serie II, n. 7, luglio/agosoto 2010
Crisi – Va di moda affermare che “vivevamo al di sopra delle nostre possibilità”, ma
l’affermazione deve essere circostanziata. Se con questo s’intende che i cittadini erano
inclini più a far debiti che a risparmiare, ciò è vero. Per tornare all’Argentina, prima della
crisi tutto veniva comprato a “quotas”, cioè a rate: vestiti, scarpe, ristorante, etc., e non
solo spese di un certo impegno; c’era la fiducia in futuri consistenti guadagni. Ma questo non è tanto il vivere sopra le righe, quanto dipende piuttosto dalla fiducia illimitata nella progressione economica che veniva e viene venduta in continuazione. L’origine sta nel fatto che gli istituti finanziari vendevano i crediti che vantavano (che erano poi i debiti dei consumatori), per alimentare un ciclo ascensionale dei consumi in una spirale che si riteneva senza fine; tanto da fare credito a clienti notoriamente insolventi. Ma le scadenze sono arrivate ed il meccanismo è andato in frantumi.
2. Un’equazione da confutare è quella che lega il liberismo economico alle libertà
sociali. È una semplificazione priva di fondamento teorico e storico. La rinascita del
liberismo economico, quale sinonimo di libertà individuali è dovuta a due pensatori
austriaci della prima metà del secolo scorso: l’economista Von Mises ed il suo allievo
Von Hayek, che si autodefinivano “libertari”. Si deve a loro la confusione basata
sulla matrice comune delle tre parole. Non è detto che la libertà di intrapresa, con
gli annessi della proprietà privata e dello sfruttamento dei lavoratori, corrisponda
necessariamente alla libertà dell’individuo: prima di tutto perché la necessaria
conseguenza della seconda dalla prima non è dimostrabile scientificamente; e poi
perché il caso della Cina odierna ne è una palese smentita, come ne sono una
smentita le derive autoritarie in molti paesi occidentali; ed anche le traiettorie
politiche dei paesi dell’ex URSS. Sta di fatto che la prima applicazione pratica del
neoliberismo del loro seguace Friedmann è avvenuta nel Cile di Pinochet. Ma non è
vera nemmeno l’antifrastica: le economie di piano sono incompatibili con le libertà
civili. Come dimostra la GB del secondo dopo guerra.
3. Per riassumere, brevemente, le cause profonde della crisi vanno ricercate nella
gestione miope che il capitale finanziario fa della congiuntura. Il profitto a breve
termine (neppure a medio) catalizza l’attenzione, impedendo il dispiegarsi di una
strategia. È così che agli intoppi si cercano rimedi immediati che curano i sintomi e
lasciano prosperare la malattia fino al suo dispiegarsi incontrollabile. Su tutto ciò è
opportuno entrare nel merito con un documento più ampio, strutturato ed
articolato, su cui fin da ora prendiamo l’impegno di lavorare.
1. Pensioni – Periodicamente (con periodicità ad alta frequenza) scoppia l’allarme
sul futuro delle pensioni “dei nostri figli”. A parte che a breve termine comincerà a
dispiegare i suoi funesti affetti la riforma Dini del 1994, con la frattura netta tra la
vecchia generazione che godeva del calcolo previdenziale col sistema contributivo e
le nuove che “godranno” di quello retributivo, con gli evidenti notevoli risparmi, i
fatti parlano chiaro. “L’Inps chiude il 2009 con 7,9 miliardi di attivo”, titolava il 28
aprile 2010 Il Sole 24 ore (n° 116, p. 8). L’attivo annuale dell’Inps è una costante da
molti anni (a quanto ammonta il fondo cassa accumulato?) il che non consente,
almeno a medio termine, alcun allarmismo, anche in considerazione di quanto sopra
detto. Inoltre, come sempre, larga parte delle spese (12,66% nel 2009) sono andate
impropriamente a coprire la cassa integrazione; e poiché nel 2009, anno di crisi,
questa ultima ha visto un consistente aumento, ciò spiega perché “l’avanzo”
dell’Inps sia diminuito rispetto all’anno precedente.
2. Sindacalismo – Il CCNL deve essere rottamato. È questo il messaggio insistente
che Marchionne lancia quotidianamente, trovando proseliti ovunque. È in questo
clima che Giuseppe Berta (Il Sole 24 ore, 20 agosto 2010, a. 146, n° 233, p. 2)
pubblica un lungo articolo per indicare quale modello di riferimento per un
sindacalismo “moderno” l’Uaw, il sindacato dell’automobile statunitense, noto per la
sua subalternità al padronato e che, per ammissione dell’estensore dell’articolo, “nel
1979 […] contava un 1,5 milioni di iscritti; oggi sono meno di 400mila”. Della serie
che il lavoro si difende patteggiando. Speriamo che la stessa sorte sia riservata ai
sindacati nostrani più inclini alla genuflessione.
chiuso il 29 agosto 2010
saverio