I “progressisti” all’attacco delle capacità di mobilitazione e di lotta

Oggi la società civile trova grandi difficoltà nel mobilitarsi in difesa dei diritti sia quando si tratta di interessi collettivi e di gruppo sia che si tratti di tutela di diritti e interessi individuali. Non è stato sempre così.
Le cause di questo “calo di mobilitazione “ e di sensibilità viene comunemente individuato in una diminuita attenzione e coscienza politica, nella delusione per i mancati effetti delle mobilitazioni e delle lotte, nella particolare contingenza politica che viviamo, ma a nostro avviso queste ”motivazioni” costituiscono piuttosto gli effetti del mutare di alcune caratteristiche strutturali degli strumenti di difesa e tutela dei diritti costruiti nel ciclo di lotte seguito alla fine del secondo conflitto mondiale e che ci ha accompagnato fino agli anni ’80, quando le relazioni tra le classi e le caratteristiche dello scontro di classe sono mutate con la sconfitta delle istanze di emancipazione sociale delle classi subalterne.
Per comodità di analisi concentreremo la nostra attenzione sul caso italiano anche se questo presenta molte caratteristiche comuni a quello di altri paesi occidentali e se vi sono stati scostamenti (leggeri) nella tempistica con la quale fasi ed eventi si sono verificati.

Il caso italiano

Nel dopoguerra è partito in Italia un ciclo di lotte al quale ha fatto riscontro una crescita di consapevolezza della società civile di quali fossero i propri diritti. Questo processo di progressivo allargamento delle opportunità ha raggiunto il suo apice nel 1968-69 e si è istituzionalizzato con il 1970, quando le istanze di miglioramento del proletariato si sono saldate con le esigenze medio borghesi di maggiori libertà civili. Questa alleanza di classe ha prodotto effetti anche sull’assetto dei rapporti istituzionali sia per quanto riguarda la tutela del lavoro (statuto dei lavoratori. 20 maggio 1970) che dei diritti civili (divorzio, dicembre 1970). Con questi provvedimenti il movimento di lotta trasferiva a livello istituzionale il cambiamento e il cittadino scopriva e praticava la giustiziabilità dei diritti. la società diveniva in grado di comunicare sui diritti e attraverso i diritti, assegnando al sistema giuridico la funzione di rendere effettivo l’esercizio delle libertà e l’esigibilità del propri bisogni attraverso l’affermazione e la rivendicazione dei diritti.
Ciò voleva dire in pratica che l’uso del diritto, poteva divenire strumento attraverso il quale produrre aggregazione e mobilitazione sociale, producendo a sua volta lotte per affermare – dando vita a un circolo virtuoso – la necessità di godere e esercitare un diritto o se si vuole un potere. Si produceva così aggregazione sociale che veniva potenziata attraverso la rivendicazione giuridica e con il sostegno determinante e condizionante delle lotte e della mobilitazione sociale. La vertenza giuridica diveniva strumento di aggregazione e mobilitazione per produrre conflitto sociale.
Nelle lotte dei lavoratori i ricorsi per l’applicazione dell’art. 18 dello Statuto, il processo del lavoro (la legge 11 agosto 1973, n. 533), l’utilizzazione del procedimento di urgenza ex art 700 previsto dal Codice di Procedura Civile, divenivano occasione per la mobilitazione di strutture collettive di fabbrica o di ufficio, nate su una specifica vertenza, anche a prescindere dall’azione sindacale (quando la procedura non veniva usata dallo stesso sindacato per potenziare le lotte da questo organizzate e gestite). Così la vertenza giuridica diveniva insieme causa e occasione della mobilitazione, produttrice essa stessa di lotte e vertenzialità, strumento attraverso il quale si esprimeva la lotta di classe.
Né il fenomeno restava isolato al mondo del lavoro, ma si estendeva alla difesa dei diritti civili, coinvolgendo così nella mobilitazione ceti borghesi e classe media, quando non superando le stesse divisioni di classe. Veniva così innescato un processo di proletarizzazione sociale nelle lotte e la vertenza si sviluppava a livello pretorile, in uffici capillarmente presenti sul territorio, nei capoluoghi di provincia, presidiati da magistrati giovani e di grado inferiore. Finalmente il proletariato, nelle sue varie componenti, aveva trovato uno strumento pratico, e un obiettivo sul quale costruire un’alleanza di classe che per molti versi lo vedeva egemone, almeno sotto il profilo dei metodi di lotta, della capacità di mobilitazione, insieme ai ceti borghesi.
Emblematiche le lotte il sostegno alla scuola pubblica e sulla laicità della scuola per veder affermato il diritto di liberarsi dell’insegnamento coatto della religione nella scuola pubblica e rendere concreta ed effettiva la partecipazione delle famiglie e degli alunni alla sua gestione. Intorno a questi obiettivi si realizzava un’alleanza interclassista costruita sui valori della laicità, del superamento della meritocrazia e per una scuola che formi il cittadino e soprattutto per la libertà di pensiero portata avanti dai proletari e dai ceti medi alleati.

