L’IRAN COME ARCHETIPO DI UN ALTRO ISLAM

Il ritorno dell’Iran sul mercato mondiale stimola gli appetiti di tutti gli operatori economici verso i suoi 80 milioni di consumatori, per le sue ricchezze petrolifere e minerarie. Ma c’è dell’altro: il suo ruolo strategico nell’area mediorientale e come ponte verso la Cina e l’India; la sua importanza all’interno dello scontro che si consuma nell’islam tra sunniti e sciiti, tra fondamentalisti e moderati; la sua struttura istituzionale originale, offerta come modello alternativo alle democrazie occidentali e al governo dei Califfi comunque mascherati rappresentano delle possibili variabili della politica globale.
Lo sciitismo duodecimano ha prodotto nel tempo una ideologia politica, una visione dello Stato che ha trovato una compiuta realizzazione in Iran. Gli osservatori esterni al mondo islamico cadono spesso nell’errore di considerare il sistema politico iraniano monolitico e impenetrabile, e perciò del tutto incomprensibile perché l’Iran, a differenza di altri paesi che si proclamano islamici non ha fatto proprio – sia pure adattandolo alla
shari’a – il modello istituzionale imposto dai colonizzatori occidentali. Il sistema istituzionale della Repubblica Islamica dell’Iran è infatti estremamente eterogeneo, caratterizzato dalla presenza di numerose fazioni che sono il frutto dell’evoluzione politica della storia iraniana, ricca e complessa, largamente influenzata dai rapporti
intrattenuti dal Paese con le potenze mondiali che in epoche diverse hanno cercato di impossessarsene.
E’ pur vero che l’Iran attuale nasce dalla rivoluzione khomeynista del 1978-’79 ma essa è a sua volta il frutto di uno scontro profondo nel Paese tra innovatori e conservatori, tra laici e clericali, fazioni che all’interno della storia iraniana assumono un particolare significato . L’Iran divenne oggetto della politica delle grandi potenze dopo il 1857 quando britannici e russi, che avevano ridimensionato le aspirazioni del paese occupando l’Afganistan ( gli inglesi) e gran parte dell’Armenia la Georgia, il Derbent, L’area di Baku con i suoi giacimenti petroliferi, Shirvan e quelle che poi divennero le repubbliche centroasiatiche sovietiche a prevalente presenza islamica.Da allora in poi le due grandi potenze dominarono il settore commerciale gestendo prestiti, banche,
risorse, infrastrutture. Per meglio controllare il Paese vennero attuate alcune riforme, ma mentre le forze che governavano lo Stato dipendevano da russi e britannici, erano i gruppi tribali che si opponevano alla centralizzazione e alla creazione di uno Stato moderno.

