Referendum costituzionale: perché NO

I valori della Costituzione sono da custodire, anche se alcuni istituti potrebbero essere da riformare.
Nessuna riforma però va presa a scatola chiusa. Quella su cui si voterà nel referendum va nella direzione del rafforzamento del potere dell’esecutivo.
Questa esigenza che fu propria del costituzionalismo fascista e che caratterizzò la sua riforma istituzionale si accompagna, come quella che l’ha preceduta, alla riforma della legge elettorale, con la differenza che “l’italicum” , la legge elettorale attuale, è ben peggiore della legge Acerbo che diede il controllo totale delle istituzioni al fascismo, basta mettere a confronto i due testi.

(italicum Legge, 06/05/2015 n° 52, G.U. 08/05/2015.
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/05/08/15G00066/sg;
Legge Acerbo: http://storia.camera.it/img-repo/ods/2013/06/25/CD1710000014.pdf)

Ciò premesso ecco in sintesi i motivi per votare NO

1) Non si cambia la Costituzione a stretta maggioranza, quella governativa
La Costituzione attuale, pur implicando un cambio di regime, della forma di Stato e di quella di governo, fu approvata con quasi il 90% dei voti. La riforma attuale è stata approvata con il 55%, addirittura un po’ di meno di quelli serviti per la maxi riforma precedente, quella del governo Berlusconi, poi bocciata nel referendum di
dieci anni fa. Con maggioranze così striminzite la Costituzione diventa una legge qualsiasi in mano alla maggioranza governativa.
“Abbiamo i numeri”, hanno detto i suoi sostenitori, i quali ritengono che chi vince le elezioni diventa proprietario delle istituzioni.

2) La Costituzione è stata riformata da una maggioranza fittizia
Ma c’è di più: la maggioranza del 55% è fittizia perché gonfiata dal premio di maggioranza previsto dal sistema elettorale Porcellum, dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale. Il Parlamento non ha dato esecuzione a questa sentenza: e si capisce perché, altrimenti la maggioranza avrebbe dovuto assegnare alle minoranze (5stelle, Forza Italia, ecc.) tutti i seggi ottenuti grazie al premio illegittimo e la riforma non sarebbe passata. Così una maggioranza che, al netto di quel premio, è in effetti una minoranza ha riformato ben 40 degli 85 articoli della seconda parte della Costituzione .

3) La riforma intacca la sovranità popolare impedendo l’elezione dei senatori
Si dice che la prima parte, quella dei diritti, non è stata toccata. In realtà la riforma deroga di fatto proprio all’art. 1 della Costituzione, secondo cui “la sovranità appartiene al popolo”. Infatti, il Senato non sarà più eletto dai cittadini, ma dai consiglieri regionali. E neppure proporzionalmente ai voti dei cittadini, giacché le vigenti leggi elettorali regionali hanno prevalentemente carattere maggioritario. Peraltro, il nuovo Senato sarà
composto dagli stessi consiglieri regionali designati e da un sindaco per ogni Regione, eletti in base ad appartenenze partitiche e quindi senza vincolo di mandato da parte delle istituzioni dalle quali provengono.
Questi senatori part time – ma con piena immunità parlamentare, come i deputati – sono l’emblema di un organo costituzionale privo, come avviene per una Città Metropolitana qualunque, dell’investitura popolare.

4) La riforma accentra i poteri nello Stato a scapito delle Regioni
Il nuovo Senato non rappresenta più – come ora, insieme alla Camera – la Nazione, cioè tutti i cittadini, ma solo le “istituzioni territoriali” (Regioni, Comuni). Dovrebbe funzionare, quindi, da organo di intermediazione e coordinamento tra Stato ed istituzioni locali. Ma in realtà sarà privo di poteri effettivi perché il nuovo riparto di
competenze tra Stato e Regioni è sbilanciato a favore dello Stato. Questo, infatti, ha una competenza esclusiva su equivoche “disposizioni generali e comuni” in una serie di materie (governo del territorio, istruzione, salute, politiche sociali, sicurezza alimentare, attività culturali e turismo). Inoltre, su proposta del Governo, la Camera può intervenire anche in tutte le altre materie quando ravvisi esigenze di tutela non solo dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ma anche di un asserito “interesse nazionale”, che è un concetto indefinito e indefinibile riempito di volta in volta di contenuti dalla maggioranza di turno, ovvero dal Governo.
Le Regioni vengono ridotte così a poco più che organi integrativi dello Stato, se non proprio amministrativi (e il fatto che negli anni questa deriva sia stata realizzata dalle stesse Regioni non pare una buona ragione per ridurne anche formalmente il potere legislativo). Vengono fatte salve però quelle a statuto speciale: e che la Sicilia o il Friuli debbano continuare ad essere privilegiate rispetto alla Toscana, all’Emilia Romagna o alla Lombardia appare oggi davvero sconcertante.

