Trump, il camaleonte

Donald Trump è Presidente degli Stati Uniti ma non di tutti gli abitanti del paese. Per la prima volta la sua proclamazione della vittoria si trasforma in una dichiarazione di secessione da una parte visibile del paese che rifiuta la sua elezione e l’attuale sistema elettorale che ha permesso l’elezione di Trump anche se la Clinton ha avuto la maggioranza dei voti popolari.
La caratteristica del sistema politico degli USA era costituita dall’accettazione del bipartitismo alternativo, in base al quale si affidava all’eletto la temporanea gestione del potere per quattro anni estendibili ad otto. A temperare il potere dell’eletto doveva servire il Congresso, del quale il Presidente poteva non avere il controllo, la Corte Suprema con le sue maggioranze a volte difformi dagli orientamenti del Presidente. Ebbene, Trump avrà il controllo del Congresso e controllerà la Corte Suprema nominando il giudice mancante che resta ub carica a vita: un potere assoluto!
Di fronte a questa prospettiva è perfettamente comprensibile che la parte più sensibile del paese decida di reagire e scendere in piazza. Molti di costoro, accettando le regole di confronto previste dal sistema, avevano cercato di scalare uno dei partiti in lizza, quello Democratico, sostenendo la candidatura di Bernie Sanders, convinti che questo partito conservasse nel proprio Dna almeno un poco di quel progressismo riformista che fu di Roosevelt e di qualche altro Presidente USA. Ma sono stati sconfitti dall’oligarchia e da quell’intreccio di grandi famiglie che si passano di mano in mano il comando nel sistema di rappresentanza degenerato del potere nord americano. Queste faniglie, forti del sostegno finanziario e politico di potenti gruppi bancari e finanziari sia degli Stati Uniti sia dei loro sodali internazionali, hanno riversato sul mercato pubblicitario e sull’elettorato democratico una tempesta di fuoco che ha sopraffatto il sostegno popolare a Sanders.
Il risultato è stata la nomination a Hillary Clinton, un ferro vecchio dell’apparato oligarchico, compromessa con interessi tra i più ignobili di faccendieri e gruppi di affari che ruotano intorno alla Fondazione Clinton, ovvero al centro nevralgico di gestione di questo gruppo di interessi.
Non che l’alternativa fosse migliore: un immobiliarista, speculatore, gestore di casinò e di affari, evasore abile e incallito, che si contrapponeva in rappresentanza di lobbie di affari altrettanto potenti come quella delle armi, dell’industria collegata all’apparato militare, di quella petrolifera e chi più ne ha ne metta. Il suo merito e quello del suo staff è stato quello di saper analizzare con acutezza il risultato delle primarie democratiche e di scegliere di riorientare la campagna elettorale del loro candidato nel cogliere gli umori di larga parte di quelli che erano stati gli elettori di Sanders.

