“Prima di partire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di non tornare più”. Se è questo lo spirito con cui affrontare un viaggio, il Viaggio; se il ritorno, a volte agognato, deve essere sempre e comunque possibile; è certo che i disperati che sbarcano sulle nostre coste, protagonisti involontari di tragedie ignote ai più e dai più dimenticate in scena nella Magna Grecia d’Italia, non vorrebbero essere “respinti”, non vorrebbero tornarsene, nel giro di poche ore, là da dove venivano. Sono le storie quotidiane di immigrazione, di scafisti, di sbarchi, di clandestini. Clandestini, cioè nascosti, furtivi, innominati, ignoti. Ecco il lessico che non è neutro e che tradisce pesanti giudizi di valore. Da Lampedusa a Brindisi, i nostri porti, pensati approdi di tante speranze, spesso rendono il sogno illusione, scalo verso l’imminente rimpatrio e sulle coste della Trinacria, cantate da aedi e poeti, va in scena lo strazio. Da lì si alza un grido d’aiuto che si perde come eco carica di dolore.
Pelle scura, occhi d’ebano, sguardo vuoto che al vuoto si rivolge, volto scavato dalla fame, gambe anchilosate dall’umido di giorni di navigazione in barconi che fanno acqua, un sacchetto per l’immondizia a custodire i pochi averi. Scesi così dai gommoni della Guardia Costiera “subiscono” la cosiddetta “accoglienza”: abiti asciutti, cibo, coperte, una carta telefonica da cinque euro, latte in polvere per i neonati e quindi
trasferimento nei Centri di Identificazione ed Espulsione, i Cie, dove, per la recente legislazione, affluiscono non solo coloro che sbarcano dal mare, ma anche quegli stranieri che non vedono rinnovato il proprio permesso di soggiorno perché hanno perso il lavoro, un lavoro per il quale, nel corso degli anni, hanno pagato tasse e
contributi all’Inps, necessari anche alle nostre pensioni.
I Centri di Identificazione ed Espulsione, verso i quali i trasferimenti avvengono repentinamente, nel giro di poche ore, senza fornire ai soggetti interessati alcuna informazione, sono spazi anonimi, freddi, tristi, privi di ogni tipo di riferimento. Nessuna simbologia, nessun luogo adeguato ai bambini, nulla da fare, niente da progettare. Tutto perfettamente coerente con la finalità ultima, l’annientamento della persona, privata di tutto, psicologicamente devastata, moralmente distrutta. Un lavaggio del cervello che non richiede impegno e garantisce arrendevolezza. Agli “ospiti” dei Cie non è concesso nulla, né pregare un Dio, né nutrire una speranza. Di fatto neghiamo loro attimi di evasione, momenti di raccoglimento, dimensioni di spiritualità necessarie nel sacrificio, nella paura, nella desolazione.
Perché tutto questo? Perché, tuonano dai palazzi del potere, solo così si scoraggiano gli scafisti ad intraprendere il mare verso le nostre coste, perché solo così si sconfiggerà a monte la piaga del traffico di esseri umani.
Ammesso che ciò sia vero, di fatto, a pagare il prezzo di certe scelte sono ancora una volta dei poveracci. Proprio queste “soluzioni” hanno autorizzato la politica del pugno di ferro in materia di immigrazione, portando all’individuazione del “reato di immigrazione clandestina”. Una nuova fattispecie che mi lascia perplessa se, per definizione, qualifichiamo il reato come “fatto umano tipico, antigiuridico, colpevole, il cui presupposto è la lesione di un bene giuridico”. Con onestà intellettuale va riscontrata l’assenza di un vulnus rispetto al bene giuridico, va riscontrata la mancanza dell’elemento dell’antigiuridicità, intesa come contrarietà rispetto a norme di diritto. Proprio per ovviare a questa carenza si è tipizzata la fattispecie e si è arrivati fino a incriminare la naturale inclinazione dell’uomo al soddisfacimento dei propri bisogni,
colpevolizzando il coraggio di chi lascia tutto per dare una svolta al proprio destino.
Queste sono le scelte della politica nonostante l’articolo 2 della Costituzione ammonisca che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’Uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”, richiamando al rispetto della dignità umana in tutte le sue forme; previsione strettamente connessa al dettato dell’articolo 19 che a tutti riconosce il diritto di professare liberamente la
propria fede religiosa in qualsiasi forma.