5) La riforma non semplifica ma complica l’azione legislativa
La fine del “bicameralismo perfetto” non produrrà una semplificazione dell’azione legislativa. Non è vero che finirà il ping-pong delle leggi da una Camera all’altra.
Il Senato, infatti, continuerà a svolgere insieme alla Camera funzioni riferite alla legislazione statale e perfino alle riforme costituzionali ed eleggerà in proprio due giudici della Corte costituzionale (mentre i 630 deputati ne eleggeranno solo tre: una sproporzione ingiustificabile). E avrà inoltre possibilità di intervento – talvolta eventuale, talaltra obbligatorio e pure rafforzato – anche nel procedimento legislativo monocamerale. Si tratterà, certo, di un potere in definitiva impari nei confronti della Camera, che avrà in tutti i casi l’ultima parola.
Tuttavia, è evidente l’inedita e pasticciata complicazione di procedimenti legislativi (se ne contano dodici di tipo diverso).

6) La riforma non rende più efficiente il sistema
Che il sistema attuale non sia abbastanza “decidente”, se non al costo di “inciuci” di ogni genere, è in buona misura una affermazione propagandistica: se la maggioranza è coesa i tempi sono rapidi, tanto che l’attuale governo, pur frutto di una maggioranza raccogliticcia, si vanta (a parte la discutibilità del merito) di aver approvato in due anni leggi che non si approvavano da venti: dal mercato del lavoro alla pubblica amministrazione, dalla Rai, al sistema elettorale, alla stessa riforma costituzionale, perfino alle unioni civili.
Può essere vero che dal punto di vista tecnico la via più efficace per aumentare la governabilità è il monocameralismo, preferibile se accompagnato da forti contrappesi, come ad esempio una legge elettorale proporzionale, eventualmente con sbarramento.
Rimane il fatto che la ragione prima dei ritardi è la mediazione di interessi da mettere a punto ogni volta che il Governo assume una decisione e questa è un prodotto diretto del sistema economico e del rapporto che le diverse lobbie hanno con il potere. Per incidere su questo fenomeno sarebbe necessario un cambio radicale dei rapporti fra capitale e lavoro, il controllo dei potentati finanziari, una democrazia effettiva e partecipata dei cittadini, in grado di esercitare il controllo e la revoca, se del caso, del mandato. Come si vedea altro che monocameralismo (imperfetto).

7) Si dice che la riforma abbatte i costi della politica
Premesso che i costi della politica non giustificano il declassamento di un organo costituzionale comunque essi non vengono ridotti in maniera significativa. Il Senato costa, infatti, 530 milioni all’anno, ma di questi solo 79 riguardano le indennità dei 315 senatori e 21 le spese per i gruppi parlamentari. Il resto sono spese fisse (stipendi dei dipendenti e costo dell’organizzazione), che rimarranno in piedi. Il risparmio sarà di soli cento milioni all’anno: una cifra irrisoria se si pensa che solo per fare il referendum sulle trivelle in un giorno diverso dalle elezioni amministrative – all’evidente scopo di non agevolare il raggiungimento del quorum – sono stati spesi 300 milioni.

8) La riforma si combina dannosamente con la legge maggioritaria Italicum
A dare la fiducia sarà solo la Camera, unico organo ad investitura popolare. Ma occorre considerare che, per effetto del sistema elettorale Italicum a forte effetto maggioritario, la maggioranza di 340 seggi sarà di appartenenti a una sola lista: quella che avrà ottenuto almeno il 40% dei voti o, se di meno, avrà prevalso nel turno di ballottaggio. Una maggioranza, quindi, oltre che sproporzionatamente sovradimensionata rispetto
all’effettivo consenso elettorale ricevuto, di fatto obbligata, se vuole durare fino alla fine della legislatura (come sta accadendo alla maggioranza attuale), a dare la fiducia a chi in realtà è il suo padrone: il governo e il suo capo.
Considerato poi che ormai vota circa il 50% degli aventi diritto e che non è ipotizzabile un’inversione della partecipazione elettorale, per governare basterà avere il 25 % dei voti circa del totale degli aventi diritto.

