ANCHE LA CONTRORIVOLUZIONE MANGIA I SUOI FIGLI Dalla

Dalla ignominiosa fine del PCI, il curioso animale che ne è seguito ha cambiato 12 segretari e 3 volte il nome.
A dimostrazione che quello che si produsse nel 1991 era una scatola vuota che poteva essere riempita con qualunque prodotto, a patto che non avesse più a che fare con il materialismo e la lotta di classe.
L’unica costante è stata quella di spostarsi sempre più a destra, nella convinzione di inseguire un centro che non è mai esistito nei termini in cui veniva e viene declinato da un sistema mediatico tutto fuorché disinteressato.
Al confronto oggi Fanfani potrebbe essere rappresentato come un pericoloso bolscevico.
La fine di Zingaretti è la dimostrazione plastica di un partito che è diventato, ormai da tempo, una congrega di bande in perenne guerra fra di loro, senza nessuno che riesca a fare il deus ex-machina (cosa che si era proposto Renzi, qualche anno fa. Ovvero: il vero spirito del PD).
L’inconsistenza di Zingaretti non gioca certo a suo favore e, certamente, non possiamo parlare delle sue dimissioni come se ci fosse un “meglio” e un “peggio” (termini del resto privi di qualunque valore politico).
Tuttavia la caduta anticipata del segretario se messa in relazione con quella di Conte da Presidente del Consiglio, illuminano abbastanza chiaramente il percorso che la politica italiana ha intrapreso.
Ovvero, come in una riedizione farsesca del 2011, nuovamente, al minimo segnale di vita (ma proprio minimo) che la politica accenna a dare, il capitale finanziario, opera per la presa diretta del potere.
Qui emerge chiaramente come Renzi sia, come lo è sempre stato, un vero agente del capitale, per usare un linguaggio che risale a qualche anno fa ma che aveva il pregio della chiarezza, prima che la “svolta linguistica” andasse a coprire le dinamiche relative ai rapporti di classe.
Agente del capitale non perché operatore di un qualche misterioso complotto ordito dalla Spectre. Ma proprio perché operatore diretto di un complotto alla “luce del sole” così chiaro ed evidente che non finirà mai di stupire l’ottusità del simpatizzante medio (o fan come oggi è meglio definirlo) che pensa ancora di essere nel PCI (del quale o ha vissuto la parabola discendente o gli hanno raccontato che era il partito di “Moro e
Berlinguer”!) e che ha acclamato Renzi così come i precedenti e successivi.
Viene davvero in mente una vecchia battuta “ci pisciano in testa e ci dicono che piove” che andrebbe però corretta in “ci pisciano in testa e ci dicono che è piscio”. Perché per non vedere quello che è chiaramente sotto gli occhi di tutti bisogna essere davvero diventati totalmente idioti.
Il richiamo di Letta (potremmo dire “vieni avanti cretino” ma sbaglieremmo davvero bersaglio) è il chiaro segnale che quell’agglomerato a forma di sformato (dal film “Amici Miei”, beninteso) non ha proprio intenzione di uscire dalla strada tracciata 30 anni fa e chi spera in un qualche cambiamento, anche alla luce delle oggettive situazioni attuali, ha sbagliato e continua a sbagliare soggetto.
Non a caso Renzi, dopo aver formato un partito del tutto inesistente con il logo della crema “Vagisil” ma adatto allo scopo di tenere per le palle il governo Conte (subito dopo aver votato la fiducia e aver lavorato per far nascere lo stesso governo) ha scoperto le sue carte, appoggiato, come se nulla fosse successo prima, dalla stampa mainstream (che il giorno dopo ha ripreso invece la fasulla recita antirenziana, che, come già con
Berlusconi, si appunta in particolar modo sulle cazzate).
Pochi hanno fatto notare, ma era sotto gli occhi di tutti, che la fasulla scissione del gaglioffo di Rignano, aveva in realtà lasciato nel PD un’amplissima pattuglia renziana pronta a riemergere non appena ricevuto l’ordine (un po’ un “Manchurian candidate” de noantri).
L’ordine è arrivato con il combinato disposto dell’operazione Mattarella-Draghi (quello tanto bravo non cattivo come Napolitano, entrambi acclamati da un sistema mediatico che ha ormai ampiamente sui coglioni proprio anche il minimo rispetto della democrazia parlamentare) ha ottenuto il doppio allontanamento di Conte/Zingaretti.
L’ordine è chiaro: ristabilire il disciplinamento ortodosso del capitale finanziario (leggi UE) attraverso la corretta gestione dei 4 spiccioli del “Recovery Found”. Non contano i soldi che arrivano, conta quello che dovrà essere fatto. Ovvero le famose “riforme” che nella neolingua finazcapitalistica non hanno certo nulla a che vedere con la realizzazione del socialismo per le vie legali, ma, al contrario, la realizzazione del
turbocapitalismo per qualunque via. Anche la messa in mora dei rimasugli di democrazia formale.
Così la pattuglia renziana del PD, fondatrice della curiosa corrente di “Base riformista” (il cui acronimo è BR. Chissà se ci hanno pensato mentre disponevano le parole a caso).
C’è solo una questione: quando le palle sembrano ferme e il gioco fatto, può intervenire il fato a sparigliare tutto.
Il fato è il fallimento della politica vaccinale, la strage economica che porta la soglia di tolleranza ormai ad un livello bassissimo e una forza politica (del resto l’unica guida da una donna. Per dire delle cazzate che una certa idea del “femminismo capitalista” può portare) che intelligentemente ha accettato di buon grado il ruolo dell’unica opposizione al governo Draghi.
Ovviamente FDI è compresa nel prezzo. Non è certo una forza che lotta contro il capitalismo. Ma darà il suo contributo affinché questi anni ‘20 finiscano per assomigliare moltissimo a quelli di 100 anni fa.

Andrea Bellucci