Il 30 luglio 2026 circa 60.000 persone, (e più di 1000 morti dei quali non parla nessuno) sospinti da agenti dei servizi segreti marocchini e forse di altri paesi, facilitati dalla polizia di frontiera marocchina, hanno varcato i confini che dividono la exclave di Ceuta dal Marocco, invadendo a tutti gli effetti quello che è territorio spagnolo, ma non appartiene né all’Europa né all’area Schengen. Alle origini dell’esodo stanno una serie di fake news che hanno fatto credere a costoro che entrando in territorio spagnolo avrebbero potuto usufruire dei provvedimenti emanati dal governo Sanchez di riconoscimento del permesso di soggiorno (non della cittadinanza) a persone da anni presenti in Spagna e titolari di un rapporto di lavoro certificato. I migranti spinti ad invadere Ceuta pensavano, anche utilizzando una sentenza della Corte Suprema spagnola, che giustamente riconosce il diritto dei richiedenti asilo a veder valutata la loro richiesta, di poter beneficiare del provvedimento, una volta giunti sul territorio metropolitano spagnolo. Ma perché ciò potesse avvenire avrebbero dovuto attraversale il canale, cosa non semplice. Si trattava quindi di una invasione del Marocco per una acquisizione del territorio.
Va detto che in Marocco non è nuovo a questi metodi utilizzati per risolvere questioni di politica interna ed estera che riguardano il paese: basti ricordare la cosiddetta “Marcia verde”, del novembre del 1975 guidata dallo stesso sovrano per acquisire il controllo del Saharawi, già possedimento spagnolo depredandolo delle sue risorse minerarie e soprattutto dei fosfati e dei diritti di pesca lungo le sue coste. È bene ricordare che la marcia si concluse con l’acquisizione di fatto al Marocco del territorio e l’insediamento di popolazioni marocchine sul territorio, espellendo le popolazioni autoctone, obbligate a vivere in accampamenti nel deserto in territorio algerino e a cercare di opporsi con la guerriglia all’occupazione illegittima del loro territorio.
La stessa strategia è stata invocata, fin dal 12 marzo 2026 da Michael Rubin, ex-ufficiale del Pentagono e membro senior dell’American Enterprise Institute (think tank molto influente in materia di politica estera) che ha pubblicato un commento sul sito web dell’istituto, secondo il quale gli USA dovrebbero riconoscere Ceuta e Melilla come territorio marocchino occupato sulla scia del riconoscimento fatto da Trump nel suo primo mandato della sovranità del Marocco sul Western Sahara e a Rabat di mandare bulldozer al confine ed entrare a Ceuta e Melilla disarmati alzando la bandiera marocchina.
La tendenza statunitense ad attaccare la Spagna viene rafforzata in aprile dalle dichiarazioni di Mario Diaz-Balart, chairman del comitato del congresso USA sulla sicurezza nazionale e consigliere di Rubio, che dichiara al quotidiano “El Espanol” che Ceuta e Melilla non sono su territorio della Spagna, ma del Marocco e dagli israeliani che su “Ynet”, uno dei maggiori siti di notizie del paese, si chiedono: “Gli accordi di Abramo raggiungono lo stretto. Come può Israele aiutare il Marocco a reclamare il suo Nord?” e individuano il sostegno tramite canali preferenziali con Washington, come la strada maestra e invitano ad attaccare la Spagna che riconosce la Palestina, mentre mantiene le enclave africane. Questa scelta darebbe concretezza agli accordi di Abramo e punirebbe un membro della NATO che ha ripetutamente ostacolato l’azione dell’alleanza.
