Almaviva & C : la morte del lavoro

Secondo l’Unità per la gestione delle vertenze delle imprese in crisi del Ministero dello Sviluppo Economico, a marzo di quest’anno erano attivi 148 tavoli di trattativa per la soluzione delle vertenze aziendali (nel 2015 sono state coinvolte 151 società). Le regioni più interessate sono state Lombardia, Lazio, Veneto, Campania ed Emilia-Romagna. Il settore maggiormente in crisi è quello dell’industria pesante, seguono quello delle telecomunicazioni, dell’elettronica e del tessile. Ma anche agroalimentare, chimica e petrolchimica, edilizia ed energia.
La più attuale di queste vertenze è quella della società Almaviva la quale ha annunciato l’apertura di una procedura di riduzione del personale e una nuova riorganizzazione aziendale. Dopo il ritiro della proposta di accordo da parte dell’azienda il 19 dicembre, è stato proclamato uno sciopero ma l’azienda “ha espresso la propria indisponibilità all’utilizzo della Cigs e ribadito il taglio secco del salario contrattuale dei lavoratori in
tutte le sedi di Almaviva in Italia come unica soluzione alternativa ai licenziamenti”. La trattativa ha cercato di salvare le due sedi (Roma e Napoli) del call center Almaviva Contact con i loro 2.511 dipendenti a rischio licenziamento. Ricorrendo all’utilizzo degli ammortizzatori sociali e alle uscite volontarie. Solo per la sede di Napoli è stato chiuso l’accordo, rifiutato invece dalla rappresentanza sindacale romana per la quale sono
previsti 1666 licenziamento va verso la chiusura e nei prossimi 120 giorni, potrebbero partire le lettere di licenziamento. Salvi, invece, almeno per ora e per i prossimi tre mesi, gli 845 colleghi della sede di Napoli, i cui rappresentanti hanno deciso di firmare l’accordo che prevede l’attivazione della Cigs entro il 31 dicembre 2016 e sino al 7 aprile 2017.
Dal 2012 è in piedi la vertenza Alcoa che produce alluminio e che ha deciso di fermare la produzione nello stabilimento di Portovesme (Sulcis), dove lavorano 800 persone tra dipendenti e indotto. Per molti di loro la copertura degli ammortizzatori sociali scadrà entro il 31 dicembre ed è in piedi la questione relativa alle bonifiche del sito.
Sempre aperta la vertenza Ilva. Dopo nove decreti in 5 anni, inchieste, sequestri e processi, qualcosa si muove. C’è in corso lo sblocco di 1,3 miliardi, la maggior parte dei quali è stata prima oggetto di sequestro penale. La somma dovrebbe essere trasferita dalla Svizzera, via Procura di Milano, dopo l’accordo tra l’Ilva e la famiglia Riva ma ci vorranno almeno 3 miliardi per ripartire. I 50 milioni che la legge finanziaria avrebbe
dovuto destinare alla cura dei bambini vittime delle esalazioni inquinanti della fabbrica sono saltati e non viene sostenuta la richiesta del Governatore Emiliano che chiede di alimentare gli impianti con il gas abbandonando il carbone inquinante. Oggi l’Ilva conta circa 15mila dipendenti.
Per circa un anno e mezzo i lavoratori delle ex acciaierie Lucchini di Piombino sono stati in cassa integrazione a zero ore. L’azienda è stata ceduta all’Aferpi, una società creata dal gruppo algerino Cevital per gestire gli impianti e garantire la continuità produttiva e la capacità di rifornire i treni di laminazione. Il piano industriale è fermo e, dopo la cassa integrazione, gli operai hanno fatto i conti con un regime contrattuale di
solidarietà. Gli addetti dell’impianto siderurgico che rischiano il posto sono 2 mila Nel frattempo le banche non finanziano, le bonifiche sono bloccate e, senza risorse immediate – denunciano i sindacati – l’azienda fermerà l’attività all’inizio del 2017.
Completa lo smantellamento delle aziende del settore dell’acciaio con la prospettata chiusura degli stabilimenti Vesuvius di Macchiareddu (Cagliari) e Avezzano, in Abruzzo, che non hanno più un lavoro. La procedura di licenziamento collettivo, avviata dalla multinazionale inglese dell’acciaio il 26 settembre scorso, si è perfezionata nei giorni scorsi al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. A rischio 181 lavoratori. La
produzione verrà delocalizzata nei paesi dell’Est Europa.
In crisi l’occupazione anche nel settore della distribuzione dove l’azienda Mercatone Uno ha chiesto il concordato preventivo già nel gennaio 2015 denunciando 780 milioni di debito e mettendo a rischio 4000 mila lavoratori. Non si vedono soluzioni alla crisi.
Grave la crisi alla Novelli, importante realtà imprenditoriale dell’agroalimentare italiano da quattro anni in concordato preventivo presente in Umbria, Lazio e Lombardia con 500 addetti la salvaguardia dei posti di lavoro. Nel frattempo i lavoratori sono sul lastrico con gli stipendi ridotti, negli ultimi 4 mesi, a 500 euro.
Emblematica e significativa la situazione nella quale versa la Selcom Group un’azienda di EMS (Electronic Manufacturing Services) internazionale e molto evoluta che progetta, collauda e produce apparati e sistemi elettronici e meccanici. La scorsa estate il gruppo ha rivelato di avere ingenti problemi finanziari. Il fatturato è crollato tra il 2014 e il 2015 da 280 a 200 milioni di euro. La Selcom occupa 770 lavoratori distribuiti negli stabilimenti di Castel Maggiore di Bologna (360), Palermo (110), Belluno (290) e Milano (10).
E poi ci sono le sedi all’estero, in Cina, Turchia e Stati Uniti. Mentre le banche latitano l’azienda è sostenuta al momento dai clienti che hanno garantito chi contratti, chi pagamenti immediati. In questa situazione l’azienda benchè altamente produttiva rischia il fallimento.
Questa sintetica panoramica delle crisi aziendali più urgenti, che avrebbe dovuto vedere l’impegno del Governo è stata per troppo tempo trascurata da un governo impegnato a rincorrere l’interesse del capitale finanziario e a perseguire i suoi scopi sulle riforme istituzionali.
A volte gli elettori sono saggi e sanno chi punire!

Gianni Cimbalo