Il ruolo del clero sciita nella modernizzazione del Paese

Un discorso a parte va fatto per il clero sciita. In assenza dell’Imam, come guida suprema, gli esponenti religiosi più devoti e ricchi di spiritualità erano considerati come delle autentiche guide della comunità. Gli ulema si opponevano alla laicizzazione e nel farlo assumevano sempre di più un ruolo politico per contrastare l’istituzione e la diffusione di scuole laiche, fuori dalla giurisdizione dei mullah e si battevano contro le
concessioni al barone P. J. Reuter del 1872 e del 1889, (la prima concessione petrolifera venne fatta invece nel 1901 agli inglesi) affermando che in tal modo si svendevano gli interessi persiani agli stranieri e si riducevano i mercanti persiani a intermediari tra imprese estere e popolo. Nel 1891 un movimento di opposizione alla
monopolizzazione del tabacco contribuì a saldare i legami tra la borghesia e i mercanti del bazar che costituivano da sempre la componente più attiva dell’economia del Paese. All’interno del clero prevalsero i mullah cosiddetti “liberali” e venne approvata una prima Costituzione nel 1906 che subordinava lo Scià a un governo costituzionale, proclamava l’Islam religione ufficiale dello Stato e impegnava il governo ad applicare la
shari’a. Queste scelte agevolarono il progressivo consolidamento del potere dello Scià e nel 1921 con il colpo di stato di Reza Khan il regime politico del paese finì per assumere una certa stabilità Non bisogna dimenticare che durante la Prima guerra mondiale vi era stata l’occupazione di truppe russe e britanniche e che gli inglesi
avevano cercato di farsi attribuire il protettorato sul Paese. Negli anni successivi si assistette nel Paese a una progressiva stabilizzazione di un regime autoritario al pari di quanto avveniva in molti paesi del mondo e nel 1925 Reza Khan si proclamo Scià di Persia. In tal modo il Paese era entrato definitivamente nella storia moderna. Il totalitarismo prevalse in Persia sostenuto dall’esercito e da una pubblica amministrazione centralizzata e fedele allo Scià per tutto il ventennio successivo. Egli prevalse sulle élite religiose e tribali, mise fuori legge il Partito comunista e ridimensionò il potere degli ulema introducendo l’ istruzione laica, creando l’Università statale di Teheran e dando meno fondi alle madrase (le scuole religiose) L’amministrazione
giudiziaria venne riformata disapplicando la shari’a e introducendo il diritto statale, l’economia venne modernizzata con la costruzione di una rete ferroviaria, l’istituzione della banca centrale, delle comunicazioni postali e telegrafiche, la creazione di un’industria leggera per soddisfare i consumi interni. L’estrazione del petrolio faceva affluire valuta pregiata, ma creava anche un forte risentimento contro gli stranieri tanto che l’estensione delle concessioni venne ridotta.
Durante la seconda guerra mondiale il controllo del paese venne assunto dagli inglesi e poi dagli Stati Uniti interessati a garantire le linee di rifornimento di petrolio alle proprie truppe ma finita la guerra nel 1951, eletto dal Majles, divenne Primo Ministro Mohammad Mossadeq intenzionato a introdurre una democrazia di stampo occidentale, instaurare una monarchia costituzionale, il quale provvide a nazionalizzare l’industria
iraniana del petrolio controllata dagli inglesi. Egli confidava nel sostegno degli Stati uniti i quali invece si schierarono con gli inglesi e Mossadeq, indebolito sul piano interno, perché aveva perso anche il sostegno del “clero” sciita, allora guidato dall’ayatollah Kashani, contrario a ogni riforma sociale di tipo laico venne deposto da un colpo di Stato ad opera dello Scià e dei servizi segreti USA e sconfitto malgrado una iniziale
resistenza proprio grazie all’appoggio fornito dal clero sciita allo Scià e all’esercito. Le Sette sorelle poterono così ripristinare il pieno controllo sul Paese.
Gli anni dal 1953 al 1977 furono caratterizzati da grandi riforme e da un forte processo di modernizzazione in campo sociale che migliorarono la condizione femminile (istruzione, lavoro, divorzio, diritto di voto). Tuttavia i programmi di rinnovamento suscitarono malcontento sia a causa di un progressivo impoverimento della popolazione (fallimento della riforma agraria, impoverimento progressivo della borghesia mercantile) che per l’attitudine autoritaria del regime e la persecuzione feroce di ogni forma di opposizione da parte della Savak, la polizia politica.

La Rivoluzione iraniana del 1979 e e l’introduzione del velayat-efaqih nella Costituzione