L’analisi di classe di Trump

Attenzione quindi alle vittime della globalizzazione, al ceto medio massacrato da una politica dell’amministrazione democratica che ha rilanciato l’economia americana al prezzo di una svalutazione del costo del lavoro (di tutela del lavoratore non se ne parla ne ora ne mai). I contratti al ribasso per rilanciare l’industria dell’auto con i prestiti federali sono solo un esempio tra i più eclatanti e significativi che hanno portato all’impoverimento del ceto medio.
La globalizzazione del mercato ha fatto il resto, facendo crescere la delocalizzazione e di conseguenza la de-industrializzazione di interi distretti; ha messo in crisi gli agricoltori e gli allevatori, costretti a misurarsi con le importazioni a basso costo provenienti dalle aree messe a coltura dalle multinazionali bel terzo e quarto mondo, con, tra l’altro, effetti disastrosi sulla conservazione del clima e dell’ambiente; ha piegato tutta l’industria manifatturiera, quella che dà il maggior contributo all’occupazione, stroncata dalle importazioni cinesi e dalle altre aree del mondo, magari per il tramite del Messico o del Canada. Da qui una drastica riduzione del salario e dell’occupazione e circa 100 milioni di abitanti, un terzo del paese, ridotti a percepire un reddito che li colloca sulla soglia della povertà Il candidato Trump, che nel frattempo aveva falcidiato i concorrenti in campo repubblicano, strizzando l’occhio agli evangelici fondamentalisti e retrogradi, alle componenti razziste della società, al proletariato bianco spaventato dall’immigrazione, conquistandoli, è riuscito a saldare il suo rapporto con questi gruppi
apparentemente contrapposti di componenti della società.
A questo mix si è aggiunta la sua politica contro l’immigrazione. In questo settore Trump ha giocato gli appartenenti all’immigrazione regolare – e che votano – contro quelli, e sono tanti, che fanno parte dell’immigrazione irregolare, facendo leva sull’interesse dei primi. E’ noto che gli immigrati, benché regolarizzati, ricoprono comunque in maggioranza i posti di lavoro più umili e peggio pagati. Ebbene contro
costoro Trump ha agitato la minaccia della sanatoria, promessa dalla sua avversaria agli immigrati non regolarizzati, in clandestinità, spesso da 15 anni, che ricoprono un settore di occupazione con salari ancora inferiori a quelli di ogni altra categoria, compresa quella degli immigrati regolarizzati. Sanare le loro posizioni – una sanatoria non c’è da circa 15 anni – avrebbe aumentato enormemente il mercato del lavoro degli immigrati, impoverendoli ulteriormente in quanto sarebbe aumentato a dismisura l’esercito industriale di riserva legalizzato. Viene da qui il voto favorevole a Trump di questo settore della popolazione. Il provvedimento tardivo di Obama di fissare una quota minima di salario per legge non solo è arrivato in ritardo per essere credibile, ma non poteva risolvere la situazione strutturale.
Inoltre durante i suoi otto anni di governo Obama ha fatto ben poco per i neri, al punto che sia la classe media nera come la massa dei diseredati si è disinteressata dalla campagna elettorale scegliendo di non schierarsi.

Trump tra gli operai, i farmer e la minoranza bianca

Trump ha capito queste contraddizioni e le ha cavalcate, promettendo misure contro le aperture dei mercati attraverso la liberalizzazione del commercio, tasse alle importazioni dai paesi come il Messico nei quali l’industria americana ha delocalizzato la produzione, sostenendo che il paese è abbastanza ricco e forte e dispone di un mercato interno così vasto da sostenere da solo l’espansione della propria economia, a condizione di saper impedire ai capitalisti non americani di fare affari in Usa soprattutto attraverso le importazioni. Trump ha interpretato in chiave moderna e di classe il tradizionale isolazionismo della politica repubblicana, non pretendendo come i repubblicani che avevano in mano il suo partito di esportare la democrazia a suon di
bombe, ma promuovendo una intesa possibile con la Russia di Putin in nome della divisione delle sfere di influenza.
Questa strategia aveva e ha il doppio effetto di ridurre i settori di conflitto, recuperare risorse per contrastare la Cina, vista come il vero concorrente commerciale e l’avversario geopolitico degli Usa, ma soprattutto di contenere l’Europa e la Germania. Una politica espansiva e di confronto della Nato verso la Russia in Europa serve solo gli interessi tedeschi e il bisogno della sua industria di utilizzare l’Europa dell’Est come bacino d’espansione del mercato tedesco e come luogo nel quale stanziare il proprio esercito industriale di riserva a bivaccare, riservando di attingervi alla bisogna attraverso l’immigrazione temporanea e trasfrontaliera. E tutto questo facendone pagare i costi agli USA, principali azionisti della NATO. Nulla che faccia comodo agli Stati Uniti e ai loro interessi economici e politici. Da qui la convergenza con Putin. Più
comodo, molto più comodo lasciare l’Europa a gestirsi il problema dell’immigrazione e la pressione del sud del mondo verso le sue frontiere, con l’impossibilità di contenere un’immigrazione che fino a quando si dirige verso l’Europa preoccupa di meno gli Stati Uniti.
Sbagliano le destre populiste europee se vedono in Trump un possibile alleato, perché i suoi calcoli non sono ideologici, ma frutto di pragmatismo. E non inganni l’apertura verso la Gran Bretagna risucchiata nell’orbita statunitense, sia come ospitante dei mercati finanziari (in questo senso va letta l’apertura a Teresa May) ai quali si chiede un riorientamento verso gli investimenti in Usa, sia per indebolire l’Europa nella sua
capacità di confronto con l’economia Usa.
Sul piano interno Trump ha infatti bisogno di capitali per investire nelle infrastrutture delle quali il paese è carente e delle quali ha bisogno sia per rilanciare l’economia che per sostenere l’occupazione e il profitto, ponendo rimedio alla probabile e possibile restrizione dell’occupazione, come prima conseguenza del nuovo isolazionismo Usa e della restrizione del commercio internazionale.
Quello che non è certamente vero è che Trump e i gruppi finanziari e industriali che lo sostengono non hanno un programma politico ed economico, come la stampa prezzolata americana ha cercato di spiegare per sostenere che la politica della .Clinton era la sola supportata da un progetto razionale e che perciò andava votata per il bene del Paese.