Ben consapevole di queste premesse il governo spagnolo ha risposto alla tentata invasione chiudendo ogni attività a Ceuta e rendendo la città invivibile, costringendo così più di 50.000 persone a rientrare immediatamente nei confini marocchini, ma ormai l’effetto spot dell’iniziativa era stato raggiunto: terrorizzare l’opinione pubblica europea paventando una invasione. Italia e Danimarca richiedevano la sospensione di Schengen, affermando che questi migranti potessero entrare in Europa, e promuovevano una riunione dei ministri degli interni di 22 paesi europei, alla quale hanno aderito anche: Austria, Bulgaria, Croazia, Estonia, Germania, Ungheria, Lituania, Olanda, Romania, Slovacchia, Belgio, Cechia, Cipro, Grecia, Finlandia, Lettonia, Malta, Polonia, Slovenia.
Il Marocco come “agente provocatore”
Consapevoli che si sia trattato di una provocazione bisogna chiedersi da chi questa è stata orchestrata e perché ha proprio scelto il Marocco come agente per metterla in atto, a chi interessa provocare problemi al governo Sanchez. Come dimostrano i fatti sono gli Stati Uniti, primi tra gli altri ,che non hanno digerito il rifiuto di Sanchez dell’utilizzo delle basi statunitensi in Spagna da usare come trampolino di lancio per l’attacco all’Iran; Altro elemento è costituito dalla politica di Sanchez nei confronti dello Stato di Israele.
Il Marocco è uno stretto alleato degli Stati Uniti che ha sottoscritto i “patti di Abramo“ che riconoscono Israele, il paese costituisce di fatto la testa di ponte USA in Africa, per penetrare in un continente nel quale gli Stati Uniti diventano sempre più marginali. Inoltre, come è noto, il Marocco è un paese largamente infiltrato da Israele, che ne controlla la classe dirigente e il mainstream, un paese nel quale la forte anche se non numerosa comunità israelitica che vi opera da secoli è bene accettata, è forte e protetta dal sovrano: un sovrano, peraltro sempre distante dal paese. che vive in Francia e che ha delegato la gestione dello Stato alla sua Corte, formata dai ricchi proprietari terrieri e dai titolari dei grandi conglomerati industriali e minerari che dominano il paese. Il trait d’union tra la classe dirigente marocchina e la finanza internazionale è stato storicamente assicurato da André Azoulay, consigliere economico di re Hassan II (dal 1991 al 1999) e del figlio Muhammad VI e al tempo stesso membro del Board della Banca Paris-Bass, nonché esponente della comunità ebraica marocchina, che ha di fatto guidato la politica del Marocco. Il ruolo della componente ebraica nella politica marocchina è stato sancito dalla riforma costituzionale del 2011 che tra l’altro ne ha riconosciuto l’importanza nella vita del paese.
Ma il sistema economico marocchino per svilupparsi ha bisogno anche dell’Unione europea, nei confronti della quale opera attraverso lobby presso la Commissione europea a Bruxelles, che corrompono funzionari e politici europei, come hanno dimostrato alcuni casi venuti alla luce (Quatargate 2022), e che hanno coinvolto eletti di destra e di sinistra pur di ottenere facilitazioni per l’economia agricola e le esportazioni marocchine, facendo concorrenza alle produzioni dei paesi europei mediterranei, grazie a trattamenti agevolati e di favore, ottenendo il riconoscimento dei diritti di pesca e la copertura politica dell’occupazione del Saharawi.
Il Marocco è uno Stato musulmano il cui sovrano si considera l’erede di Maometto, in linea diretta, ed è quindi persona sacra, che approfitta della sua posizione istituzionale per esercitare una funzione di controllo ferreo sull’esercizio del culto, benché professi i un islam moderato. Il ministero per i Wquf del Governo marocchino gestisce tutte le mosche, in gran parte di rito malakita, finanziate dal Marocco, presenti in Europa, che costituiscono insieme a quelle facenti capo alla Turchia, una delle reti più forti di strutture religiose islamiche nel continente europeo, sulle quali esercita un controllo ferreo e, attraverso queste, sulla popolazione migrante che vi afferisce, garantendo ai sistemi di sicurezza occidentali ogni collaborazione, soprattutto nel controllo delle seconde e terze generazioni, per contrastare le reislamizzazioni. Per questo insieme di motivi le autorità marocchine di polizia sono ben gradite nell’ambito securitario europeo, disponibile a chiudere un occhio e forse anche due, sulle attività che esse svolgono.
