Salvaguardia – Ogni anno, ormai da quasi un decennio, i governi che si succedono affrontano un misterioso problema: quello della “clausole di salvaguardia”. Non è tanto interessante chiarirne la storia e l’origine (si rimanda per questo a seguente link: https://www.money.it/clausole-di-salvaguardia-aumento-IVA-cosa-sono-chi-ha-introdotto), quanto comprendere la natura economica e politica; anche perché con esse l’ultima finanziaria non ha fatto i conti definitivi ed il problema continua ad incombere anche negli anni prossimi (cfr.: DINO PESOLE, Iva e accise, ipoteca da 47 miliardi sul
2021-22, in Il Sole 24 ore, martedì 24 dicembre 2019, a. 155, n°353, p. 3). La sostanza è questa. Per mantenersi dentro i parametri europei (che sappiamo del tutto arbitrari) l’Italia si impegna nelle leggi di bilancio che vengono varate annualmente ad incrementare le entrate e diminuire le uscite per fare fronte alla mole di interessi che gravano sul debito pubblico. Laddove le previsioni di entrate ed uscite non si dovessero verificare (come sempre accade) lo Stato si impegna a farvi fronte inasprendo IVA ed accise. Alla resa dei conti di fine anno o scatta l’aumento delle tasse od occorre reperire le risorse per far fronte alle minori entrate ed alle maggiori uscite rispetto a quelle inizialmente previste. Questo gioco al massacro durerà fino a quando le previsioni di bilancio non verranno rispettate: ma questo è impossibile perché le nuove risorse vengono reperite o con piccoli aumenti delle tasse, che si accumulano, o con l’aumento del deficit, che accresce gli interessi da pagare. È, come si vede, un circolo vizioso senza via d’uscita, finché non si metta mano ai parametri neoliberisti che governano improvvidamente la politica economica dell’UE.
Mismatch – Da qualche tempo è divenuta una parola (in inglese, ovvio) ricorrente, quasi magica. In parole povere significa che nel mercato del lavoro l’offerta di posti di lavoro non trova riscontro nelle professionalità presenti sul mercato. La cadenza con cui si ricorre al termine è in costante accelerazione e ed è facile prevedere che faccia da apripista ad una richiesta di parte padronale di una nuova riforma della scuola secondaria superiore per, si dice, preparare le nuove generazioni ad un effettivo inserimento lavorativo. Che da sempre il fronte confindustriale ambisca a mettere sotto il proprio controllo il settore dell’istruzione è ben noto ed è altrettanto ben noto che questo evento possa giovare alla formazione dei giovani, per due buoni motivi. Il primo che ai padroni interessa un lavoratore che non sia anche un cittadino critico e cosciente dei propri diritti. Il secondo è che mai e poi mai la scuola pubblica potrà fornire una
preparazione perfettamente in linea con le esigenze produttive; cosa per altro perniciosa, perché nel mercato del lavoro le competenze necessarie variano velocemente ed un lavoratore profilato esattamente su di una figura lavorativa presenterà maggior resistenza al cambiamento di un cittadino con una buona cultura di base ed un’alta predisposizione ad apprendere. D’altra parte da sempre tra la formazione scolastica e l’inserimento lavorativo è stato necessario approntare
un periodo di addestramento a carico dell’azienda necessitante un profilo troppo definito per scaturire da un’istituzione generalista ed il cui unico scopo non è certo quello di sfornare lavoratori tout court. C’è comunque un momento in cui si esagera. Il 2 febbraio 2020 Il Sole 24 Ore (a. 156, n° 32, p. 6) pubblica un articolo a tutta pagine dal titolo “In arrivo 1 milione di assunzioni, ma 350 profili sono introvabili” a firma di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci. Prima di tutto c’è da sottolineare che il tutto si basa su delle previsioni della “Unioncamere” (un organo notoriamente imparziale!) per il trimestre appena iniziato. Già il dato quasi berlusconiano di 1.000.000 di offerte di lavoro in un momento non certo florido per l’economia appare abbastanza fantasioso. Ma vediamo quali sarebbero per il rapporto presentato le professioni richieste e non soddisfatte. Ammettiamo pure che per alcuni settori molto specialistici e a carattere scientifico sia difficile trovare tecnici da assumere; è vero che certi indirizzi di studio a carattere più tecnico non accolgono il favore dei nuovi studenti in quanto troppo onerosi; ad esempio gli istituti tecnici per geometri soffrono da un decennio di una profonda crisi di adesioni, nonostante che le prospettive di lavoro si siano molto allargate negli ultimi trent’anni (arredi urbani, certificazione energetica, etc.). A scorrere i profili professionali per i quali non si troverebbero addetti qualificati si ha la sensazione di essere letteralmente presi in giro. Alcuni esempi: mancherebbero il 52% dei “tecnici della sanità, dei servizi