Ci muoviamo nell’ambito della parte “sacra” della Costituzione in cui l’articolo 2 è norma di chiusura, di coerenza sistemica, clausola omnicomprensiva che si fa baluardo di quella pluralità di diritti il cui riconoscimento è aspetto qualificante lo Stato moderno. Diritti che la Carta riconosce a tutti, “perfino” ai “clandestini”.
Ma la realtà è il deserto dei diritti perché il Cie è luogo di reclusione, spazio irraggiungibile, delimitato da filo spinato, inaccessibile a soggetti esterni, dove le esigenze del singolo sembrano non meritare alcun tipo di seguito. In fondo, si tratta di clandestini …. Qui scontano una reclusione per un reato di fatto mai commesso
persone di diversa cultura e tradizione, appartenenti a varie confessioni le cui differenti ritualità non trovano spazi adeguati.
In una società che ha pretese di successo e di coesione non si può prescindere dal fatto che dietro quegli sguardi spauriti ci sono storie che, seppure geograficamente lontane, risultano accomunate non solo da fame, violenza, miseria ma anche e soprattutto dalla speranza di una opportunità a disegnare un nuovo destino, al di là
della sorte, che è progetto per un futuro diverso da riannodare al passato, dal quale, nel bene e nel male, non si potrà certo prescindere. Se le nostre azioni saranno, come purtroppo sono, tutte tese all’azzeramento delle singole storie e il nostro scopo fosse quello esclusivo di fare tabula rasa del passato di questi migranti, il risultato sarebbe una società che vive sotto costante assedio, vittima di un cortocircuito pericoloso, frutto di folli identitarismi tutelati non da una progettualità positiva e propositiva, bensì dalla distruzione dell’altro.
Lungi dal gestire l’immigrazione come problema di ordine pubblico, argomento per rafforzare coalizioni traballanti ed incerte o, peggio, punto di forza in campagna elettorale, risulta necessario interiorizzare l’importanza della contaminazione, della tolleranza, della fiducia applicando con serenità e fermezza il “sillogismo aristotelico” che impone la trattazione di casi uguali in modo identico, di situazioni diverse senza
pretese di forzata omogeneità.
Comunque non mancano esempi virtuosi e ne va data menzione perché vengano imitati e migliorati, laddove possibile. Mi riferisco all’esperienza della Locride che si è prestata in soccorso di Lampedusa, ormai al collasso. La disponibilità dei comuni di Riace, Caulonia e Stignano a dare le case degli emigranti italiani di ieri ai migranti di oggi ha portato interessanti risvolti sotto differenti profili, prima di tutto quello economico.
La permanenza individuale nel Cie costa 70€/die a fronte di una spesa giornaliera di 20€ nei citati comuni, dove i centri storici abbandonati sono rifioriti, dove i professori italiani sono stati impiegati come insegnanti madrelingua, dove gli stessi migranti hanno operato come interpreti.
Dall’esperienza di Riace, Caulonia e Stignano è derivato un sistema più che soddisfacente, capace di produrre ricchezza e umanità. Compresa la possibilità di reciproco rilancio, scardinato il binomio criminalitàimmigrazione, frutto di bieco pregiudizio, si è vinto il timore dell’altro insieme alla paura che la logica del
compromesso porti sempre e comunque ad accordi al ribasso.
Istruzione, dialogo, formazione e lavoro sono l’unica vera opportunità che ha la società di fidelizzare nuove risorse umane. Se continueremo a considerare gli immigrati come coloro che svolgono i lavori più umili, quelli che a noi non va di fare, finiremo per vedere ancora una volta l’Uomo come mezzo e non più come fine e il rischio sarà quello di armare un popolo di disgraziati, extracomunitari e non, impegnati in una guerra che è
massacro fra poveri. Del pericolo che si corre offrendo soluzioni tanto errate quanto irreversibili, la società deve prendere consapevolezza. Qualora non si impegni ad affrontare con fermezza la questione immigrazione, rimuovendo concretamente i profili più ostili all’integrazione e all’armonioso sviluppo della persona, sarà la mafia con la potenza dei suoi mezzi ad offrire soluzioni “soddisfacenti” in tempi rapidi e noi avremo perso un concittadino e armato un potenziale nemico.
Letizia Solazzi – Centro Studi sulla laicità