica e giuridica.

Le implicazioni internazionali della guerra in Ucraina

Quella ucraina appare una guerra ancora più sporca e grave, malgrado che non sia diversa da molte altre in morti e distruzioni (Siria, Yemen, Afganistan…) e questo perché è a noi territorialmente più vicina, ma anche perché obiettivamente, incide sull’approvvigionamento alimentare per come è stato costruito dal Programma alimentare mondiale (World Food Programme o WFP), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare e che aiuta una media di 100 milioni di persone in 78 paesi del mondo.
Con la guerra ucraina l’arma della morte per fame entra ancor più che in passato nell’arsenale bellico e diventa definitivamente uno strumento di guerra asimmetrica, come del resto avviene per la gestione dell’energia, il possesso di brevetti e tecnologia e per la competizione cibernetica. E questo non perché fino ad ora non fosse così, ma perché i detentori del controllo del territorio e gestori delle risorse hanno compreso che in una guerra asimmetrica è più importante che in passato gestire e canalizzare le risorse essenziali, costruire alleanze, alimentare ostilità attraverso una gestione oculata di cibo, di energia, di sviluppo economico e gestione dei mercati, regolando attraverso queste leve il flusso di uomini e donne tra le diverse aree del pianeta e facendo delle migrazioni indotte e obbligate un’ulteriore arma da usare per impoverire, destabilizzare, ma ancor più dividere e mettere i proletari e i poveri gli uni contro gli altri, disporre di un
esercito del lavoro di riserva infinito e ricattabile, pronto ad essere sfruttato. Così anche la “solidarietà” diventa multipolare e arma di guerra e di potere.
Questa scelta distrugge alla radice la solidarietà di classe e impedisce il conflitto necessario e risolutivo tra capitale e lavoratori, costringe e impegna le organizzazioni di classe superstiti alla riformulazione di una strategia della lotta di classe, messa in crisi dalla guerra tra Stati e popoli, voluta dai padroni, dalla ristrutturazione e riorganizzazione produttiva, dal dumping salariale tra lavoratori di diversi territori e all’interno di un unico mercato del lavoro, retribuiti con differenti salari, schiacciati da uno sfruttamento sempre maggiore, danneggiati come abitanti del pianeta da un uso
dissennato delle risorse naturali.
E non basta: fa prevalere i sovranismi, i populismi, i nazionalismi, alla solidarietà di classe e schiera i popoli sui campi di battaglia a massacrarsi in guerre per contese che ingrassano solo i padroni e che nelle diverse aree geopolitiche tengono vivo lo scontro tra i proletari, impedendo il ricomporsi di un fronte comune contro lo sfruttamento dei padroni, comunque camuffati.
Contro tutto questo noi scegliamo e sosteniamo la pace, non ci lasciamo ingannare dalle necessita di difesa di una società capitalistica che ricerca dissennatamente il profitto attraverso lo sfruttamento del lavoro umano, che afferma di voler difendere la libertà e questo perché sappiamo bene che non c’è libertà senza eguaglianza e libertà dal bisogno.
Perciò aborriamo i sogni imperiali e di supremazia sostenuti dalle religioni, come le pretese della Russia o della Turchia, i sogni egemonici della Cina e dell’India e di qualsiasi altro paese o popolo che voglia rinverdire i domini coloniali ed imperiali e sosteniamo il diritto di auto-amministrazione e autogestione di ogni comunità territoriale, senza distinzioni di sesso, genere, religione, ideologia politica, che accettano la convivenza e la solidarietà come alternativa agli Stati nazionali.

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