
I PRIMORDI
Si intendeva invece adesso fare tabula rasa di qualunque aspetto potesse ancora richiamare, lontanamente, una qualche idea di socialdemocrazia.
Ora, non è che questa strategia fosse stata inventata dalla stampa, ma, come sempre, essa metteva in atto quello che le classi dominanti chiedevano, o anche solo pensavano.
Uno dei giornali più abili nel realizzare il meccanismo di “detournament” fu sicuramente “Repubblica”. Un giornale di sistema che riuscì a proporsi come l’esatto contrario. Nuova impaginazione, formato tabloid, giornalisti catturati nell’ambito dei movimenti degli anni ‘60 e’70. Un approccio apparentemente nuovo ed informale. Scalfari, il fondatore (un paludato, borioso, imbarazzante, e sopravvalutato personaggio) con il suo animalesco fiuto costruì un meccanismo implacabile, travestendo un giornale padronale (De Benedetti) come se fosse una pubblicazione clandestina con giornalisti “liberi”.
“Repubblica” colse perfettamente l’attimo andandosi ad incuneare nel PCI berlingueriano (leader più osannato che amato dagli scalpitanti trentenni e quarantenni d’assalto che fremevano per abbattere la baracca) e imponendosi come punto di elaborazione del programma per una sinistra “moderna” (Blairiana in nuce) che avesse da buttare a mare ogni ubbia di socialismo.
Distintasi per la posizione di “fermezza” durante il rapimento Moro, in poco tempo Repubblica divenne il giornale dei benpensanti di sinistra, upper class benestante, ben felice di gettare alle ortiche il “vecchio” e grigio ambiente comunista. Le battaglie che il quotidiano portò avanti in maniera viscerale furono tutte caratterizzate dall’idea di “un paese normale”, meritocratico[1], normalizzare la sinistra, e utilizzare le proprie guerre personali (contro Craxi o Berlusconi ad esempio) facendole passare per “interesse di tutti”, ma schierandosi nel contempo a favore di tutte le guerre scatenate dall’imperialismo USA (Libia, Iraq e via massacrando).
IL MONDO NUOVO
Il tornante di “Mani Pulite” vide lo scatenarsi della stampa tutta contro la “casta” che scoprivano solo allora.
Quella indagine si andò a situare in un contesto internazionale nel quale le classi dominanti videro una occasione irripetibile. Crollato il muro di Berlino era necessario cominciare a picconare le basi strutturali di una carta costituzionale considerata ormai un relitto del passato. Da gettare nella monnezza insieme alla lotta di classe, alla sanità pubblica, alle pensioni e ai diritti sociali.
Nacque in quel frangente l’emergenza delle modifiche legislative. I governi di breve durata diventarono, da normale funzionamento di una democrazia borghese (dove le crisi servivano per ridefinire i poteri all’interno dei gruppi dirigenti), una tragedia nazionale, una debolezza non apprezzata dai “mercati” che da allora divennero i “badanti” della democrazia italiana. Non più il c.d. “popolo” richiamato dall’art. 1.
E in una democrazia borghese, ma nata sull’onda della sconfitta del fascismo e della presenza di grandi masse popolari, quale strada migliore da seguire se non cambiare le regole del gioco e, soprattutto, farle cambiare proprio agli eredi del Partito Comunista?
IN MARCIA
Nacque così, con un battage mediatico totalitario, la corsa per modificare il sistema elettorale, guidata dal figlio del Golpista, Mario Segni e dallo “zombie coi baffi” a capo di quella che diventerà la strana creatura PDS-DS_PD, Achille Occhetto.
Una premessa è necessaria: la Costituzione Italiana fu scritta dando per scontato che la legge elettorale naturale fosse il proporzionale.
Questo per alcuni motivi, alcuni facilmente intuibili, altri diventati oggi quasi incomprensibili:
- l’Italia usciva da 22 anni di dittatura fascista durante la quale il regime si consolidò, dal lato istituzionale (da quello economico, politico e sociale i mezzi usati furono ben altri: omicidi, intimidazioni, attacco alla classe operaia ecc…) proprio con le modifiche elettorali e poi con la creazione di enti aventi carattere legislativo, giurisdizionale e perfino costituzionale (il Gran Consiglio) che si affiancarono allo Statuto Albertino senza modificarlo e trasformarono il paese secondo il principio del “capo”;
- quanto appena detto spinse i costituenti a:
- creare un sistema rigido di difficile e complessa modificazione;
- predisporre un sistema parlamentare orientato alla rappresentanza;
- dare per scontato che il sistema elettorale atto ad essere parte di questo salto di qualità non potesse che essere il proporzionale puro.