A partire dagli anni sessanta si era creata una rete di oppositori che aveva il suo fulcro nel clero sciita, contrario alla riforma agraria voluta dallo Scià. Nel 1963 venne indetto un referendum a sostegno della politica del Governo, contrastato da grandi dimostrazioni guidate dall’ayatollah Khomeyni, che aveva la propria sede nella città santa di Qom, il quale l’anno successivo venne esiliato in Iraq. Khomeyni nella sua opera “ Il governo islamico” proponeva una riforma religiosa e sosteneva la necessità che i mullah si impegnassero attivamente in politica ribellandosi contro gli abusi della monarchia. A governare lo Stato doveva provvedere l’autorità spirituale del giureconsulto il Velāyat-e faqih (in persiano: هS ت فقی S ولی , “tutela del giurisperito”) o più precisamente “autorità cognitiva (assoluta) del giurisperito”. Il giurista musulmano, in quanto religioso esperto della legge (shari’a), che è emanata direttamente da Dio, è l’interprete autentico di essa, nella sua veste di mujtahid. Perciò ha il compito di sovrintendere a ogni azione del Parlamento che deve conformarsi a quella che il giurista (faqih) ritiene essere la corretta interpretazione della shari’a. Si tratta di un concetto antico della tradizione sciita duodecimana che riconosce il ruolo di guida (o anche di «custodia», di «guardiani») del faqih, il giurista islamico, sulla comunità dei credenti. Da questa intuizione nasce e prende forma un complesso sistema istituzionale che è proprio dello sciitismo iraniano.
Il sistema istituzionale iraniano è articolato su due livelli: gli organi eletti dal popolo e altri che sono di diretta emanazione religiosa All’apice è posta la Guida Suprema che poggia la sua autorità su due organismi non elettivi, il Consiglio dei Guardiani e il Consiglio per i pareri di conformità.
Il Consiglio dei Guardiani è composto da sei giuristi nominati dal vertice del potere giudiziario e ratificati dal Parlamento e sei teologi, nominati direttamente dalla Guida suprema. Il suo ruolo è di approvare le leggi, successivamente alla verifica di conformità con le norme costituzionali e con quelle islamiche, nonché di esprimere il gradimento sui candidati alle elezioni politiche, presidenziali e dell’Assemblea degli esperti.
Il Consiglio per i pareri di conformità è un organo consultivo della Guida suprema della rivoluzione e delibera sulle divergenze concernenti le leggi tra il Parlamento ed il Consiglio dei guardiani. È composto da un numero variabile di membri (oggi 27, oltre a 5 membri che ricoprono cariche istituzionali di diritto), nominati direttamente dalla Guida suprema.
Gli organi eletti a suffragio universale sono il Parlamento composto da 290 membri e l’Assemblea degli esperti, composta da 86 membri il cui principale scopo è di eleggere la Guida suprema della rivoluzione.
Costoro si riuniscono una volta l’anno per verificarne l’operato e approvarlo.
Il Presidente della Repubblica è nominato con un iter complesso: esso viene indicato dal Consiglio che formula i pareri di conformità composto da 32 membri e eletto dall’assemblea degli esperti. Viene affiancato da cinque vicepresidenti e da 20 ministri ed è un organo esecutivo. Il potere giudiziario è di diretta espressione della Guida suprema della rivoluzione, e le Forze armate (sia l’Artesh- l’esercito – che i pasdaran) i cui vertici sono nominati dalla stessa Guida suprema.

