Mentre le cronache erano occupate nel commentare il balletto sulle liste elettorali il governo del fare del presidente del Consiglio faceva il suo bravo lavoro per conto della Confindustria e realizzava un altro suo obiettivo sulla strada della disarticolazione delle lotte operaie e dei diritti dei lavoratori.
L’attacco da sempre in atto contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e quindi il ripristino della piena libertà di licenziare diveniva realtà. Attraverso l’introduzione dell’arbitrato obbligatorio non si fa fuori solo la tutela contro i licenziamenti senza giusta causa ma si muta la natura stessa del rapporto di lavoro, mettendo in discussione sia il contratto collettivo che la sua validità a livello nazionale. Il rapporto di lavoro diviene individuale e al momento dell’assunzione il lavoratore deve rinunciare alla tutela davanti al giudice accettando di sottoporsi all’arbitrato in caso di licenziamento. Si tratta, come è evidente, di una clausola vessatoria introdotta al momento della nascita del contratto, sottoscritta dal contraente più debole, il lavoratore, che ha bisogno di lavorare e accetta quindi anche condizioni di estremo sfavore.
Si dice che il provvedimento in realtà ha poca importanza perché i lavoratori ai quali l’articolo 18 è applicabile sono solo una parte, quelli delle aziende con più di 15 dipendenti e che da tempo i padroni hanno trovato il modo di aggirarlo. Si dice che i vincoli per i padroni impediscono le assunzioni danneggiando i giovani e che perciò la sopravvivenza dell’art. 18 divide la classe. Si dice ancora che se si vuole evitare la
delocalizzazione bisogna abbassare le garanzie dei lavoratori in Italia in modo da rendere conveniente il mantenimento delle produzioni nel Paese.
Uno strumento che viene da lontano
La conciliazione obbligatoria e l’arbitrato vennero introdotti nel nostro ordinamento nel 1993 con l’art. 68 del DPR n. 29 con il quale si “privatizzava” il rapporto di lavoro nel pubblico impiego. Successivamente l’’art. 29 del dlgs 80/98 sostituiva che ha sostituito l’art. 68 del dlgs 29/93, ha apportato grandi novità in tema di giurisdizione. Dal 30 giugno 1998 è stata unificata la giurisdizione del lavoro pubblico con quella del lavoro
privato ed è decollato il passaggio dal giudice amministrativo al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, nella trattazione delle controversie relative ai rapporti di lavoro dei dipendenti pubblici, fermo restando che qualsiasi controversia di lavoro deve essere oggetto di un tentativo obbligatorio di conciliazione.
Il permanere di questo istituto non dispiace ai sindacati concertativi quali CISL e UIL perché la normativa prevede il coinvolgimento del sindacato nella procedura arbitrale e ciò significa possibilità di guadagno e di fidelizzazione del lavoratore al sindacato. Da qui l’approvazione di CISL e UIL all’estensione anche ai lavoratori privati di questo istituto.
Grandi sostenitori dell’arbitrato sono sempre stati la gran parte dei docenti di diritto del lavoro che in passato hanno mangiato alla greppia dei vari sindacati e oggi sono divenuti i più squallidi servi del padronato e del Governo, svolgendo il loro lavoro non solo nelle aule universitarie e in quelle dei Tribunali, ma ricoprendo il ruolo di Ministri. In questo senso il caso Brunetta è emblematico.
L’opposizione della CGIL e del sindacalismo di base
Già nel 2002 la CGIL si oppose agli attacchi verso l’art. 18 e riuscì a imporre un freno all’azione congiunta di governo e padronato, grazie alla mobilitazione dei lavoratori e alla grande manifestazione di Roma. Ora, indebolitosi ulteriormente il sindacato, crescendo la crisi e la disoccupazione che disarticolano il movimento operaio le forze governative e le organizzazioni sindacali colluse tornano all’attacco forti di un accordo sui contratti di lavoro che svende sia il contratto nazionale di lavoro che la contrattazione sindacale.
In questa situazione alla CGIL non resta che ricorrere, come ha fatto, alla mobilitazione, ma si impone un cambio deciso di strategia che segni una cesura con il passato: l’abbandono della confederalità con CISL e UIL non solo episodica e caso per caso, ma in modo radicale e definitivo.
Occorre che la CGIL rifletta sul fatto che la convergenza con il sindacalismo di base è ormai oggettiva e che senza una scelta di campo non può che ricadere nell’abbraccio mortale di CISL e UIL che la ucciderebbe.
Basta guardare la composizione dei cortei, delle manifestazioni sindacali per capire che questa convergenza nuova è nei fatti ma, proprio per questo va sancita con un patto di unità d’azione con il sindacalismo di base, con la sottoscrizione di obiettivi comuni ai quali deve necessariamente corrispondere un cambio di strategia su alcuni temi di fondo. Ci limitiamo a indicarne alcuni.
a) Reale coordinamento delle politiche di sostegno ai lavoratori più deboli, primi tra questi i migranti. Questo intervento si rende necessario non solo per sottrarre al padronato l’uso dell’esercito industriale di riserva che essi rappresentano ma per organizzare con il loro aiuto attraverso i legami che essi hanno con i paesi d’origine il contrasto alla delocalizzazione delle imprese. Attraverso rapporti tutti da costruire, reti di solidarietà e di contatto bisogna far arrivare nei paesi di origine dei migranti il messaggio che l’accettazione di condizioni di lavoro normative e salariali al ribasso, la
negazione dei diritti in quei paesi si ripercuote sulle condizioni di lavoro di migranti e lavoratori del nostro paese, scatenando una concorrenza feroce nella vendita a minor costo possibile della forza lavoro.
b) Bisogna far capire ai lavoratori italiani che la contrapposizione con i lavoratori stranieri non paga e contribuisce ad abbassare il livello di vita e di lavoro di tutti. Da ciò consegue che le vertenze vanno gestite con trasparenza e partecipazione, unificando nella lotta comune tutti i lavoratori e promuovendo, unità, solidarietà e organizzazione. Nel concreto molta importanza hanno i metodi di lotta che devono recuperare nella pratica quel patrimonio comune di esperienze che caratterizza la natura composita della classe lavoratrice.
c) Cambio radicale della strategia nei rapporti internazionali e assoluta indipendenza dai partiti politici. Particolare attenzione all’organizzazione del lavoro precario, temporaneo autonomo (quello con partita iva, per capirci). Rilancio della formazione sindacale dei quadri dell’organizzazione, cura nella trasmissione dell’informazione e della partecipazione alle lotte.
Il recupero del rapporto politico tra CGIL e sindacalismo di base è essenziale alla ricostruzione di un
tessuto organizzativo delle lotte e al recupero di un rapporto con le diverse forze politiche che si pongono il problema di relazionarsi con il mondo del lavoro.
Ai comunisti anarchici spetta il compito di promuovere sui posti di lavoro e nelle strutture sindacali nelle quali operano questo dialogo, presupposto necessario al rilancio delle lotte sindacali e operaie e alla ripresa di iniziativa del movimento dei lavoratori.
Gianni Cimbalo