OSSERVATORIO ECONOMICO

serie II, n. 14, luglio 2011

Manovra – L’impegno di descrivere la maxi manovra che sta prendendo corpo in questi giorni è pressoché irrealizzabile. Anche l’entità subisce continue variazioni (in peggio), sia nei saldi quadriennali che in quelli per il 2011. Variazioni d’ora in ora, su di un testo di oltre cento pagine, pieno zeppo di riferimenti ad altre leggi, fatto di emendamenti ad articoli esistenti e di aggiunte a normative vigenti. Emendamenti che nascono e muoiono, proposti e ritirati nell’arco di qualche ora, spesso nati in casa della maggioranza che ha partorito la manovra stessa, più che dall’opposizione che, stretta dalla speculazione internazionale, ha abdicato al proprio ruolo, auspice il Presidente della Repubblica.
Qui occorrerebbe aprire una lunga parentesi sul ruolo delle agenzie di rating e sulle storture che esse impongono ai mercati, sugli interessi che esse rappresentano, sul dominio sopranazionale che esse in realtà esercitano: su ciò questa agenzia è già a suo tempo intervenuta ( n° 11 del luglio 2010). Constata l’impossibilità di entrare nel merito dei singoli provvedimenti, i cui effetti si potranno comunque misurare abbastanza presto, quello che si può fare è solo una considerazione generale ed una riflessione di fondo. La considerazione è che, purtroppo, la “loro” crisi la pagheremo noi, seppur nolenti. Stipendi pubblici bloccati, stretta sulle pensioni, ticket aggiuntivi sulla sanità, tagli all’istruzione, ovverosia l’armamentario di sempre. Ovviamente niente patrimoniale; guai a pensare di elevare la tassazione sulle rendite finanziarie a livelli minimi
decenti, quelli in vigore in tutta Europa; proibito tassare a livelli meno indecorosi i capitali illecitamente accumulati all’estero e rientrati l’anno scorso grazie allo scudo fiscale; impensabile rendere più efficace la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, in questi anni in continua crescita.
È bastato pensare ad eliminare l’ordine degli avvocati perché i “servi liberi” del Presidente del Consiglio drizzassero per una volta la schiena dalla consueta posizione ad angolo retto, e minacciassero la crisi di Governo, incuranti delle pressioni della speculazione internazionali e del pericolo annunciato di “default”: in altri termini, “siamo disposti a dichiarare pubblicamente che crediamo a Babbo Natale, ma non toccate i nostri privilegi o saranno dolori!” Che dire della riduzione dei costi della politica rinviati sine die, perché porco non mangia porco! Si dirà che non c’è alcunché di nuovo sotto il sole ed è tristemente vero, così che il prode superministri dell’economia, padre dei tagli lineari, quelli che sa fare anche un ragioniere, invece di svolgere un ruolo di comando, dirigendo la rotta nella tempesta, si affida alle spinte più forti del momento e non evidenzia alcuna scintilla di intelligenza della situazione, tutto chiuso nella sua lotta di potere aperta per la successione al cavaliere dimezzato.
La riflessione di fondo potremmo affidarla ad un apologo che Giorgio Ruffolo ha pubblicato pochi giorni fa (La Repubblica, mercoledì 6 luglio 2011, p. 28). Immagina il nostro autore di entrare in possesso di una parte di lezione tenuta da un docente di storia economica verso la fine del ventunesimo secolo. Vi si narra la grave crsi attraversata dall’economia mondiale all’inizio del secolo, descrivendo le cause che l’avevano generata: la rottura delle regole internazionali stabilite a Bretton Woods, la liberalizzazione delle speculazioni finanziarie, che diede il via libera alla “ricerca del massimo profitto nel minimo tempo”, con la depressione delle attività produttive. Ne
conseguirono squilibri crescenti tra paesi ricchi e paesi poveri, tra classi ricche e classi povere, depressione dei consumi, indebitamenti crescenti e così via. “era sostenibile una tale condizione di cose?”, si chiede il fantomatico docente e la risposta che si dà è negativa, tant’è che il tutto collassò.
La lezione continua: “La grande crisi che l’aveva anticipata [del 1929 nd.r.] era stata
superata grazie (si fa per dire) alla seconda guerra mondiale; ma anche, immediatamente prima e immediatamente dopo di quella, a un decisivo spostamento dalla guida privata alla guida politica dell’economia. Invece quella nuova e altrettanto devastante fu superata brillantemente finanziando i soggetti che l’avevano promossa: banche e intermediari finanziari. Il costo fu pagato dai lavoratori rimasti senza lavoro e dai contribuenti.” La lezione si interrompe qui, con la finanza che ha ripreso il suo dominio, costruito sul “taglio delle spese sociali” e lascia intravedere ulteriori
quanto probabili turbolenze. E questo è il succo: le ricette con cui si curano i paesi in crisi, minacciati dai declassamenti delle agenzie di rating (Grecia, Portogallo, Italia, etc.) non fanno che ripercorrere le strade che hanno determinato quelle situazioni, affidandone la cura a che le ha prodotte. Ci chiedono di fare sacrifici per riproporci tra poco nuove crisi e nuovi salassi.

chiuso il 14 luglio2011
saverio