Altra considerazione fondamentale.
Le battaglie liberali ottocentesche avevano come obiettivo quello di realizzare sistemi parlamentari che dessero voce alle istante presenti nella società, secondo il principio, appunto, liberale dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (ovviamente sappiamo che questa rappresentazione nulla dicesse sulla disuguaglianza sociale ed economica dei cittadini).
Certamente il fine era quello della partecipazione democratica non quello di dare potere ai governi che, anzi, avrebbero dovuto essere il portato di questa rappresentanza. Altrimenti, se l’obiettivo fosse stato quello dei governi stabili, duraturi e, a modo loro, efficienti, nulla poteva superare il dispotismo illuminato.
IL CAPITALE D’ASSALTO
“La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”
(Warren Buffet, 2006)
Ma la società liberale degli anni ‘90 non era più quella dei decenni precedenti, timidamente progressista, moderatamente laica. Il mondo del capitale, cambiato dopo la fine del pericolo comunista, non aveva più bisogno dei “lacci e lacciuoli” socialdemocratici e pseudo-tali. E non lo mandava a dire. Dopo il colpo di Stato in Cile e le ricette della “Scuola di Chicago” si capì che, seppure senza bombardare la “Moneda”, si poteva tentare la stessa strada anche nell’Occidente bianco e “Sviluppato”.
Il decennio ‘80-’90 preparò il terreno e poi si arrivò alle grida isteriche (senza dimenticare la separazione tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981) contro i “governi di breve durata”, non affidabili per “i mercati”, affiancando questa evidente demolizione della democrazia al picconamento dell’industria di Stato e alla svendita del patrimonio nazionale.[2]
Del resto, oltre che al “Piano di Rinascita Democratica” di Licio Gelli[3], nel 1975 era uscito un ben più serio e pericoloso documento curato dalla “Trilateral”[4] che attaccava frontalmente il rischio della “troppa partecipazione democratica”. Quindi, da dove cominciare (secondo, ripeto un’ottica totalmente istituzionale, ma che alla fine ha inciso profondamente sulla realtà effettuale) se non andando a distruggere e disinnescare uno dei pilastri della democrazia?
Ovvero la rappresentanza e la partecipazione.
Se andiamo a rileggere il 99% della stampa (eccetto qualche rarissima eccezione) dell’epoca sembrava che il proporzionale e le preferenze avessero distrutto l’Italia. Si doveva sapere “5 minuti dopo le elezioni” chi avrebbe formato il governo. “Fate presto!”. Una isteria collettiva alla quale la stampa di regime ci ha abituato, ma alla quale non dovemmo mai abituarci, visto che la stessa modalità ormai è adottata per ogni evento (maltempo, criminalità, russofobia, epidemie) ed è la versione più raffinata della “eccitazione permanente” che i regimi fascisti utilizzavano per mobilitare il popolo contro un qualche nemico esterno.
SIAMO UNA GRANDE FAMIGLIA
Da allora le leggi elettorali sono cambiate ad ogni stormir di fronde, ma tutte le modifiche che si sono susseguite non hanno mai inteso ridare potere all’elettore. Anzi, si è adottato questo sistema dell’”asso pigliatutto” anche nei Comuni, svuotando completamente il senso stesso non solo della partecipazione, ma anche del fare politica tout-court.[5]
Il “fare politica”, ovvero lottare e battersi per far affermare democraticamente la propria visione, diventava “ribaltone”, mediare con le varie componenti politiche “inciucio”.
E chi meglio della sinistra poteva essere chiamato a convincere gli elettori in quello che fu un inquietante plebiscito[6], andando a traino di due eversori come Mario Segni e il peggiore figuro della politica italiana, ovvero Marco Pannella?[7]
E chi meglio della sinistra poteva convincere milioni di seguaci che “siamo tutti sulla stessa barca”, avviando anche il viatico che portò alla più demenziale delle evirazioni sindacali: “La concertazione”.[8]
NON LI HANNO VISTI ARRIVARE?
Veniamo ad oggi. Il combinato disposto della demolizione della partecipazione, della diserzione (comprensibile) alle urne, di una ideologia che accomuna per il 90% dei posizionamenti socio-economici la “destra” e la “sinistra”, dell’aver sposato l’ideale Unioneuropeista come il sostituto di “baffone” e il “vincolo esterno” come il libretto rosso di Mao, non poteva che portare ad una implosione della democrazia italiana. Cosa del resto che ha sempre appassionato l’eversiva classe dirigente.