sociali e dell’istruzione”, veramente un campo troppo specialistico (!); il 46% dei “tecnici delle vendite, del marketing e della distribuzione commerciale”, cioè le discipline in cui vengono preparati quelli che un tempo erano i ragionieri; addirittura il 43% degli “operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici”, cioè i muratori, la cui
richiesta è temporane la cui reale possibilità di quantificazione dell’offerta di lavoro è impossibile se non per i veggenti dell’Unioncamere; il 43% degli “operatori della cura estetica”, cioè gli estetisti, un’attività di capitale interesse per l’industria pesante; per finire in bellezza mancherebbero il 52% di “operai specializzati in altre attività” per i quali è consigliabile l’apposita istituzione di un istituto tecnico o professionale che prepari appositamente per le altre attività. Chi volesse approfondire le reali intenzioni che soggiacciono alla propaganda sul “mismatching” può utilmente consultare
l’articolo di Ilaria Visentini e Claudio Tucci (sempre lui), “Più iscritti e subito un lavoro. Ecco sei Istituti Tecnici anti crisi” (Il Sole 24 Ore, a. 156, n° 37, p. 6), basato sui dati delle iscrizioni per il prossimo anno scolastico, che in verità presentano pochi scostamenti dall’anno precedente, se si fa eccezioni per gli istituti professionali che scontano sempre di più la disastrosa riforma Gelmini. In esso vengo propagandati quegli istituti tecnici del nord Italia che “utilizzano una didattica progettata con imprese e laboratori d’avanguardia”.
Elettromobilità – Alcuni dati aggiuntivi sulle batterie agli ioni di litio, indispensabili per le auto elettriche, che tanta promozione pubblicitaria stanno avendo. La Cina controlla il mercato delle terre rare, necessarie appunto per dette batterie; e ne controlla i prezzi (Il Sole 24 Ore 7 giugno 2019, a. 155, n° 157, p. 19). Le attività estrattive legate alla
crescente richiesta di batterie agli ioni di litio sono in forte crescita e nonostante gli sforzi scientifici per trovare alternative alle attuali modalità di costruzione, i fabbisogni di litio, cobalto, grafite e indio sono previste in forte aumento nei prossimi trent’anni; l’assurdo è che effettuare dette estrazioni si produce più CO2 di quanto se ne risparmia col motore elettrico; anche per questo si fanno molti studi, ma la soluzione è di là da venire (Il Sole 24 Ore, 29 ottobre 2019, a. 271, n° 32, p. 21).
Nucleare – Una storia senza fine. Grande risalto in un servizio televisivo sull’operazione di estrazione dal terreno di un monolite contenente scorie nucleari altamente pericolose nel centro di ricerche di Trisaia in provincia di Matera; a sentire
il giornalista un grande progresso scientifico. Un paio di giorni dopo un articolo Jacopo Giliberto “Nucleare, l’Italia nel business dello smaltimento di scorie” (Il Sole 24 Ore, 21 dicembre 2019, a. 156, n° 353, p. 10) è altrettanto enfatico, ma a leggerlo con un po’ di attenzione il tutto diviene grottesco. Basta elencare i fatti. Nei primi anni ’60 il CNEN decide di studiare le possibilità di smaltimento dei rifiuti radioattivi ad alta intensità ed allo scopo si fa pervenire del combustibile esausto dalla centrale di Elk River negli Stati Uniti, che utilizzava la tecnologia Uranio-Torio, poi dismessa. Il tentativo di ritrattare i rifiuti non ebbe successo e si decise di incapsularli in una fossa di cemento (il monolite per l’appunto), detta “fossa irreversibile 7.3”. Dopo oltre mezzo secolo si è pensato di estrarlo dalla buca in cui era stato interrato e di far passare l’operazione come un avanzamento negli studi sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi. La verità è che il monolite resterà nel centro di ricerca della Sogin, la società che si occupa di questi trattamenti, in attesa che la tecnologia, al momento ancora ignota, non renda possibile il loro trattamento. Resta una domanda: perché si è deciso di estrarre il monolite “irreversibile”? Tra le righe la risposta. La base della fossa di cemento era in contatto con le falde acquifere e rischiava di corrodersi e spargere il proprio contenuto altamente nocivo. Alla faccia dell’ingresso nel business.
chiuso il 8 febbraio 2020
saverio