Le lotte per la laicità della scuola

Le vertenze costruite a partire dalla metà degli anni ’70 per opporsi all’insegnamento coatto della religione nella scuola utilizzarono lo strumento della vertenza giuridica come elemento coagulante e di mobilitazione dei genitori e degli studenti, aggregando proletari e ceti medi intorno a un obbiettivo comune in difesa di un diritto di libertà civile: la libertà di coscienza. La richiesta di essere esclusi dall’insegnamento coatto della religione cattolica contestava l’istituto dell’esonero, previsto dalla legge, ritenendolo discriminante per le sue modalità a per le difficoltà stesse di attuazione.
Ma bisognava portare la vertenza vicino ai cittadini, riuscire a coinvolgerli e quindi superare la competenza esclusiva dei giudici amministrativi (TAR); a questo fine si prestava il ricorso davanti al Pretore invocando la difesa di diritti soggettivi prevalenti. In tal modo si evitava l’esclusività della giurisdizione amministrativa che usava lo strumento di centralizzazione delle vertenze, il cosiddetto regolamento preventivo di giurisdizione che applicando l’art. 41 del c.p.c. consentiva di avocare presso il Consiglio di Stato e così centralizzare, le vertenze e applicare le più blande (e tardive) tutele degli interessi legittimi.
Davanti al Pretore, invece si poteva più agevolmente far prevalere la tutela del diritto di fronte al prodursi di un danno grave e irreparabile derivante dalla soppressione del diritto di libertà religiosa che non poteva esser compensato nemmeno da una eventuale pronuncia positiva poiché il danno era già avvenuto. Inoltre attraverso la prospettazione al Pretore della patente violazione di un diritto costituzionalmente protetto gli si chiedeva, contestualmente, di rimettere la questione davanti al giudice delle leggi, prospettando una violazione del diritto costituzionale alla libertà di coscienza.
Si interveniva così su un duplice piano: si sospendevano o almeno si limitavano i danni della legge ingiusta, affermando il diritto col provvedimento di urgenza; si otteneva di investire la Corte Costituzionale del problema, spostando la vertenza ai più alti livelli giurisdizionali, nella prospettiva dell’abrogazione della norma impugnata o almeno di una mitigazione dei suoi effetti attraverso un’interpretazione conforme al dettato costituzionale.
Questi risultati davano la sensazione tangibile che il diritto potesse essere efficacemente rivendicato davanti al giudice e quindi davano sicurezza e consapevolezza della possibilità di raggiungere un risultato positivo.. Si aveva la sensazione, la prova, che la lotta e la mobilitazione pagano e sul piano vertenziale e della lotta di classe non c’è nulla di più favorevole per potenziare la mobilitazione e indurre alla difesa dei propri diritti del fatto che lottando si vince.
Questo schema di mobilitazione e di lotta ha continuato a mostrare la sua efficacia per tutti gli anni ’80, consentendo di opporsi all’articolo 9 del nuovo Concordato del 1984, di sconfiggere le scelte della politica e l’accordo Stato Chiesa, imponendo una interpretazione la meno discriminatoria possibile delle nuove norme concordatarie, consentendo il riconoscimento della laicità come principio supremo dell’ordinamento, sancito davanti al giudice delle leggi. Se oggi gli alunni non avvalentisi dell’insegnamento della religione cattolica possono allontanarsi dalla scuola o frequentare una materia alternativa che dovrebbe avere pari dignità dell’insegnamento religioso è merito di quegli strumenti e quelle lotte ! (sentenze C.C. 203 del 1989 e 13 del 1991).                                                                                                                                     In ogni caso le mobilitazioni per affrancarsi dall’insegnamento della religione hanno avuto l’effetto di fare da detonatore, di tenere costantemente alta e rafforzare la mobilitazione nella scuola, sia a fronte della riforma dei cicli, dell’organizzazione della scuola sul territorio, del rapporto tra scuola pubblica e privata.
Hanno consentito di far nascere rafforzare e crescere l’associazionismo intorno alla scuola, grazie ad un rapporto dialettico causa effetto che ha prodotto una costante mobilitazione e partecipazione di insegnanti, genitori e alunni; di far nascere associazioni e comitati come Scuola e Costituzione e un’associazione di associazioni preposta al loro coordinamento: Scuola della Repubblica, creando così un Fronte Unico delle diverse forze operanti in questo settore della società.
Per cogliere l’ampiezza e la profondità della mobilitazione creata basti pensare alle 60 mila firme raccolte in Emilia Romagna per il referendum contro il finanziamento della scuola privata e allo svolgimento del referendum consultivo cittadino contro il finanziamento della scuola materna privata a Bologna, vinto grazie alla mobilitazione popolare e malgrado l’opposizione del PD, puntualmente disatteso dalla giunta progressista di Bologna, che ha così avviato il distacco degli amministratori di palazzo dalla popolazione cittadina.

L’abolizione del contenzioso, la compressione dei diritti e l’abbattimento della partecipazione.