Gli alleati di Trump e la sua politica

L’atteggiamento della grande stampa americana, che possiamo definire di regime, tende a nascondere – o almeno lo ha fatto fin’ora – gli sponsor economici e politici di questa strategia. Ne fanno parte le industrie energetiche e soprattutto quelle petrolifere, prime tra tutte quelle interessate alla costruzione dell’oleodotto dall’Alaska, che fanno una bandiera dall’autonomia energetica del paese; l’industria delle armi (soprattutto
quella che gestisce il mercato interno delle armi) e quella spaziale; quegli operatori finanziari che ambiscono a gestire un mercato riorientato dei capitali finanziari, prova ne sia che tra i futuri membri del governo troviamo personaggi provenienti dal mondo finanziario e delle banche, né più né meno di quanto sarebbe avvenuto con un governo formato dalla Clinton.
Certo mancano i sodali in affari – per ora – che furono della Clinton, come l’Arabia Saudita il Quatar, i paesi del Golfo, mentre si propongono come partner Erdogan e Al Sisi, I partiti populisti europei ragionano in termine di vicinanza ideologica, non avendo ancora capito che è il pragmatismo a guidare la nuova amministrazione americana, alle prese con un problema veramente serio, costituito dal distacco politico che si sta aprendo a livello sociale, testimoniato da una parte certo minoritaria, ma presente per la prima volta sulla scena politica, di gruppi sociali che rifiutano l’alternativa secca tra Repubblicani e Democratici.
Si spiegano anche con queste motivazioni le dichiarazioni del neo Presidente che ridimensionano in parte il suo programma elettorale almeno in relazione ad alcuni aspetti tuttavia significativi. Siamo convinti che ciò non costituisce una rinuncia all’attuazione piena del programma alla restrizione dei diritti civili in materia di
aborto e matrimonio omosessuale, a una politica anti femminile, a restrizioni sul piano dei diritti civili, alla lotta contro l’immigrazione. Mentre le dichiarazioni contro la presenza dei musulmani sono destinate a ridimensionarsi non altrettanto lo saranno le politiche rispetto alla minoranza Afro-americana. Questa componente della popolazione va punita non solo per l’astensione dalla lotta politica e per non essersi schierata con il vincitore, ma anche perché è il principale obiettivo dell’elettorato bianco, perché ha osato con un presidente nero – Obama – ambire alla gestione del potere e pertanto va riportata all’ordine e questo serve a soddisfare i sostenitori estremi di Trump che vorrebbero vedere la separazione razziale introdotta almeno nelle scuole, anche al fine di impedire la formazione di un ceto medio nero, considerato tra le componenti non
bianche il solo gruppo sociale capace di insidiare veramente la dominanza bianca. Insomma i neri devono pagare e per molto tempo l’elezione di Obama anche se questi poco di reale ha fatto per migliorare la loro condizione.