L’effetto immagine di Ceuta
Anche se i 60.000 sono stati respinti “l’effetto immagine” di una valanga umana che si riversa su un territorio sedicente europeo ma in realtà è estraneo al continente continua a giocare e continuerà come effetto annuncio e a spaventare, permettendo e legittimando le politiche securitarie della Meloni e della premier danese, sedicente socialista, la quale si distingue per una gestione fallimentare dell’economia non tanto a causa dell’emigrazione, ma per avere dilapidato la ricchezza del paese, pur di finanziare la guerra in Ucraina, e ora che vede compromesso l’alto tenore di vita della popolazione ha bisogno della lotta all’emigrazione per puntellare il suo discutibile operato. Dopo essere stata uno dei più fedeli e sciocchi alleati USA la Danimarca si ritrova pressata da Trump che chiede la Groenlandia che il paese ha sfruttato con politiche coloniali e sterilizzando le popolazioni indigene.
La ricerca di soluzioni al problema migratorio attraverso l’esternalizzazione dei migranti mediante la realizzazione di hotspot in paesi come Albania, Kosovo, Ruanda è miseramente fallita. Così facendo non si guarda alle ragioni reali dei provvedimenti emanati dal governo Sanchez che sono invece diretti, al di là di ogni speculazione, alla regolamentazione del mercato del lavoro interno in Spagna e alla sua regolarizzazione, per svolgere una azione di contrasto del lavoro nero, per favorire l’integrazione e portare i lavoratori migranti ad entrare nel sistema fiscale spagnolo a pieno titolo, tanto più che moltissimi fra costoro provengono da paesi dell’America Latina, di lingua e cultura spagnola, e che quindi sono più facilmente integrabili dei migranti provenienti da altri luoghi. Ciò che fa invidia della Spagna in questo momento è il fatto che l’unico paese che marcia ad un tasso di crescita della propria economia più alto di quello di
tutti gli altri Paesi appartenenti all’Unione e questo proprio perché sono state compiute in Spagna scelte di strategia politica e di programmazione dello sviluppo economico lungimiranti, di affrancamento dai bisogni crescenti di energia attraverso lo sviluppo delle rinnovabili anche se bisogna dire che queste politiche sono rimesse in discussione dagli scandali che colpiscono il governo, a causa del comportamento di alcuni suoi componenti o delle famiglie di questi, ma che, sul piano fattuale ,si distinguono per una particolare efficacia.
Cadendo nella trappola di considerare i fatti di Ceuta come un’invasione e come la certificazione del fallimento della politica migratoria del governo Sanchez gli spagnoli, ma anche la sinistra, finirebbero per fare il gioco delle destre di ogni paese europeo che individuano giustamente nella Spagna l’alternativa alle loro politiche e che temono il diffondersi della condivisione per le politiche del governo spagnolo.
La fine della solidarietà dell’Unione Europea
La reazione scomposta della Meloni e della Frederiksen ai fatti di Ceuta, il sostanziale fallimento della riunione dei ministri dell’interno voluta dalle due premier, le quali hanno approfittato dell’occasione per sospendere il trattato di Schengen, la dice lunga sul bisogno di questi governi di nascondere con le politiche migratorie i ripetuti insuccessi in materia sociale, di politica economica e di politica estera. Il fallimento delle loro strategie di contenimento dell’emigrazione, basata sugli hotspot in paesi terzi e i rimpatri, benché sia stata fatta propria dall’Unione europea con il recente accordo sulla nuova gestione della migrazione, è dimostrata dall’aumento della conflittualità in materia tra i diversi paesi, e dalla decisione della Germania di rinviare i migranti ai paesi di primo approdo, accentuando la crisi politica complessiva dell’Unione e la solidarietà tra i diversi paesi. Troppo diversificate le esigenze tra le politiche dei paesi del nord Europa e quelli mediterranei di primo approdo.
La Redazione