A contrastare questa metodologia di partecipazione e di lotta, di mobilitazione e responsabilizzazione sociale ha provveduto la sinistra riformista e progressista che ha fatto dell’abolizione del conflitto di classe il suo obiettivo principale. Comune opinione nel Partito Comunista Italiano, allora ancora esistente, era che “I ricorsi si fanno, ma non si vincono” (come ebbe a dire Gianfranco Benzi, Segretario Generale CGIL Scuola,
area PCI a commento della sentenza 203/89) e perciò, coerentemente, la sinistra riformista si predispose a smantellare questi strumenti.
Si è trattato di una strategia lenta, ma consapevole e inesorabile nel deprivare le lotte degli strumenti di mobilitazione nella società, nel fiaccare la resistenza del mondo della scuola e della società civile; l’attacco alla capacità di mobilitazione è passato attraverso l’indebolimento progressivo delle forze sindacali, il coinvolgimento dell’associazionismo nelle attività di formazione dei docenti – cointeressandoli a trarre profitto dalla trasformazione della scuola, con la scusa dell’aggiornamento del personale – la riforma della scuola voluta da Luigi Berlinguer e le forme di incentivazione introdotte, il decentramento scolastico e l’aziendalizzazione delle scuole, la trasformazione della figura dei presidi, in gestori-manager delle scuole aziendalizzate. In questo i diversi governi avvicendatisi hanno avuto una coerente politica de attacco alla partecipazione nella scuola!
Ma lo strumento principe di smobilitazione è avvenuto sul piano giuridico attraverso la soppressione del Pretore, l’abbattimento del contenzioso nel mondo del lavoro, mediante l’abolizione dell’articolo 18 e l’azzeramento della vertenzialità individuale e sul piano civilistico, con la riduzione degli effetti delle pronunce civili e del lavoro e l’abbattimento delle capacità di mobilitazione attraverso l’inefficacia del valore dei pronunciamenti dei giudici, contrastati grazie all’introduzione dell’arbitrato e della conciliazione, all’emanazione a cascata di norme regolamentari e procedurali miranti a vanificarne gli effetti delle sentenze e mediante le diffuse ingerenze degli enti locali nella gestione della scuola. Uno degli strumenti emblematici di questa politica è stato il Job Act che ha abbattuto il contenzioso nel mondo del lavoro, lasciando indifesi i lavoratori. Se non fosse che per questo l’odio verso Renzi merita di essere coltivato e praticato con costanza e determinazione!
Mentre scriviamo si prepara il colpo di grazia finale attraverso l’estensione alla scuola dell’autonomia differenziata. In tal modo la scuola pubblica verrebbe definitivamente balcanizzata trasformandola da strumento di inclusione sociale in luogo di preventiva selezione di classe e di frammentazione sociale. È questo il terreno di scontro, della battaglia decisiva e forse finale per salvare la scuola pubblica e laica insieme la nostra capacità di mobilitaci in difesa dei nostri diritti e interessi.

Ritrovare le radici

Consapevoli di quel che è stato occorre oggi ritrovare una progettualità nella costruzione delle lotte e nella capacità di costruire mobilitazione. Introdurre nell’ordinamento garanzie per i diritti rimane uno degli strumenti attraverso i quali costruire poi l’aggregazione e la mobilitazione. Certamente gli stessi strumenti non sono proponibili, se non altro che per il fatto che il nemico di classe conosce già il modo di rispondere, ma la creatività nelle rivendicazioni passa attraverso strategie capaci di aggregare i diversi soggetti di classe oggi.
È vero, il mondo del lavoro è cambiato. Le condizioni stesse di lavoro, le modalità della comunicazione, la disgregazione delle unità produttive hanno reso difficile costruire aggregazione e organizzare le lotte. I lavoratori occupati vedono minacciato costantemente il loro posto di lavoro, la digitalizzazione trasforma le modalità di prestazione del lavoro e il capitalismo frammenta il mondo del lavoro in segmenti “avanzati” ad alto uso di tecnologie, accanto alla persistenza di lavori manuali e marginali nella logistica e nella distribuzione, proletarizza sempre più i ceti medi, coltiva l’esistenza di un esercito industriale di riserva e di lavoratori a nero attraverso i migranti, i clandestini, gli emarginati dal mercato del lavoro, vittime della deindustrializzazione. La
frammentazione dei lavoratori è così alta che è difficilissimo costruire momenti e strutture di aggregazione.                                                                                                                   Ma di fronte alla guerra di classe che i ricchi conducono contro i poveri bisogna saper unire gli interessi dei ceti medi proletarizzati, dei penultimi (i proletari) e degli ultimi (i migranti e gli emarginati) su obiettivi unificanti come il diritto a godere dei beni comuni e fra questi certamente occorre poter disporre di una scuola pubblica che educhi al rispetto dei diritti, alla solidarietà, alla crescita culturale, umana e del saper fare, anche perché la scuola conserva ancora una presenza territoriale che può fare da luogo di aggregazione per la difesa dei diritti di tutti.

Gianni Cimbalo