Dossier internazionale: Il gigante e i nani

In un pianeta dove a farla da padroni sono le politiche dei mega Stati (Cina, Stati Uniti, Russia e in prospettiva India e Brasile) l’Europa, benché sia nel suo complesso una delle più forti economie mondiali, è costituita da un gruppo di nani che si affanna a sfruttare la propria miniera il cui prodotto trova una collocazione sempre più difficile sul mercato. L’Unione Europea, priva di una politica comune, si presenta divisa e disarmata nel confronto con la maggiore economia mondiale, quella cinese, la quale oggi sviluppa il suo progetto egemonico tra l’altro attraverso la cosiddetta via della seta: la creazione di una rete di infrastrutture di trasporti che deve sostenere e sviluppare l’egemonia sul commercio mondiale.
Oggi la Cina continua a crescere a un ritmo impensabile per il resto del mondo: acquista terra in Africa dove crea infrastrutture di comunicazione e commerci, insediando nel contempo nuclei di popolazione; ha costruito un sistema di distribuzione dei propri prodotti che fa aggio su una rete coordinata di comunità che sono non solo terminali di una struttura produttiva, ma anche di distribuzione dei prodotti della propria economia; investe come potenza militare e si insedia con significativi presidi a Gibuti come sulle coste del Pacifico e dell’Oceano Indiano. La sua politica finanziaria mira a influenzare le economie degli Stati attraverso l’acquisto dei titoli del debito pubblico e un’accorta politica di acquisizione di aziende e quindi di know-how e di brevetti; al tempo stesso gli ingenti finanziamenti interni destinati alla ricerca gli consentono oggi di assumere posizioni leader in diversi settori, primo tra ogni altro quello digitale,attraverso il quale mira a controllare i propri competitors. In questa situazione il governo italiano ha deciso di sottoscrivere alcuni protocolli di adesione al piano infrastrutturale di commercio cinese, in apparente contrasto con una comune politica europea a riguardo. Il problema è costituito dal fatto che una comune politica europea non esiste.

L’asse Europa Cina

A ben vedere una linea di comunicazione ferroviaria diretta tra la Cina e la Germania esiste già, posto che la progettazione della via della seta risale al 2013. Già ora, ogni settimana, circa 30 treni cinesi arrivano nel terminal del porto interno di Duisburg, nella Germania occidentale. Dalle cinesi Chongqing, Wuhan o Yiwu arrivano vestiti, giocattoli e elettronica hi-tech e in direzione opposta partono auto tedesche, whisky scozzese, vino francese e tessuti milanesi. Nella città posta alla confluenza del Reno e della Ruhr le aziende italiane hanno creato delle agenzie che ricevono i container, li spacchettano e ne veicolano il contenuto che da allora in poi circolano senza controllo doganale alcuno per il mercato europeo. La Cina rimane il principale partner commerciale della Germania negli ultimi due anni. Il rapporto commerciale sino-tedesco si è attestato a 218,5 miliardi di dollari l’anno scorso, con un’eccedenza di 17,5 miliardi di dollari a favore di Pechino. Le aziende tedesche sono i maggiori investitori europei in Cina, dove sono richieste merci specializzate come automobili e macchinari high-tech; emerge quindi lo spazio per una cooperazione win-win tra la Germania e la Cina. La Germania, ma anche la Francia, hanno dunque da tempo stabilito un rapporto privilegiato con la Cina, fottendosene degli altri partner europei. Non stupisce perciò che l’Italia stia cercando di fare altrettanto. E questa non è ne una invenzione dell’attuale governo, posto che un’iniziativa in tal senso era stata sviluppata durante il governo Gentiloni, a riprova che l’assenza di una politica comunitaria data da lungo tempo. I cinesi puntano al collegamento marittimo tra Trieste, Genova e il centro Europa. E’ pur vero che i cinesi hanno acquisito il controllo del porto del Pireo e potrebbero sfruttare il corridoio balcanico, ma questo è tecnologicamente e logisticamente poco attrezzato e si muove sull’asse di comunicazione Belgrado Budapest, paesi e mercati dall’economia fragile e dalla stabilità politica incerta: inoltre il mercato sul quale i cinesi puntano è quello dell’Europa ricca e non certo l’Ungheria, la Polonia o ancor peggio l’Ucraina o gli altri paesi dell’Est. Inoltre l’investimento in Italia non esclude l’ipotesi di creare qualche altro hub cinese collocato nel centro sud del paese che ne stimolerebbe il decollo. Non bisogna dimenticare che almeno fino a Salerno il paese dispone di una linea ad alta velocità che rende agibile i porti almeno fino a Napoli. E’ per questi motivi che tutte le polemiche sugli accordi italiani fuori dal contesto europeo sono manfrine e marchette politiche nei confronti degli Stati Uniti, preoccupati dell’attivismo cinese. Così le resistenze leghiste sono parte della politica internazionale della Lega, posto che lo sponsor che ha progettato l’operazione è un leghista economista palermitano!

La crisi dell’Europa e la Brexit.

