OSSERVATORIO ECONOMICO

serie II, n. 12, giugno 2011

Considerazioni finali – Come ogni anno, il 31 di maggio il Governatore della Banca d’Italia ha svolto le proprie considerazioni sull’anno trascorso e sulle prospettive dell’economia. Esse rappresentano sempre un momento importante di riflessione, in questa occasione, reso più pregnante dall’addio di Draghi in vista del suo approdo al vertice della Banca Europea. La sua relazione è scomponibile in tre parti: la presa di distanza dal Governo Italiano e dalla politica economica del superministro; le novità rispetto ai dogmi del monetarismo, smontati dalla crudezza della crisi internazionale; ed infine, le pastoie che ne impediscono il volo libero, e che lo rigettano nella braccia dei luoghi comuni che ancora infestano le menti degli economisti.
Per la verità il primo punto era quello più scontato e più facile, visto il cattivo sangue che è corso in questi cinque anni tra Draghi e Tremonti. La bocciatura della teoria dei “tagli lineari” è senza appello. “Per ridurre la spesa in modo permanente e credibile non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci: essi impedirebbero di allocare le risorse dove sono più necessarie; sarebbero difficilmente sostenibili nel medio periodo; penalizzerebbero le amministrazioni più virtuose. Una manovra cosiffatta inciderebbe sulla già debole ripresa dell’economia, fino a sottrarle circa due punti di PIL in tre anni.” (Considerazioni Finali, p.10) In fin dei conti il povero fiscalista prestato all’economia avrebbe dovuto fare un sforzo immane per selezionare le spese da tagliare da quelle da incentivare, mentre tirare una linea percentuale alle spese di tutti
e lì operare poteva riuscire ad uno scolaretto e quindi anche a lui, incurante degli effetti che ciò poteva procurare sull’economia, sui servizi, sui cittadini, sull’occupazione, sui consumi, etc.
Inutile dire che il Governatore aveva su questo gioco facile.
“Il sostegno delle politiche di bilancio, l’immissione di liquidità per sostenere i mercati sono stati senza precedenti storici.” (p. 4) La grande novità di questa crisi è stata la ricomparsa dell’intervento massiccio della finanza pubblica per ridare tono alla congiuntura, e questo sicuramente è fuori dai canoni accettati negli ultimi venti anni. C’è da rilevare che questa iniezione di liquidità è stata solo in parte, e neppure la più consistente, impiegata per creare occupazione e quindi mercato, ma troppo spesso per impedire il dissesto delle istituzioni bancarie, che erano all’origine delle bolle speculative, ed esse hanno perso il pelo ma non il vizio e vecchi e maleodoranti comportamenti finanziari si stanno ripresentando senza soverchi controlli. Draghi spera ancora in una ridefinizione delle regole (p. 5), e nelle pagine successive presenta un bilancio essenzialmente positivo di quanto operato in questa direzione a livello
internazionale, anche se non nasconde che altro va fatto, e verrebbe da dire che è proprio questa, cioè quella da fare, la parte principale della regolamentazione della finanza “ombra”. C’è da aggiungere che il Governatore cita, ma senza particolari anatemi, il livello di esposizione dei paesi che sono intervenuti massicciamente per ammorbidire la crisi (“Il debito pubblico complessivo di questi paesi, pari al 73 per cento del PIL nel 2007, supererà quest’anno il 100 per cento.” p. 4), il che per un economista di oggi è davvero stupefacente. Non nasconde poi le difficoltà cui stanno per andare incontri i “paesi emergenti” (p. 5), e l’Ue (p. 8). Ultima notazione positiva è l’attenzione ai salari ed all’occupazione, visti come motori di sviluppo: “Le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti nel nostro paese sono rimaste pressoché ferme nel decennio,
contro un aumento del 9 per cento in Francia; i consumi reali delle famiglie, cresciuti del 18 per cento in Francia, sono aumentati da noi meno del 5, e solo in ragione di una erosione della propensione al risparmio.” (p. 11).
Detto ciò, il paradigma di riferimento non cambia. Alcune citazioni. “Una prolungata politica espansiva mina la sostenibilità del debito, danneggia la crescita economica.” (p. 5) “Il rischio di inflazione è in aumento. Le politiche monetarie devono ora iniziare un percorso di rientro, per impedire che si formino attese inflazionistiche.” (p. 5). “La risposta alla crisi del debito sta innanzitutto nelle politiche nazionali, nella piena attuazione dei piani correttivi concordati.” (p. 8) “Spetta alle autorità governative accelerare il consolidamento delle finanze pubbliche e attuare riforme strutturali che innalzino il potenziale di crescita delle economie. Spetta agli intermediari proseguire con decisione sulla strada del risanamento dei bilanci e del rafforzamento patrimoniale.” (p. 10) Dove si intravede che quanto accettato finora è solo in ragione dell’emergenza, ma poi occorre che tutto rifluisca nei normali precetti neoliberisti, alla faccia dei salari e dell’occupazione.
Ma veniamo alle proposte concrete, una per tutte. “Occorre proseguire nella riforma del nostro sistema di istruzione, già in parte avviata, con l’obiettivo di innalzare i livelli di apprendimento, che sono tra i più bassi nel mondo occidentale anche a parità di spesa per studente. Troppo ampi restano i divari interni al Paese: tra Sud e Nord, tra scuole della stessa area, anche nella scuola dell’obbligo. Nell’università è desiderabile una maggiore concorrenza fra atenei, che porti a poli di eccellenza in grado di competere nel mondo; è ancora basso nel confronto internazionale il numero complessivo di laureati.” (p. 12) Qui, come in altri punti, c’è la riproposizione dell’ovvio, del luogo comune, non supportato da analisi e riflessione. Solo alcuni accenni. La “riforma” della
scuola non è stata concepita per “innalzare i livelli di apprendimento”, ma solo per risparmiare, all’interno di quella politica dei tagli lineari giustamente poco sopra vilipesa. Non corrisponde al vero che i livelli di apprendimento nella scuola italiana siano “tra i più bassi del mondo”; forse Draghi si sbaglia con la scuola statunitense, o ha dimenticato di leggere gli ultimi rapporti internazionali (per quello che valgono), che segnalano la zavorra del sistema scolastico italiano non nel sud, ma nelle scuole private, quelle che la Gelmini finanzia allegramente. Un ultimo consiglio al Governatore: quando cita le graduatorie degli atenei nel mondo, ne valuti anche i parametri di costruzione, in modo di evitare di santificare la “concorrenza” come il toccasana per
aumentare il numero di laureati.

chiuso il 3 giugno2011
saverio