La morte dell’autonomia differenziata

Tra i cadaveri illustri che il Covid19 si è portato via c’è certamente l’autonomia differenziata la quale risulta essere oggi poco più di uno slogan e di una formula vuota priva di interesse, un vaneggiamento di governatorucoli come Fontana, tanto più che, come avremo modo di dimostrare, sono venute meno le ragioni strutturali che sembravano sostenerla.
Nata come richiesta di un’ennesima modifica dell’ormai famigerato titolo quinto della Costituzione, Regioni quali la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna chiedevano l’allargamento delle loro competenze in settori e con modalità tra loro differenziate. A queste si aggiungevano altre Regioni, scoprendosi così ognuna di esse a vocazione autonomista.
Abbiamo sotto gli occhi gli effetti del disastro che un errato rapporto fra centro e periferia può produrre in settori delicati delle infrastrutture e dei servizi e di quanto possa essere messo in pericolo e vanificato il diritto alla salute se solo guardiamo agli effetti devastanti prodotti sul sistema sanitario nazionale dalle politiche regionali che oltre a rappresentare uno dei capitoli più consistenti della spesa pubblica è strategico per il funzionamento della vita sociale.
Il settore sanitario è senza dubbio uno di quelli nei quali l’autonomia è più vasta e le competenze regionali più estese. Ciò ha fatto si che ogni Regione procedesse con criteri propri nel disegnare il sistema di assistenza sul territorio con il risultato di creare tanti sottosistemi con caratteristiche proprie. Risultano alla luce dei fatti in drastica
contrapposizione il sistema sanitario lombardo e quello del Veneto e dell’Emilia Romagna, ad esempio: il primo per avere sistematicamente smantellato il sistema di assistenza territoriale, finanziato la costruzione dei grandi ospedali e delle strutture di eccellenza, destinando agli investitori privati ben il 40% delle risorse pubbliche, ma tenendo per gli imprenditori privati la massima parte dei profitti; i secondi per aver mantenuto un rapporto equilibrato tra strutture ospedaliere e più modeste e diffuse strutture sanitarie sul territorio, anche se la spinta alla restrizione della spesa
relativamente al settore spingeva anche qui verso la chiusura delle strutture decentrate.

L’ordo-captalismo e la spesa sanitaria

Del resto si è trattato di una scelta generale dei sistemi politici occidentali. Ha iniziato l’Inghilterra ai tempi di Margaret Thatcher, la quale ha perseguito lo smantellamento sistematico del sistema sanitario pubblico, proseguito poi da Tony Blair. Oggi se ne vedono gli effetti ! L’assassina dei 32.000 morti inglesi di Covid 19 (fin’ora) ha dunque un nome e cognome e gli inglesi se avessero ancora un po’ di sangue nelle vene dovrebbero – prendendo esempio da ciò che fece la Chiesa di Roma con papa Formoso (896 +) – disseppellirne il cadavere, tagliarne la testa e buttare quel che resta nel Tamigi. Ma tant’è i criminali a volte muoiono nei loro letti, spesso osannati come eroi!
Nel caso lombardo la scelta è – se possibile – ancora più criminale e si è caratterizzata per un largo finanziamento pubblico ai privati che ne hanno fatta occasione di affari più o meno loschi sui quali negli anni passati la magistratura ha avuto modo di mettere il naso come, operazioni inutili, e appalti non chiari nei quali è rimasto invischiato l’ex presidente della Regione Roberto Formigoni al quale va invece il “merito” di aver provocato con le sue scelte di politica sanitaria la morte di molti abitanti della Regione.
Ma è tutto il tessuto economico imprenditoriale della Regione e del Paese a essere implicato in questo disastro fatto di incapacità e di inefficacia. Basti guardare all’ospedale creato dai privati presso i padiglioni della Fiera di Milano, tanto propagandato, e rimasto vuoto per carenza di personale.
Memori di tutto questo bisogna essere vigili, tanto più verso il neo presidente di Confindustria Carlo Bonomi industriale del settore Biomedicale, che non a caso si affanna a invocare la collaborazione pubblico-privato per mangiarsi la fetta più ampia possibile della torta degli investimenti nella sanità.

Il Mes e il sistema sanitario

Molto si è discusso e si discute sulla convenienza ad accettare i finanziamenti provenienti dal Mes e destinati al settore sanitario. Da parte nostra pur conservando un certa diffidenza verso lo strumento rileviamo che si tratta di un prestito che come tale va certamente restituito, in 10 anni e all’interesse dello 0,1% quindi a condizioni più che
convenienti. E’ possibile che in futuro i creditori impongano tempi e e modalità di rientro ma ne sarà comunque valsa la pena a condizione che il prestito sia effettivamente vincolato nella destinazione. Sia utilizzato cioè non per costruire ospedali come cattedrali nel deserto, ma per dotare di risorse un piano di ristrutturazione complessiva del sistema sanitario che copra tutto il paese nel rispetto del principio di uguaglianza stabilito dall’art. 3 della Costituzione e che ponga fine al traffico di malati sud nord
Se gli imprenditori della salute sono tali e non dei predatori si cerchino pure sul mercato i loro clienti senza aiuti di stato. E’ l’ora di finirla con i sistemi misti pubblico privato dove al pubblico spettano gli oneri e al privato i profitti.

Ridisegnare il sistema sanitario

In sede di richiesta dell’autonomia differenziata il sistema sanitario veniva portato come esempio rispetto al quale era possibile intervenire realizzando economie di scala con il sistema dei costi standard, ma il problema non è solo quello di affidare a un’unica centrale acquisti l’approvvigionamento di apparecchiature sanitarie e materiale di consumo medico.
La prima esigenza è programmare e pertanto occorre rivedere la questione del numero chiuso a medicina e nella preparazione di personale infermieristico, intervenire nella formazione garantendo un percorso di formazione professionale in corsia, stabilire precisi criteri di distribuzione dell’assistenza sanitaria sul territorio, riformando ruoli e
compiti dei medici di famiglia e innovando il rapporto con le strutture ospedaliere attraverso relazioni osmotiche per cui i casi riscontrati sul territorio rientrano nell’analisi costante e monitorata del servizio pubblico di sanità sul territorio.
Occorre estirpare la commistione del rapporto tra pubblico e privato. Si tratta di percorsi diversi nei quali mai il privato che opera con il servizio sanitario deve entrare in contatto organico, simbiotico, con il sistema pubblico.
Così facendo bisogna liberare le strutture apicali del sistema sanitario dalle nomine politiche, affermando e praticando il criterio del riconoscimento della professionalità nella gestione delle strutture per meriti acquisiti sul campo nel migliorare i servizi all’utenza in qualità, quantità e diffusione sul territorio.
Occorre inoltre considerare le strutture di assistenza agli anziani come parte del sistema sanitario, provvedendo alla formazione professionale del personale, dotando ogni struttura di servizi sanitari di vigilanza interna, attraverso un graduale sganciamento dall’intervento dei privati nel settore ed evitando che l’assistenza agli anziani sia il settore di investimento preferito di industriali falliti che ricavano rendite parassitarie da questo settore o da enti ecclesiastici variamente connotati.
La redazione