
Nel 1974, la rivista “Il Ponte” dedicò un intero numero all’emigrazione italiana, con un titolo diventato ormai famosissimo “Emigrazione. Cento anni, 26 milioni”.
Di lì a poco l’Italia si sarebbe trasformata da a terra di emigrazione in luogo di immigrazione, dove i due elementi, come nella fase attuale, sono a volte stati presenti contemporaneamente.
Da allora la ricerca scientifica ha fatto passi enormi e gli studi storici sul tema hanno raggiunto, come in altri campi, una profondità e un dettaglio elevatissimi.
Ma niente di tutto questo sembra si sia traslato non solo nel “senso comune”, ma neppure nei luoghi delle decisioni politiche.
Anzi, pare che gli aspetti dello studio, della ricerca e quelli della politica abbiano ormai preso strade totalmente incomunicabili.
Se si volesse pensar male parrebbe che all’analisi di una situazione ormai strutturale (mezzo secolo!) sia assai più preferibile e conveniente (politicamente e non solo) tenere alta l’attenzione su una perenne emergenza, tale da essere usata alla bisogna nei momenti di difficoltà economica e sociale.
Gli interventi in Parlamento dei deputati della neonata formazione “Futuro Nazionale” sembrano riportare le lancette ancora più indietro, con una specie di minestrone molto al di sotto persino della vecchia chiacchiera da bar (o da social diremmo oggi).
Tuttavia, non è il caso di trasformare questa infamia oggettiva, ma facente parte di una ben studiata strategia radicale, in una chiamata alle armi per la “sinistra”, al fine di andare a riscuotere politicamente i benefit di stare dalla parte dei “buoni”. E, nel suo discorso, forse l’ha capito anche Cuperlo[1] quando ha chiesto agli estremisti di FN di “attaccare noi”. Perché quel discorso era tutto interno alla destra e se ci fosse stata “l’emergenza cavallette” la si sarebbe usata allo stesso modo contro i camerati di viaggio.
Sì perché l’“emergenza permanente” del c.d. “fenomeno migratorio” (anche qui, parole a cavolo) non è che sia stata affrontata in maniera molto diversa dai due “supposti” schieramenti.
Come ebbe a dire Max Frisch nel 1965 “Cercavamo braccia, sono arrivati uomini”[2], ma non pare che l’attenzione agli esseri umani, singoli e unici, sia mai stata in cima all’agenda di chi ha il potere decisionale.
In quasi mezzo secolo nulla si è fatto per approntare una legge razionale, chiara, nella quale chi arriva sa quali sono le strade che può percorrere e quali le modalità. Si è invece scelto di etnicizzare il lavoro[3], trasformando lo “straniero” (“il mussulmano” per dirla con il figuro di FN – come se migrazione e religione islamica fossero una coppia con qualche senso compiuto – che ricorda il termine usato nei lager di cui parla Primo Levi[4]), in un predestinato all’apartheid e appaltandogli fette dell’assistenza familiare.
Ma l’emergenza crea lavoro, opportunità, crea associazioni benefiche, che, come cantava Gaber danno molta visibilità e, come spesso accade, dove manca la regola, la prassi prende il sopravvento e si adatta alla forma dell’acqua.
E il lavoro schiavo tiene bassi i costi delle merci così che gli italiani non si accorgano di essere un paese messo molto male (ma basta andare 2 giorni all’estero) con i prezzi decisi dalle GDO dove poi quello che “si scioglie” non è certo il salvadanaio.
Tutta la filiera ha bisogno dell’emergenza: quella del lavoro sottopagato, quella della “remigrazione” (una parola di rara stupidità), quella dei “buoni” (per ricordare il titolo di un ferocissimo libro di Luca Rastello[5]). E quando un sindacato minore, ma combattivo, alza invece l’asticella, chiedendo che i lavoratori tutti (italiani e non) abbiano gli stessi diritti, lì si svela l’arcano. Picchiatori squadristi menano scioperanti e rappresentanti sindacali, nel quasi silenzio di autorità e forze sociali.[6] Forse il giochino, quando è scoperto, quando il “migrante” torna ad essere una persona che si batte per i propri diritti e doveri dà molto fastidio a chi dietro e davanti a questa figura (perennemente passivizzata), percorre la propria carriera politica. Per tacere delle “grandi marche” sempre “ignare” delle condizioni in cui i loro prodotti per le élite vengono realizzati.[7]
Allora l’emergenza non è un errore, ma una scelta politica ed economica. E non può non venire a mente che l’emigrazione del secondo dopoguerra dal sud Italia, che contribuì al c.d. “boom economico”, si realizzò con una legge fascista ancora pienamente in corso, ovvero la c.d. “Legge contro l’urbanesimo”, la quale prevedeva che per avere la residenza in altro comune bisognasse avere un’occupazione, mentre per avere un’occupazione era necessario avere un contratto di lavoro. Come è stato dimostrato (es. Anna Treves[8]) la legge non impedì affatto lo spostamento di massa di persone dal sud al nord Italia, ma queste lo fecero in condizioni di illegalità e ricattabilità. La legge venne abolita nel 1961 e la situazione, pur se in un panorama tendenzialmente conflittuale, venne poi comunque gestita in maniera non certo ottimale, ma pur sempre con spirito razionale.
Ma oggi Rocco pare non avere più fratelli e, come avrebbe detto Rino Gaetano, se il fratello ce l’ha è comunque figlio unico.
Andrea Bellucci
[1] https://www.youtube.com/watch?v=PSZ4hNKUVUw
[2] https://www.rsi.ch/cultura/play-top/Siamo-italiani–1253423.html
[3] Vedi C. Morini, La serva serve. Le nuove forzate del lavoro domestico, Derive Approdi, 2001. Notare la data della pubblicazione, un quarto di secolo!
[4] P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, varie edizioni.
[5] L. Rastello, I Buoni, Chiarelettere, 2013.
[6] https://www.tio.ch/dal-mondo/cronaca/1868471/i-lavoratori-in-sciopero-picchiati-dai-titolari-dell-azienda-benvenuti-nel-distretto-tessile-piu-grande-d-europa
[7] https://www.insurancereview.it/insurance/contenuti/risk_manager/2804/fashion-italiano-i-rischi-del-mancato-controllo-sui-fornitori
[8] A. Treves, Le migrazioni interne nell’Italia fascista, Einaudi, 1976.