D’altra parte questo è il momento meno opportuno per sviluppare una politica unitaria dell’Europa, immobilizzata dalla Brexit. I ripetuti rovesci del governo della May, la sua incapacità-impossibilità di trainare il paese fuori dall’Europa, sono al tempo stesso il segno di una forza intrinseca dell’Europa, motivo di sostegno alla sua esistenza, e al tempo stesso la misura delle difficoltà dell’integrazione politica e economica del continente. Lo sviluppo di un forte movimento di massa di resistenza del paese all’uscita dall’Europa, reso palese da una petizione firmata da più di 4 milioni di cittadini a favore di un nuovo referendum e da una manifestazione che ha visto più di un milione di partecipanti che chiedevano di annullare la Brexit, ci dice che la consapevolezza di massa della necessità di un’unione dei popoli d’Europa è più forte degli intrallazzi e degli scontri delle sue classi dirigenti. E’ questo perché vi è coscienza diffusa che il nanismo di tutti i singoli paesi che marciano in ordine sparso a fronte dell’attività dei giganti del mondo non fa bene a nessuno. Inoltre gli inglesi si sono assuefatti allo spazio europeo e sanno bene che la loro uscita li condanna al declino: possono al massimo diventare un doppione del Distretto di Columbia degli Stati Uniti, nemmeno uno Stato dell’Unione! Da queste costatazioni nasce l’interesse necessario alle elezioni europee dove a fronteggiarsi sono da
una parte la marea crescente del sovranismo che propone una politica sociale reazionaria, regressiva, liberticida, fortemente limitativa dei diritti della persona umana e una posizione ancora una volta neoliberista e di rigoroso contenimento del debito, voluta dalla Germania e dalla Francia e dai paesi vassalli della loro politica.
In questa situazione è totalmente minoritaria e assente una politica sociale di apertura delle economie e della società, attenta ai valori della persona e sensibile ai bisogni materiali dei lavoratori. Nessun partito sembra rendersi conto che l’obiettivo primario è l’eliminazione della concorrenza tra le diverse aree dell’Unione sul costo del lavoro e che una politica nel rispetto degli interessi delle popolazioni passa necessariamente dallo stabilire uno stipendio minimo valido per tutti, una misura generalizzata contro la povertà e di sostegno agli incapienti e una politica fiscale coordinata, come primo punto per procedere a una distribuzione equilibrata del benessere tra le diverse popolazioni. Fino a quanto non si porrà freno al decentramento produttivo tra i diversi Stati dell’Unione, giocando i lavoratori di un paese contro l’altro e utilizzando interi popoli come esercito industriale di riserva come fa l’economia tedesca con il centro Europa e i Balcani, il continente non potrà che essere preda non solo dei gruppi capitalistici più forti, ma anche e soprattutto della finanza internazionale e degli altri giganti che operano sul mercato mondiale.
Il coordinamento delle politiche del lavoro e degli investimenti, l’armonizzazione delle politiche fiscali, che avrebbe dovuto precedere l’istituzione di una moneta unica, sono il nodo attraverso il quale passa il futuro dell’Europa, altrimenti destinata al declino, Non basteranno certo le politiche senza fondamento dell’incremento demografico a salvarla posto che se si mettono al mondo figli questi devono pur avere da vivere. Questo è il nodo principale della politica contraddittoria dei sovranisti nostrani e di quelli degli altri paesi.
E’ ancora presto per dirlo ma i nodi stanno per arrivare al pettine in Ungheria come in Serbia e l’Ucraina non è certo messa meglio. Tirano ancora le economie della Repubblica Ceca e della Polonia che continuano a fare dunping, retribuendo la forza lavoro a prezzo più basso ma il meccanismo è destinato a rompersi. L’emigrazione costante dall’Est è la risposta necessitata a questa politica, assolutamente non contenibile attraverso le politiche demografiche dei governi sovranisti: L’idea di trasformare l’Est Europa in un allevamento di lavoratori destinati all’emigrazione può albergare solamente nella mente di un capitalismo di rapina che utilizza il sovranismo come il servo sciocco del momento.
Cominciano ad accorgersene gli ungheresi che incrementano una forte emigrazione e sono costretti a quaranta ore di lavoro e a svolgere 400 ore all’anno di lavoro pressoché gratuito (come quelle dovute dai vassalli al signore nel diritto feudale); ne sono consapevoli i lavoratori serbi, sottopagati come del resto quelli cechi e polacchi, al punto che non è impossibile che proprio dall’Est venga una risposta al sovranismo non nelle urne ma dalle piazze. Se i rapporti politico clientelari sono troppo forti perché il malcontento possa esprimersi col voto il controllo sociale cede più facilmente di fronte alla ribellione aperta contro l’insostenibilità del vivere.
L’augurio che facciamo in occasione delle elezioni europee è dunque quello che si sviluppino e riprendano vigore le lotte dei lavoratori, le sole in grado di battere le politiche sovraniste come quelle neo liberiste, il solo strumento per rifondare la sinistra politica, anche quella riformista, perché le popolazioni non possono vivere e agire, lottare e battersi senza un progetto, se no con la speranza di costruire un mondo migliore.

La Redazione