Arriviamo quindi alle battute finali e a dove ci troviamo oggi. Per la prima volta dal secondo dopoguerra la destra fascista è direttamente al potere. Ma questo non è accaduto perché la mattina sono arrivati gli squadristi e, come a Bologna nel 1921, hanno defenestrato la classe dirigente. Nulla di tutto ciò. Siamo arrivati a questo per sottrazione.
Non vorrei essere frainteso, non sono stati “gli errori” della sinistra a far vincere la destra. Sono state le scelte consapevoli su temi fondamentali (pensioni, sanità, guerra, liberismo, vincolo esterno) che hanno peggiorato oggettivamente le condizioni della working class e che, probabilmente hanno migliorato quelle di una sezione minoritaria (ma rumorosa) della società: alta borghesia, funzionariato, pensionati con il retributivo, cosmopoliti con il “cuore a forma di salvadanaio”.[9]
Quelli che, come diceva Gaber erano bravi con lo Squash e “com’è la neve a Cortina”.[10]
Non voglio fare il qualunquista e lanciare i soliti strali contro la sinistra “radical chic”, anche perché, in realtà, costoro sono stati solo la fila secondaria dello spettacolo che si stava preparando, con la presa del potere direttamente da parte del capitale (Monti) votato a maggioranza e il golpe bianco dei 2 presidenti della Repubblica rieletti (“fate presto” titolava nuovamente la Stampa).
Con i Consigli comunali svuotati, anche perché non servono più a nulla, vista la riforma “podestarile” del capo unico, con le Province azzerate, dove si sono eliminati direttamente gli elettori, con le Regioni sede del nuovo centralismo decentrato e depositarie di leggi elettorali antidemocratiche (la peggiore è in Toscana) e la quasi totale disaffezione di una buona fetta dell’elettorato (Presidenti di Regione eletti con la partecipazione di meno del 50%) il viatico mi pare fosse già stato ampiamente realizzato.
I CONTI NON TORNANO, MA IO SONO DUCA[11]
È vero, il raziocinio ci farebbe dire, pensare ed agire, in maniera da far sì che la feccia fascista (e ora anche superfascista come quella vannacciana) tornasse nelle fogne da dove è partita, ma le grida antifasciste dell’ultimo trentennio non mi pare siano state molto produttive. E quindi ci troviamo oggi ad un salto reale di qualità che però procede nella quasi indifferenza generale: decreti sicurezza che ricordano il Cile di Pinochet, elogi ai giustizieri della notte, attacco permanente alla Costituzione.
Ed eccoci alla proposta della legge meloniana. Per una disamina molto puntuale rimando a https://www.libertaegiustizia.it/2026/04/23/la-legge-elettorale-meloniana-antidemocratica-e-incostituzionale/.
Come si può vedere la legge riprende i caratteri di quelle precedenti, ovvero miranti non a portare la rappresentanza in Parlamento, ma a creare “governi stabili” con in più un abnorme premio di maggioranza, queste in sintesi le caratteristiche[12]:
Sistema di voto: Proporzionale con liste bloccate; la scelta dei candidati spetta alle segreterie dei partiti.
Soglie di sbarramento: 3% per i partiti singoli e 10% per le coalizioni, con un meccanismo di ripescaggio per la lista migliore tra quelle sotto la soglia.
Premio di governabilità: Assegna seggi aggiuntivi solo se la coalizione vincente supera il 42% in Camera e Senato contemporaneamente.
Candidato Premier: Obbligo di indicare il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio nel programma, ma il nome non appare sulla scheda.
Voto fuorisede: Introdotto un albo stabile per permettere il voto nel comune di domicilio temporaneo per motivi di studio, lavoro o cura (permanenza minima di 9 mesi o 3 mesi per motivi sanitari).
Italiani all’estero: Le circoscrizioni per la Camera si riducono a due (Europa e Americhe-Asia-Oceania-Antartide), mentre per il Senato diventa un’unica circoscrizione.
Come si vede si tratta di una legge compiutamente eversiva. Ma se sono arrivati a votare in Parlamento questa legge è perché le singole voci del breve elenco di cui sopra sono già state normalizzate nei sistemi elettorali italiani dopo la fine della c.d. “prima repubblica”.
Le soglie di sbarramento, i premi di governabilità (nei comuni sotto 15.000 abitanti la lista che ha la maggioranza prende i 2/3 dei seggi), la farsa del candidato Premier (già bassamente introdotta con la figura del “capo”) il “Sindaco d’Italia” di Renziana memoria.
È proprio per questo che questa fase, esattamente come il genocidio a Gaza, è pericolosissima: l’abitudine allo sfacelo, il disinteresse verso l’impegno politico, le pulsioni razziste scatenate per impedire di vedere il vero avversario.
“CHE FARE?”
