NOI E IL VOTO

“Gli anarchici non votano!” affermazione ripetuta e non ripensata, nata quando il voto non era universale, anzi addirittura censitario, il che favoriva l’impegno politico di coloro che ne erano esclusi. Ma quali sono le motivazioni a supporto di questa presa di posizione? Sostanzialmente due: il rifiuto di riconoscere l’assetto borghese della democrazia rappresentativa ed il rifiuto delle delega a farsi governare in ragione dell’azione diretta e della responsabilità di ognuno nella conduzione delle proprie idee. Analizziamole.

1. A distanza di quasi due secoli e messo è facile riconoscere che la democrazia, fatta di elezioni e parlamenti, è ben lungi dal rappresentare gli interessi delle classi meno abbienti, dei lavoratori e persino della borghesia minuta (la classe media), ma favorisce lo svilupparsi di apparati di potere, di gruppi di politicanti asserviti ai voleri di quelli che un tempo venivano definiti immaginificamente “i padroni del vapore”. È difficile sostenere, quindi, che la diffidenza bei confronti di una forma di rappresentanza che favorisce i detentori del potere economico ed esclude gli altri fosse ingiustificata. L’errore, però, sta nel ritenere che di per sé l’espressione del voto implichi il riconoscimento del sistema: il fatto che sempre più ampia (fino a superare il 50%) sia la fetta dei cittadini non votanti e che questo non comporti alcun inasprimento della lotta sociale, smentisce questa equazione; non è detto che chi vota accetti la democrazia borghese, come non è detto che chi non vota la contesti. Per di più appare evidente che le classi dominanti non siano minimamente spaventate dall’aumento costante degli astenuti, anzi questa tendenza viene incoraggiata, perché così la delega alla minoranza dominante diviene sempre più efficace.

2. Più complesso è il problema della delega. Può esistere una società complessa e non solamente locale (demograficamente limitata), ma internazionalmente estesa, come gli anarchici hanno sempre vagheggiato, senza alcuna forma di delega? Una federazione di federazioni, di federazioni fino ad arrivare alla comune agricola, alla fabbrica, all’ufficio deve per forza ricorrere alle deleghe per prendere le decisioni che riguardano tutti: non è infatti pensabile una riunione di tutta l’umanità in un solo luogo per votare tutti direttamente assemblearmente. Il problema risiede dunque nella natura della delega. Nella democrazia borghese la delega che viene affidata ai rappresentanti è in bianco (“senza vincolo di mandato) e dura un tempo definito, quindi non è revocabile: la verifica avviene a tempi dilazionati e non riguarda quasi mai l’effettivo comportamento del delegato, ma si confonde nella memoria, si mescola nella multiforme attività svolta, viene oscurata dall’appartenenza partitica, ma soprattutto risulta fortemente influenzata dalla presenza di avversari invisi; in pratica non è mai un vero giudizio sull’operato della persona delegata. La delega cui pensano gli anarchici è una delega vincolante, revocabile in qualsiasi momento e pertanto costantemente verificabile da parte dei deleganti.

Tornando al problema del voto dobbiamo fare tesoro di quanto sopra detto. Mi pare che l’avversione a recarsi alle urne nasconda una fiducia negli effetti di questo atto che è l’esatto contraltare di ciò che pensano coloro che vi si recano credendo di risolvere così i propri problemi. Questi ultimi credono nella democrazia così come essa si è configurata, mentre i primi ascrivono al voto un effetto distorcente sulle coscienze esiziale per la lotta sociale; gli uni e gli altri credono nell’importanza, positiva o negativa che sia, del rito elettorale. Occorre riposizionare il tutto nel suo vero spessore. Le elezioni non decidono sulla lotta di classe, non la addormentano, né la stimolano; vanno a incidere solo sugli assetti istituzionali. Si può credere che essi siano del tutto ininfluenti nella vita reale delle persone, nel qual caso recarsi a votare è del tutto inutile, ma non negativo, oppure che essi un qualche riflesso sul vivere quotidiano abbiano, nel qual caso il voto può rivestire un limitato valore tattico. Le due condizioni non sono fissate immutabilmente nel tempo, ma si presentano alternativamente. Personalmente a volte mi sono astenuto, a volte ho votato per ciò che al momento mi sembrava più utile alla mia causa, talvolta ho volontariamente disperso il voto.
Un approccio laico e relativizzante al voto comporta alcune conseguenze. I parlamenti sono sempre meno determinanti nelle scelte fondamentali degli assetti sociali e soprattutto economici, ma la presenza di qualcuno che smascheri i veri centri di potere, sovrastando il rumore di fondo dell’informazione di regime, può risultare utile, come può risultare utile contrastare scelte particolarmente inique e nocive per la vita di tutti i giorni. Per fare un esempio, contrastare con il voto il progetto di Trump di smantellare la riforma sanitaria di Obama, il che comporterebbe un aggravio notevole per le dure condizioni di vita dei più poveri, sarebbe sembrato ragionevole; peccato che questo evento era affidato alla invisa Clinton e che poi la prospettiva è stata affossata dall’ex candidato repubblicano Mc Cain. Ovviamente un ampio moto polare sarebbe stato da preferire, ma esso non era probabile e affidare ad esso la vita di tante persone sarebbe stato irresponsabile. In epoca, perciò di lotta sociale montante, votare può non aver alcun senso, ma quando il conflitto di classe langue, alcune prospettive posso essere avvalorate dal voto, senza che questo pregiudichi l’intervento giornaliero sul posto di lavoro e la militanza di classe.
La conseguenza di quanto detto è anche un’altra. Se il voto può rivestire al più un valore puramente strumentale, affidare ad esso la bandiera di un’idea, credere che esso convalidi un impegno sociale è illusorio. In altri termini il voto come mera testimonianza non serve a nulla; presentare un simbolo e una lista, votarli per fortificare un movimento, senza che ciò comporti verosimilmente una qualche forma di presenza istituzionale, salva la coscienza di chi nel voto crede, ma è condannato all’inefficacia e può addirittura essere nocivo per quel movimento, minato dall’inevitabile sconfitta e dalla disillusione. Meglio sarebbe concentrare i propri sforzi nella militanza senza disperdere energie in una competizione inefficace per principio, inutile per il risultato.

Saverio Craparo