La dissimulazione e il dualismo dei processi decisionali

Se questa è la struttura articolata e complessa occorre spiegare come si sviluppano i processi decisionali.
Ebbene essi sono frutto di continue e costanti mediazioni tra le diverse componenti e fazioni del clero, della politica dei pasdaran e di altri gruppi di pressione sui quali torneremo. Si tratta di dinamiche che in occidente descriveremmo di tipo consociativo che cercano di bilanciare i rapporti tra i diversi gruppi di potere in modo tale da dissimulare il diverso peso delle componenti e delle fazioni, per presentare un immagine unitaria degli organi di gestione della società. In effetti continue riunioni e incontri si susseguono in una logica che diremmo tipica del clero, al punto che è difficile percepire e ricostruire i processi decisionali. Il risultato finale di questa tecnica istituzionale è che sono un pochi – circa 45-50 individui, in gran parte ecclesiastici – coloro che fanno parte del circolo ristretto che effettivamente detiene il potere, esecutivo senza troppi formalismi e rigidità istituzionali, anche se ufficialmente non ricoprono importanti cariche istituzionali. In questo l’Iran è un paese moderno e “occidentale” perché anche in occidente a gestire effettivamente il potere sono circoli economici e lobbistici che operano indipendentemente dall’occupazione di cariche istituzionali. La natura consociativa della struttura di governo fa sì che all’interno dei diversi organi sia rappresentato quasi tutto lo spettro politico iraniano, dal moderato riformismo al più esasperato radicalismo conservatore. Queste forze hanno storicamente condiviso un valore comune che ne ha favorito la durata nel tempo ai vertici dello Stato: quella di proteggere la Repubblica Islamica e i suoi principi rivoluzionari attraverso la parziale, costante chiusura rispetto all’esterno.
Da qui la necessità di continui “ incontri ristretti e separati” finalizzati a raggiungere un punto di accordo e di equilibrio. Ciò dovrebbe indurre gli osservatori esterni ad evitare di leggere ad esempio nei risultati elettorali la vittoria più o meno determinante di conservatori o progressisti di componenti laiche o clericali.
Se questo è il quadro d’insieme la Guida suprema della rivoluzione svolge una duplice funzioni: in quanto esponente del circolo ristretto e anche mediatore super partes tra le fazioni mettendo in atto una gestione collegiale del potere che di fatto confige con la teoria totalitaria del velayat-efaqih. Inoltre il circolo ristretto è espressione di una struttura articolata delle componenti di carattere economico e sociale della società che si dividono il controllo degli affari. Si tratta di un sistema di attribuzione verticale di potere che dovrebbe impedire l’emergere di aree di conflitto o di sovrapposizione, consentendo una gestione controllata dell’economia di mercato nella quale operano le bonyad.
Ci riferiamo alle “fondazioni” – l’equivalente nel mondo sciita dei waqf o hubus, propri dei paesi sunniti – di fatto gestite da persone provenienti dall’ambito dei pasdaran che hanno in mano circa il 70% dell’economia iraniana. Ci riferiamo ai membri della milizia popolare dalla forte impronta religiosa voluta dal clero al momento della rivoluzione che oggi gestisce un potente ed articolato sistema militare ed economico, rappresenta la spina dorsale dell’impianto istituzionale rivoluzionario. Come avviene con tutte le milizie
rivoluzionarie, una volta finita la fase “eroica” della rivoluzione e acquisita la gestione del potere questa organizzazione si è progressivamente “imborghesita” e ha prodotto un ceto manageriale e burocratico che vive in modo sempre più indipendente dal progetto politico e ideologico che lo ha prodotto, in questo caso il sistema teocratico iraniano. In questo ambito vanno oggi individuate le forze che spingono per una graduale normalizzazione in senso “moderato” della rivoluzione iraniana, una volta che sembra esaurita la fase “eroica” e radicale rappresentata da Mahmud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica dal 2015 al 2013.
Oggi i pasdaran gestiscono un enorme e complesso sistema di industrie militari, di aziende industriali che producono beni di consumo, erogano servizi sociali che nel loro insieme costituiscono una sorta di Stato nello Stato, con una capacità di orientare il voto e capacità di influenza senza pari nel paese. Nonostante la fedeltà al vertice dello Stato non sia mai stata messa ufficialmente in discussione, molte e sempre più evidenti sono le posizioni politiche all’interno dei pasdaran. Al loro interno negli ultimi anni è prevalsa la moderazione e al pragmatismo come dimostrano i risultati delle recenti elezioni. Si può parlare di una svolta moderata fra coloro che sono impegnati nella gestione delle attività economiche, con l’appoggio di una parte importante degli appartenenti alla struttura puramente militare e soprattutto di quella inserita nei gangli amministrativi del
