Stupisce e sconcerta constatare come l’opinione pubblica e le opposizioni si facciano dettare l’agenda del dibattito politico da un Governo che sta trascinando il paese nella depressione e nella miseria, e per che per quanto riguarda le libertà civili, lo rinchiude in una gabbia sempre più stretta. Mentre l’inflazione cresce senza controllo, il carburante aumenta di giorno in giorno, le fabbriche chiudono e il decentramento produttivo aggredisce il tessuto industriale del paese, mentre i salari registrano il record negativo e sono i più bassi d’Europa, il paese, dopo un’estate trascorsa a parlare del caso Ranucci e delle conseguenze dell’attacco al giornalista e alla libertà di stampa da parte del partito della premier, ora discute del divieto di chador e niqāb a scuola (mai visti) e della ghettizzazione degli studenti ”stranieri”, anche se nati in Italia e che sovente parlano il dialetto locale.
Addirittura la premier, col suo cipiglio istrionico, arringando ai giovani fascisti del suo partito, annuncia che ha deciso di affrontare “il problema” per decreto, ravvisando la necessità e l’urgenza, quando sa benissimo che il provvedimento approvato dispiegherà i suoi effetti di fatto solo nel prossimo anno scolastico, posto che l’attività scolastica è già iniziata e le classi sono ormai formate. Il Presidente della Repubblica, piuttosto che rilevare l’illegittimità della decretazione d’urgenza, ravvisando e constatandone l’inesistenza, ha scelto di mediare col governo per “limare” quegli aspetti particolarmente forcaioli del provvedimento, operando, o pensando di operare uno svuotamento del provvedimento “dall’interno”, limitando i danni ma sottraendolo alla censura della Corte Costituzionale.
Questo atteggiamento discutibile, che caratterizza la gestione del mandato presidenziale di questa legislatura è ricorrente ed ha consentito al governo il varo di quella decretazione di urgenza ripetuta, palesemente incostituzionale, che ha inquinato non poco il nostro ordinamento e menomato le libertà civili, effetto direttamente conseguente alla politica della “riduzione del danno” esercitata anche in quell’occasione. Quello che la Presidenza della Repubblica non ha capito, o sembra non aver capito, è l’intrinseca natura eversiva di questa legislazione, che di fatto introduce e legittima una sorta di “fascismo bianco” che ormai caratterizza la politica di questo governo, il quale ha coerentemente mutato, in senso autoritario e liberticida la struttura del nostro ordinamento, violando le libertà fondamentali, soprattutto quella di esprimere liberamente la protesta per i provvedimenti non condivisi.
Come è noto il Governo ha celebrato il record di maggior durata fra i quelli della Repubblica, ma si è ben guardato dal fare un bilancio di ciò che i suoi provvedimenti hanno prodotto. La Presidente del Consiglio in verità ci ha provato, giocando con i numeri (malamente), sbandierando successi inesistenti, ma questo suo sforzo è naufragato di fronte ai dati ufficiali sull’andamento del PIL e di fronte al mancato raggiungimento del 3% per il rientro dalla procedura di infrazione, sia pure per lo 0,1%. Ciò gli impedisce di fare una finanziaria che distribuisca piccole prebende a destra e a manca per accontentare il suo elettorato ed ecco, allora, l’escamotage di sollevare problemi identitari, a costo zero, sui quali compattare la sua maggioranza e far fronte all’erosione di consensi del suo partito ad opera del generale Vannacci.
Queste tematiche, unite a quelle della lotta all’immigrazione e ai problemi securitari sul territorio, costituiscono nell’insieme il programma della destra che va alle elezioni, la cui strategia elettorale dovrebbe ricevere un aiuto sostanziale dalla modifica della legge elettorale, legge pensata quando ancora una concorrenza a destra del partito di governo non esisteva, che rischia oggi di divenire un boomerang per la maggioranza di governo.
L’opposizione di “sinistra”
L’efficacia della strategia della Presidente del Consiglio per vincere le prossime elezioni è largamente potenziata dai comportamenti e dalle posture assunte dall’opposizione, la quale si lascia dilaniare dalla querelle relativa all’individuazione del leader della coalizione, trascurando invece la messa a punto di un programma che è ciò che gli elettori vogliono conoscere, per decidere chi scegliere e per quale motivo. In particolare l’opposizione dovrebbe sciogliere il dilemma relativo alle proprie posizioni di politica internazionale e segnatamente relativamente al problema palestinese e a quello costituito dalla guerra d’Ucraina. Mentre sul primo lo schieramento di sinistra è compatto nella condanna di Israele, senza se e senza ma, e la promessa, finalmente di disdire i legami economici e securitari con l’entità israeliana, permangono, in ragione di un desueto e marciscente atlantismo, le divisioni relative al sostegno finanziario alla guerra in Ucraina e in generale al riarmo dell’Europa, tematiche che vedono all’interno della coalizione pareri discordanti.
