Aborto libre. Non un passo indietro

Segnalavamo nel numero di Crescita Politica numero 61 del dicembre scorso come, a partire dalla Spagna, si aggiri per l’Europa un nemico delle donne e della libera scelta su sessualità e procreazione: l’attacco alla libertà di abortire. In questo 8 marzo e dintorni anche le donne italiane più impegnate nella difesa di questi diritti si sono collegate alla lotta delle donne degli altri paesi europei e hanno finalmente dato fiato a dati e consapevolezza delle difficoltà in cui si dibatte la libertà della donna di fronte alla libera gestione della maternità e del proprio corpo.
A fronte di questa consapevolezze il Ministero della Salute ha fornito dati apparentemente soddisfacenti, manipolando quelli giunti al Ministero (non sono neppure giunte da tutte le regioni) in maniera assurda, per cui giungeva alla conclusione che i numeri di addetti (con un 70% di obiezione dichiarata) erano
congrui alla situazione che vedeva un calo degli aborti mettendoli in rapporto al personale medico ginecologico.
A parte il fatto che si mettevano a confronto i dati del 1983 con quello del 2011 e si sa che nel frattempo il numero dei ginecologi è aumento, ma non solo i dati sono stati tutti contestati dai ginecologi e ginecologhe attivi/e nella difesa della legge 194 che recita non a caso “Norme sulla tutela della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, che non vuol dire affatto, come sostengono i vari movimenti per la vita, Pro Ife, salvare la vita a tutti i costi, ma garantire alle donne una libera e cosciente decisione sulla loro fertilità e maternità consapevole.
Tutto il contrario di quello che sta avvenendo oggi in Italia. Per fortuna a fare luce sulla situazione complessa dell’Italia ci sono associazioni di ginecologi/ginecologhe, di donne, associazione per i diritti umani, la stessa Commissione Europea che ha minacciato sanzioni all’Italia per la mancata garanzia di attuazione del diritto all’aborto prodotta dalla valanga di obiezioni di coscienza da parte di medici, personali
infermieristico e strutture.
I dati fornito dalla Taiga (Libera Associazione Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) che monitora costantemente la realtà che vivono gli operatori ci fornisce dati inquietanti ma molto più vicini alla realtà che vivono le donne, impossibilitate a vedersi garantire quel diritto in tante zone d’Italia dove non esiste un presidio disponibile, nella maggior parte dei casi dove le percentuali di obiettori rasentano il 90 per cento del personale. Non solo ma i dati reali si discostano da quelli ufficiali riportati dal ministro, che non tengono conto delle “obiezioni di struttura”. In molti ospedali del nostro paese, infatti, i servizi per l’interruzione di gravidanza semplicemente non esistono, per cui i medici che lavorano in quelle strutture, obiettori di fatto, non hanno alcun bisogno di sollevare obiezione di coscienza, e vengono spesso conteggiati fra i non obiettori.
Di fronte ai dati del 70% forniti dal Ministero, la Laiga fornisce un dato del 91,3%; le difficoltà di garantire il servizio da parte delle strutture con un numero così alto di obiettori portano a difficoltà di garantire le interruzioni nei termini di legge, con rischio di complicazioni per la salute delle donne, a cause delle lunghe liste di attesa delle strutture che funzionano, spesso grazie alla volontarietà di uno/due medici non obiettori che si sobbarcano tutto quel carico di lavoro. Basta prendere la Toscana, fra le regioni virtuose, dove però ci sono zone senza strutture che garantiscono l’ivg, ci sono ospedali in città come Pisa che hanno un tasso altissimo di obiezione e uno piccolo con Pontedera che, all’opposto, ha un numero elevato di interruzioni per garantire tutta
l’area del pisano. I dati più allarmanti, poi, riguardano il fatto che i non obiettori sono di età fra i 50/60 anni, formati a una scuola di civiltà del rapporto di lavoro che va esaurendosi.
La FIACAP (Federazione Internazionale degli operatori di aborto e contraccezione) denuncia che nelle Università italiane non è neppure più insegnata la tecnica dell’interruzione volontaria di gravidanza e questo potrebbe portare automaticamente a un’impossibilità di garantire l’ivg in breve tempo in Italia.
Non a caso il Comitato europeo per i diritti sociali della Commissione Europea è intervenuto su sollecitazione della Laiga che ha collaborato con l’ong Ipp nf (International Planned Parenthood Federation European Network) ed ha riconosciuto il ricorso presentato per garantire il diritto all’interruzione di maternità in Italia, invitando il governo italiano a prendere provvedimenti.
L’obiezione di coscienza è un diritto individuale che non deve ostacolare la libertà delle donne, chi intraprende la carriera di lavoro nel settore ginecologico deve sapere che il diritto all’aborto deve essere garantito. Ma tant’è abbiamo la fortuna di nascere e vivere sullo stesso suolo dove opera la Chiesa cattolica con le sue ramificazioni e strutture, i movimenti per la vita vita, pro life. Questo non dovrebbe però impedire l’applicazione della legge: se ci sono troppo obiettori si creino corsie preferenziali per i non obiettori, perché l’obiezione non si paga a livello monetario, visto che spesso la scelta è fatta per fare carriera o…aborti fuori dalla struttura pubblica.