paese. Rimangono su posizioni sempre più conservatrici e ostili le unità «di nicchia», gruppi e cellule su posizioni radicali propense a sostenere le scelte fondamentaliste e i principi rivoluzionari islamici. Tra queste spiccano i gruppi legati alla Ansar-e Hezbollah, forza paramilitare «in borghese», tristemente nota perché utilizzata per sedare le proteste e le tendenze riformiste; la Brigata Gerusalemme e le milizie volontarie basij,
istituite per portare a termine operazioni militari speciali e segrete – ad esempio offrendo sostegno a Õizbullåh in Libano oppure per intervenire in Iraq e Siria contro le milizie sunnite e le truppe del Daesh.
Ma per capire quando sta avvenendo oggi occorre ricordare che la rivoluzione iraniana non è opera di tutto il clero sciita, ma solo di una minoranza di esso; quella che potremmo definire“combattente, radunatasi intorno a Khomeini il quale non fece ricorso al vertice del clero sciita ma, ai suoi membri più giovani e politicamente attivi, sotto la guida di un ayatollah. Il «clero combattente», non operò quindi come espressione di un movimento religioso sciita unitario e di impronta nazionale, ma come una costola separata e dissidente si esso. Ancor oggi sono numerosi gli alti esponenti del clero sciita iraniano che biasimano o apertamente condannano sia la commistione tra politica e religione sia il principio stesso del velayat-efaqih, cardine spirituale, istituzionale e costituzionale della Repubblica Islamica dell’Iran.
Oggi questa componente, se non altro che per ragioni anagrafiche sembra destinata all’estinzione mentre non si vedono emergere delfini o giovani ayatollah capaci di raccoglierne l’eredità anche a causa del fatto che il gruppo di comando della componente religiosa del regime si è progressivamente sempre più isolato. Esso non
dispone più, come al tempo di Khomeini di un personaggio capace di personificare marja’iat, ovvero la Guida suprema della rivoluzione. Ali Khamenei è stato acclamato ayatollah, ma la sua ijtihad (credenziali giuridiche) è oggetto di critiche e ritenuta poco autorevole sul piano religioso. D’altra parte la componente più erudita del clero sciita ha sempre dimostrato una contrarietà, parziale o quando non totale, alla visione totalizzante del velayat-efaqih. Ancor più controversa è la rappresentatività dei marja (ovvero letteralmente di coloro che sono «fonti di ispirazione»), e di conseguenza dei grandi ayatollah, o ayatollah-uzma.
Ne consegue che l’alternativa nella gestione del potere e i nuovi leader verranno dall’ambiente dei pasdaran, in maggioranza tendenzialmente laico e costituito da tecnocrati, i quali finiranno per liberarsi del velayat-efaqih, che costituisce già oggi un ostacolo alle loro ambizioni a divenire classe dirigente. Così la rivoluzione iraniana .- come tutte le rivoluzioni fattesi potere – verrà sommersa dalla tecnocrazia e dagli
apparati gestionali dello Stato e dell’economia. D’altra parte alle origini la rivoluzione iraniana era solo parzialmente «islamica» e prevalentemente laica e secolare nella composizione delle forze che la determinarono. Alcune delle motivazioni che avevano genuinamente spinto milioni di persone a ribellarsi allo Scià sono state tradite, imponendo al paese un esperimento politico e religioso regressivo rispetto al suo
sviluppo.
L’apertura al mercato internazionale e lo sdoganamento del paese a livello internazionale dopo l’accordo sul nucleare segna l’inizio della sua omologazione e apre la strada a un possibile mutamento della legislazione sociale, anche in ambito di tutela dei diritti umani. E’ in atto una certa liberalizzazione controllata a livello sociale e ciò avviene perché questa è la precondizione per una piena assunzione della leadership nell’area e all’interno della comunità sciita a livello global. Vale perciò la pena di soffermarsi sulle prospettive di sviluppo economico, le relazioni con i paesi dell’area e il suo ruolo rispetto agli altri Paesi sciiti, le sue ambizioni a divenire potenza regionale, intervenendo nei conflitti con la componente sunnita.
E’ quanto faremo nella successiva tappa di questa analisi

G. C.

Vedi la puntata precedente “ Il ritorno degli sciiti” Newsletter Crescita Politica n. 81, 30 genn. 2016, p. 5.