Mentre sul riarmo un compromesso appare non solo auspicabile, ma possibile, dove le posizioni sembrano inconciliabili è sulla guerra Ucraina, anche se l’orientamento del 60% degli italiani è contrario al finanziamento della guerra. Dovrebbe far riflettere i dirigenti dei partiti della sinistra che ancora si ostinano a dare spazio all’ala cosiddetta riformista del PD, appiattendolo sulle posizioni di Azione e della transfuga Picierno, ostinandosi a sostenere un Governo corrotto, quello ucraino, che si ingrassa sui finanziamenti della guerra, mentre la popolazione muore al fronte, nelle strade e nelle piazze, Ostinandosi a non trattare (il Parlamento ucraino ha votato una legge che lo impedisce) la pace, il che necessariamente comporta la rinuncia a una parte del territorio ucraino e l’ammissione della sconfitta sul campo di battaglia si persegue la distruzione del paese. Cosa occorrerà ancora per prendere atto che quella che si che si combatte in Ucraina non è solo una guerra fra la Russia e l’Ucraina ,ma una guerra civile all’interno del paese tra gruppi diversi di popolazione: in particolare l’Est del paese non intende sottomettersi ai nazionalisti dell’Ovest e del Centro dell’Ucraina.
Ma questa soluzione della guerra viene fortemente contestata dagli ambienti dell’Unione europea, soprattutto perché comporterebbe la morte politica dell’attuale Commissione e della maggioranza che l’ha sostenuta e metterebbe in crisi la gestione dell’Unione europea per come la conosciamo, costringendo questa classe politica di inetti che la governa a rivedere le proprie scelte e a darsi un progetto strategico nell’interesse dei popoli europei, che metta al primo posto la pace. Il buon senso dovrebbe indurre a capire che non si può chiudere la stalla quando i buoi sono già usciti, ovvero, inutile invocare ora condizioni di pace dignitosa, quando per anni l’Unione europea ha spinto gli ucraini verso la guerra, non facendo nessuno sforzo e non prendendo alcuna iniziativa per promuovere la pace e la mediazione col nemico, dimenticando che la pace si fa parlando con lui e non ignorandolo, a meno che non si voglia risolvere il problema militarmente, ovvero distruggerlo l’avversario sul campo di battaglia. Come questa classe politica dell’Unione europea abbia pensato di poter piegare una potenza nucleare che dispone del maggior arsenale di atomiche rimane un mistero.
Ciò che occorre alla sinistra italiana che va alle elezioni è una presa d’atto di ciò che sta avvenendo sul campo guardando con attenzione a quello che realmente sta succedendo, per non combattere una battaglia inutile e velleitaria, barricandosi dietro la difesa di principi quali la difesa della democrazia liberale che si rivelano poi ad una verifica, farlocchi, come dimostrano le notizie relative alla repressione interna all’Ucraina che colpisce la libertà di pensiero, di culto, di coltivare la propria cultura, di parlare la propria lingua.
Il compromesso necessario
A nostro avviso potrebbe anche succedere che i partiti della coalizione di sinistra non trovino unita di posizioni sulla guerra Ucraina e che mantengano ognuno di essi la propria, ripromettendo di confrontarsi nel nuovo Parlamento eletto, ma l’unità della coalizione è necessaria per il bene del paese che ha bisogno di scrollarsi di dosso cinque possibili anni di ulteriore governo di destra che non farebbero altro che aggravare in modo irreversibile la tenuta della democrazia e della libertà delle istituzioni nel paese.
Occorre che la Repubblica sappia dotarsi di una politica economica che sia in grado di programmare il proprio sviluppo, che abbia un piano per l’occupazione, che provveda all’aumento dei salari, che si adoperi per frenare l’inflazione, che abbia una politica per la casa, che potenzi e rifinanzi il servizio sanitario nazionale e la scuola, anche intervenendo sull’edilizia scolastica, e le retribuzioni degli insegnanti, scandalosamente basse. rivedendo i programmi per venire incontro alle nuove esigenze del mercato del lavoro e soddisfare il bisogno di cultura della popolazione, e che provveda ad abrogare la legislazione securitaria del Governo Meloni.
La Redazione