La prossima guerra di classe ventura

Queste prime sintetiche riflessioni sui risultati delle elezioni Usa autorizzano almeno due considerazioni, una sul piano internazionale e una sul piano interno degli Usa e degli altri paesi occidentali.
Ciò che è avvenuto in Usa rappresenta la fine ingloriosa dei partiti progressisti nei quali si erano trasformati anche i partiti socialisti storici dopo la crisi del comunismo e delle politiche della sinistra. In particolare i partiti socialdemocratici europei che hanno dichiarato di aver “adottato la terza via” sono divenuti i più coerenti sostenitori delle teorie neo liberiste, predicando l’austerità, i sacrifici e il pareggio di bilancio a tutti
i costi. E’ la fine manifesta e dichiarata del bleirismo, dimostratosi incapace di raccoglie e di rappresentare il bisogno di una società più egualitaria dopo la caduta dell’ipotesi socialista. Rappresenta la campana a morto nel mondo globalizzato per quelle forze che come il PD in Italia si propongono in un ottica modernista e efficientista per la gestione degli interessi del capitale finanziario e del blocco di classe capitalista che ruota intorno alle oligarchie internazionali. Si tratta di capire soltanto – e non è poco – se la cosiddetta sinistra soccomberà a opera di partiti populisti, sostenitori di un nuovo fascismo, intendendo con ciò riferirsi a un sistema oligarchico, razzista e xenofobo, caratterizzato da una forte limitazione delle libertà civili, oppure farà in tempo a realizzarsi una rigenerazione delle forze libertarie e socialiste, caratterizzate a loro volta almeno da una visione sociale che, anche semplicemente sostenga le libertà politiche, la solidarietà sociale e una tendenziale uguaglianza, a prescindere dalle appartenenze religiose, sessuali, etniche.
Si tratta di capire se, sotto la spinta e dopo un periodo oscuro e più o meno lungo di sofferenze e di lotte potrà rinascere un progetto di società più giusta e potranno essere elaborate nuove strategie di gestione sociale forti del fatto che il mondo è ormai globalizzato e che hanno fatto irruzione sul mercato mondiale i proletariati e
i ceti proletarizzati di tutto il pianeta.
E’ un fatto che la vecchia strategia di divisioni in classi non regge sia che il capitale finanziario e industriale voglia giocare il ceto medio in contrapposizione alla classe operaia, quanto meno perché i nuovi rapporti produttivi instaurati cancellano e proletarizzano il ceto medio, né appare credibile la strategia di alleanza tra lavoratori e ceto medio in funzione anticapitalistica, e questo malgrado la concentrazione inarrestabile del capitale finanziario. Le trasformazioni indotte sul mercato del lavoro – se questo viene osservato a livello globale – permettono di rilevare la crescita esponenziale di quello che una volta veniva definito proletariato industriale e trasformano i lavoratori della terra in una massa enorme di lavoratori subordinati alle grandi multinazionali dell’industria manifatturiera e dell’agro-alimentare che controllano il mercato e le banche dei semi, distruggendo progressivamente la bio-diversità. E tutto ciò avviene, mentre la ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi, riducendo gli altri a servi la cui vita è insicura e incerta, senza prospettive.
In questa “nuova” società si è interrotta ogni possibilità di mobilità sociale di ceti e persone, è venuta meno la possibilità di cambiamento ed è contro questa situazione stagnante che è in atto la ribellione, soprattutto nei centri di gestione del capitale come gli Stati Uniti.
Questo è il solo vero nemico di Trump e il nuovo Presidente Usa lo sa; ne sono prova le sue dichiarazioni apparentemente concilianti, dettate dalla consapevolezza di quanto sia delicata la situazione che si trova ad affrontare.

La redazione