Il personale è…politica

L’esperienza personale di questi giorni mi ha fatto affiorare un ricordo che vorrei consegnarvi, e mi ha aperto ulteriormente gli occhi sull’importanza dei servizi sanitari pubblici e ben funzionanti oggi, domani, nella fase rivoluzionaria e nella società che auspichiamo.

Una persona cara malata terminale è assistita da me ed altri attraverso le strutture pubbliche di una Asl del Centro Italia, che provvede alla cura domiciliare con un servizio di cure palliative che ci permette di non spostare in ospedale o ricovero la persona malata, ma di garantirle il massimo delle possibilità di cura, sia medica che assistenziale che affettiva, naturalmente. Il tutto grazie a un sistema sanitario ottenuto da più di un secolo di lotte dei lavoratori, che per ora tiene, con grossi strappi nei quali si infiltra la sanità privata e il sistema assicurativo, famelici e divoratori di umanità.

La mente è andata al ricordo della morte di un compagno che non ha avuto la stessa fortuna, mi pare. Era vissuto negli Stati Uniti dalla prima guerra mondiale al 1977. Nel primo dopoguerra aveva subito la deportazione per motivi politici ed era stato rimpatriato come migliaia di compagni anarchici, socialisti, sindacalisti, quando gli Stati Uniti avevano paura di tutto quel “red” che circolava ancora nelle loro fabbriche, nelle loro strade. Una serie di raids di polizia e guardie private, di processi come quello a Sacco e Vanzetti avrebbero rimesso tutto a posto in pochi anni.

Si chiamava Carmine Abate e in Italia lavorò con Malatesta alla redazione di “Volontà” e di “Umanità Nova”, poi anche qui trovò chi odiava il rosso e si trovò nel momento in cui un tale Mussolini instaurava un regime con l’aiuto della Confindustria, della Corona e delle forze armate.

Riprese la via dell’esilio, rientrò clandestino negli Stati Uniti e di lì in poi si chiamò Hugo Rolland. Ho avuto l’onore di conoscerlo, di avere da lui non solo alcuni dei libri da lui scritti (bellissimo il suo Il sindacalismo rivoluzionario di Alberto Meschi), ma tanti racconti, tante conferme alle mie scelte politiche. Nel 1977 ero negli Stati Uniti e dovevo rincontrarlo, ma la sua compagna mi disse per telefono che Hugo non poteva e dopo neppure un mese mi arrivò la dolorosa notizia della sua morte.

Siphra, la compagna, tornò in Italia e mi raccontò che “Hugo aveva un tumore allo stomaco, chiese ai medici quanto possibilità di guarire aveva, gli dissero che aveva solo 5/6 mesi di vita: Hugo smise di nutrirsi, morì per non spendere soldi inutili e garantirmi una vecchiaia serena”.

Siphra ha avuto una vecchiaia serena; la figlia l’ha tenuta accanto a sé finché è stato possibile, poi ha passato gli ultimi anni in una decorosa casa per anziani grazie a quei soldi che Hugo aveva risparmiato e gli aveva dedicato. L’ho saputo da un altro strano amico, statunitense, socialista convinto, Rudolph Vecoli. Ma questa è una storia che vi racconterò la prossima volta.

Sua