Obiezione di coscienza in aumento, ricorso ad aborti clandestini, smantellamento dei consultori pubblici, tagli al welfare, associazioni antiabortiste (come il movimento per la vita), che fanno propaganda contro il diritto di aborto, ne abbiamo piene le ovaie.
Per l’autodeterminazione e la libertà sui nostri corpi. In Italia come in Spagna, come in tutta Europa

Aborto libre, non un passo indietro

Dal volantino di convocazione della manifestazione dell’8 marzo a Bologna

Molte associazioni denunciano la rinascita dell’aborto clandestino e il ricorso a cliniche estere nel caso di aborto terapeutico. L’Associazione Luca Coscioni ha aperto un ampio spiraglio su questa realtà con la denuncia che ha fatto del caso di due genitori costretti all’aborto terapeutico per le grave malformazioni genetiche del feto. La donna, accolta in una struttura pubblica romana grazie alla presenza di quella che rischia di diventare una “volontaria” in quanto non obiettrice non è stata più assistita al turno successivo nel quale la dottoressa “volontaria” era assente, lasciata a “partorire” in un bagno con la presenza di personale infermieristico che dileggiava anche le sue scelte.
Lasciamo alla protagonista di questo episodio emblematico la denuncia anche legale dei sanitari presenti nella struttura sanitaria e ricordiamo che solo se riapriremo una battaglia continua su questi temi ci sarà la possibilità di fermare il grado di degrado e inciviltà che accompagna e ostacola ormai la libertà di scelta delle donne.
Anche se un po’ in sordina qua e là questo 8 marzo si sono sentite voci che hanno ripreso questo tema.
Forse si sta facendo strada la coscienza delle scelte politiche della società italiana, ormai totalmente controllata da ambienti di impronta cattolica regressiva, dove accanto ai Ferrara che si agitano (un po’ malamente e ridicolmente) per garantire i diritti dei feti, ci sono i molti cattolici nelle strutture dello stato, della politica della sanità, che stanno operando all’unisono per riportare le donne alla libera procreazione secondo..i voleri di
Dio. Famiglie numerose e rientro in casa in tempo di crisi fanno comodo a chi può pensare di risolvere la crisi con le guerre. Per chi ha soldi e status sociale adeguato le cliniche private hanno ripreso a lavorare a pieno ritmo, fornendo servizi di assistenza ad aborti spontanei … in forte crescita. Forse l’induzione che non si vuole fare neppure di fronte a problemi seri che permetterebbero l’aborto terapeutico si può fare in caso di clinica privata. Qualcuno garantisce la dispensa e … l’assoluzione.
Le donne si stanno risvegliano, comunque sapranno farsi valere. Lo si è visto negli striscioni e negli slogan dell’8 marzo. Non ci fermeremo!

Adriana Dadà