E oggi, quindi “Che fare?”. Ricette miracolose non ce ne sono, non è più neanche il tempo di chiedere o fare “mea culpa”, attitudine, che negli ultimi decenni è servita solo a ripulirsi le coscienze, tornando al punto di partenza. Lo ripeto, non si tratta di errori. Bisogna prendere atto che siamo ad un passaggio epocale a livello internazionale, dove la destra radicale è egemone, nell’ambito di un conflitto globale fra due facce del capitale, quella, in questa fase apparentemente messa in discussione, della globalizzazione, del greenwashing e dei “diritti civili senza diritti sociali” e quella fascista, egualmente legata al capitale globale, ma che necessita del consenso passivo della popolazione attraverso la conta dei nemici interni ed esterni (woke, lgbt, migrazione, ecc..) e che veicola l’idea che sia esistito un capitalismo buono nel vecchio paese dei balocchi (anzi meglio dei baiocchi). Sono rimasticature del fascismo: apparire popolari, essere populisti, ma soprattutto essere anti democratici. Senza scordare che il capitale è lo stesso e come il prezzemolo va bene su tutto.
In questa fase anche il “turiamoci il naso” è sorpassato. Bisogna usare un altro organo e pararsi il culo.
È assolutamente necessario impedire che questa legge elettorale diventi legge dello Stato. Le leggi elettorali borghesi non ci hanno mai appassionato, ma nel deserto attuale, non possiamo abbandonare l’ultimo pertugio, non di salvezza, ma di sopravvivenza. E se questo vorrà dire fare battaglie con la sinistra largamente responsabile di questa situazione, vanno fatte.
Ma bisogna costruire un percorso che la faccia finita, una volta per tutte, con la smania di distruzione della carta costituzionale.
Una grande battaglia per una legge proporzionale pura e senza sbarramenti.
Non è il socialismo e neppure lontanamente la socialdemocrazia, ma è tutto quello che abbiamo, adesso.
Andrea Bellucci
[1] Sulla vera e propria deriva linguistica del linguaggio ordoliberista (“resilienza”, “imprenditore di sé stesso”) il termine “meritocrazia” ha meritato sicuramente la medaglia d’oro. A tale proposito tra le miriadi di saggi usciti sull’argomento, è sempre
da rileggere il romanzo distopico di Michael Young, L’avvento della meritocrazia, uscito nel 1958 (riedito nel 2014 presso le Edizioni di Comunità).
[2] Vedi M. Lorusso, Italia in svendita. La privatizzazione delle aziende statali: politica, impresa, etica, Il Sole 24 ore, 2007 (ragguardevole che il Sole 24 ore abbia pubblicato un testo simile).
[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_di_rinascita_democratica
[4] https://it.wikipedia.org/wiki/la_crisi_della_democrazia._Rapporto_sulla_governabilit
%C3%A0_delle_democrazie_alla_Commissione_trilaterale
[5] C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, 2004.
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_in_Italia_del_1993
[7] “Compagno radicale
La parola compagno non so chi te l’ha data ma in fondo ti sta bene
Tanto ormai è squalificata
Compagno radicale
Cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
[…]Tu occupati pure di diritti civili e di idiozia che fa democrazia
E preparaci pure un altro referendum questa volta per sapere
Dov’è che i cani devono pisciare.” (Giorgio Gaber, “Io se Fossi Dio”, 1980)
[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_Ciampi
[9] F. De André, Recitativo, 1968.
[10] G. Gaber, Gli inutili, 1991: “Che cambiamento eh! No io mi ricordo che qualche tempo fa, si parlava, si parlava, si parlava coi comp… con gli amici, si parlava nelle case, ma anche fuori, nelle piazze, si discuteva, si discuteva di tutto, il mondo, la politica la vita, i fatti personali, insomma si parlava. Anche troppo. Poi di colpo, niente, no voglio dire, altre cose… il tennis, i vini del Reno, com’è la neve a Cortina. Per carità, io non ci ho niente contro la montagna, e neanche contro il tennis o il cricket, o lo squash. Ci dev’essere uno strano godimento, a sentirsi, inutili. Perché, sono tutti più allegri più, più ottimisti, e tutti via a sciare, e vela wind-surf, equitazione golf. Bello! Secondo me, per essere bravi in quegli sport lì, non è che bisogna essere proprio imbecilli, però aiuta.Poi un po’ di bella vita, in po’ di soldi non fanno schifo a nessuno, si diventa più belli più puliti…un’ora di palestra, una doccia, l’amore, la pienezza dei sensi…la natura”
[11] Totò in Lascia o Raddoppia, 1956
[12] Confesso che ho utilizzato ChatGpt!