9) La riforma affida al Governo il controllo dell’attività legislativa della Camera
Il controllo pieno del governo sulla maggioranza della Camera si manifesterà ancor più nell’esercizio dell’attività legislativa. Già ora esso ha la possibilità di utilizzare i decreti-legge e i voti di fiducia, anche su materie non rientranti nel suo programma (come di recente sulle unioni civili). Su questo fronte l’attuale governo ha raggiunto un record assoluto. La sua attività è stata agevolata, inoltre, da forzature regolamentari
come il contingentamento dei tempi di discussione e i maxiemendamenti o emendamenti–canguro, che vanificano l’obbligo costituzionale di approvare le leggi articolo per articolo. La riforma aggiunge ora a tutto questo il voto con priorità e a data certa (70 giorni) sui disegni di legge dichiarati dal governo come “essenziali per l’attuazione del suo programma”. La Camera diventerà, in sostanza, prevalentemente un organo di ratifica dell’operato del governo, come è avvenuto recentemente in Francia per l’approvazione della legge contro il lavoro.

10) Il risultato: un premierato assoluto con indebolimento dei contrappesi
Per riepilogare:
a) la funzione legislativa si sposta in una serie di materie nominate, e anche nelle altre tutte le volte che il Governo ravvisi un interesse nazionale, dalle periferie al centro;
b) qui, nella stragrande maggioranza dei casi, la competenza esclusiva a legiferare è della sola Camera, la cui maggioranza – grazie al sistema elettorale fortemente maggioritario – è della lista governativa;
c) perciò a gestire gli equilibri, cominciando dall’ordine del giorno, è il Governo e, in particolare, il suo capo, leader della lista di maggioranza. Questa vertiginosa concentrazione di potere – una forma di premierato assoluto – sarà favorita poi dall’indebolimento degli attuali contrappesi.
La diminuzione del numero dei parlamentari determinerà, infatti, un forte abbassamento dei quorum previsti per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti del CSM (da 570 voti a 438, destinati ad abbassarsi se calcolati sui soli votanti) e dei giudici costituzionali (da 570 ad appena 60 per quelli eletti dal Senato e a 378 per quelli della Camera, praticamente alla portata dei 340 voti della lista di maggioranza).

Per ultimo e non da ultimo rileviamo che il testo revisionato della Costituzione è scritto in un pessimo italiano, è spesso lessicalmente incomprensibile, scoordinato e scomposto anche sotto il profilo linguistico. Ricordiamo che i Costituenti, quelli veri, ebbero l’umiltà di sottoporre il testo una volta definito all’esame dell’Accademia
della Crusca, coscienti dei loro limiti e desiderosi di licenziare un testo privo di imperfezioni. Ma loro non erano arroganti !
Molti di questi difetti vengono riconosciuti da alcuni sostenitori della riforma, che tuttavia li minimizzano come semplici limiti o imperfezioni tecniche, modificabili successivamente.
Non si tratta come s’è visto di mere disfunzioni, ma di scelte precise volte a rendere nulli i controlli delle minoranze. A costoro rispondiamo che non c’è motivo o necessità di accettare un prodotto, che si sa già essere difettoso e trasformare il referendum in un plebiscito a favore del Governo. Se si dimetterà ne saremo felici anche se sottolineeremo che le vere ragioni del suo allontanamento dipendono dalle scelte in materia economica, dalla politica del lavoro e dell’occupazione, dall’attacco ai diritti civili, alla sanità, alla scuola ecc.
D’altro canto, la previsione di modifiche alla Costituzione, nel momento stesso di approvarla, riduce la Costituzione ad una legge tra le altre, transitoria e priva di “superiorità di fronte alle effimere maggioranze parlamentari”.
Sono quindi meditate ragioni di metodo e di merito quelle che motivano il NO.
Non si può cambiare una Costituzione riservandosi di vedere l’effetto che fa.

LA NUOVA