Dal canale di Suez allo stretto di Hormuz

La crisi di Suez del 1956 può, a buona ragione, essere considerata come la fine delle mire coloniali francesi e britanniche, A fronte della nazionalizzazione del canale operata dal leader egiziano Nasser, le due nazioni cercarono di imporre un ritorno alla situazione precedente, ma gli USA intimarono loro di darsi una calmata.
All’epoca era ancora necessario mettere in chiaro che Francia e Regno Unito non erano più padroni del mondo che il colonialismo si avviava alla fine. Dopo 70 anni ci troviamo di fronte ad un evento analogo che potrebbe segnare la fine dell’impero americano, con la differenza che questa volta la crisi è stata indotta non da forze esterne, ma dall’impero stesso. L’Iran non avrebbe potuto imporre unilateralmente il controllo dello stretto: tutto il mondo si sarebbe rivoltato. Gli USA hanno però offerto l’occasione attaccando militarmente la Persia.
Ma quanto è importante lo stretto di Hormuz? Parecchio fino a quando non saranno completate le vie ferroviarie previste dalla Belt and road initiative cinese. Cominciamo dal fatto che, come ripetuto in continuazione, da Hormuz passa il 20% del petrolio mondiale, che è un bel numero confrontato, per esempio, con il 5% che fu bloccato dalla crisi del 1973. A questo, aggiungiamo che il mondo occidentale odierno è meno attrezzato per assorbire la crisi: le nazioni occidentali sono oberate da debiti mostruosi. Gli USA stessi nel 1973 beneficiarono della crisi, approfittando della situazione per imporre il dollaro come merce di scambio e favorire investimenti a casa loro. Tutto questo fino al punto che, come pochi sanno o ricordano, gli USA stessi si adoperarono per bloccare le prime proposte arabe di mediazione.
Aumenti anche maggiori del prezzo del petrolio andavano bene a patto che fosse scambiato in dollari: era la nascita dei famosi petrodollari, tuttora operativi. Oggi la situazione è diversa. Gli USA sono i maggiori produttori di petrolio e stanno guadagnando da un aumento del prezzo, ma chi ci lucra sono le compagnie petrolifere; la classe media, USA, molto impoverita rispetto agli anni ’70 del secolo scorso, mal digerisce un aumento del prezzo del petrolio in un paese dove in media si devono percorrere 60 km al giorno in auto. Inoltre non tutto il petrolio è uguale a se stesso, sia per quello che riguarda la modalità di funzionamento delle singole raffinerie che per il tipo di utilizzo finale. Quindi, pur esportando petrolio, gli USA ne importano ed il prezzo del petrolio è universale (pure con le differenze fra le varie qualità) e quello importato contribuisce inevitabilmente ad aumentare l’inflazione (senza dimenticare che, ovviamente, le compagnie petrolifere approfittano della situazione per imporre aumenti interni non giustificati).
Inoltre, l’attuale carenza non è qualcosa che scomparirebbe non appena la situazione politica si risolvesse; non siamo di fronte a rubinetti che si aprono o chiudono a comando. In seguito ad una crisi prolungata, nei pozzi chiusi si creano contaminazioni dovute alla sabbia o altri materiali usati per facilitare l’estrazione, per cui diventa necessario procedere ad una ripulitura e tutto questo prescindendo da eventuali danneggiamenti dovuti alla guerra. Morale della favola, sarà necessario qualche anno prima di tornare ad un regime ottimale. Per il gas, la situazione è ancora più complicata perché c’è di mezzo l’impianto di liquefazione, necessario per rendere il gas trasportabile, impianto che necessita, esso stesso, di manutenzione una volta fermato. Ricordiamo, fra l’altro, che solo il 20% del gas viene usato per riscaldamento: l’80% va all’industria che quindi rimane molto danneggiata da una carenza di gas.
La chiusura dello stretto di Hormuz ha però altre implicazioni poco discusse dai media. Forse la conseguenza principale riguarda i fertilizzanti. Super-semplificando, se c’è meno carburante, si può usare l’auto meno spesso rinunciando a qualche viaggio, oppure si può tornare in modo predominante al tele-lavoro; non si può però smettere di mangiare. In paesi come l’India o continenti come l’Africa, dove ci sono grandi percentuali (e anche numeri assoluti) di popolazione molto povera, la mancanza di cibo rischia di indurre una crisi umanitaria mai vista. Ma anche in paesi sviluppati, il crescente impoverimento della classe media ha fatto crescere la percentuale di popolazione con difficoltà ad arrivare al 27 del mese. Si torna ad assistere a rivolte per il pane.
Perché e come accade che i fertilizzanti artificiali sono importanti? Servono ad aumentare la resa, portando fino ad un raddoppio della produttività della terra. Questo fattore era già chiaro ai tedeschi durante la seconda guerra mondiale che “importarono” camionate di terra nera molto produttiva, dall’Ucraina verso la Germania. Fra il 20% ed il 30% dei fertilizzanti trasportati via mare transita dallo stretto di Hormuz e la percentuale aumenta fino a quasi il 50% per quello che riguarda l’urea che può essere vista come la benzina delle piante, permettendo un trasporto efficiente dell’azoto, l’elemento chimico primario necessario per la vita sulla terra (tutto questo grazie all’immagazzinamento dell’ammoniaca il cui trasporto sarebbe invece poco sicuro). Altro ingrediente trasportato attraverso lo stretto di Hormuz è l’acido solforico usato (fra altri scopi) come correttore di acidità per aumentare l’efficienza dei fertilizzanti stessi.
Per ora si parla poco di questo collo di bottiglia, sia perché i media vivono principalmente di trasferimenti di veline piuttosto che di ricerca di informazioni, sia perché l’impatto verrà percepito fra qualche mese, in concomitanza con i grandi raccolti estivi, quando diventerà manifesta la produzione ridotta con un conseguente aumento di prezzi.
I problemi generati da una chiusura anche parziale dello stretto di Hormuz non finiscono con i fertilizzanti: l’elio è un altro elemento cruciale. L’elio è un gas inerte che se ne sta buono buono e non reagisce con nulla. È il prodotto di decadimenti radioattivi e si trova in piccole percentuali nel gas naturale; questo spiega perché venga prodotto nei paesi del golfo. La sua importanza è legata al fatto che rimane in fase liquida fino a temperature bassissime (4 gradi Kelvin, uguale a -269 gradi Celsius): queste sono le temperature a cui si possono produrre i chip più avanzati, quelli più piccoli (sulla scala dei nanometri) necessari per i computer usati dall’intelligenza artificiale. Uno dei principali utilizzatori di elio liquido è la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) per produrre semiconduttori, usati nei Data Center di Microsoft, Amazon, Google etc:, in pratica il cuore della tecnologia più avanzata su cui gli USA stanno disperatamente puntando per salvare le chiappe: un eventuale blocco nella produzione di chip rischierebbe di essere un assist per la Cina che in questo settore sta inseguendo. Incidentalmente, la Russia è un grande produttore di elio (essendo un sottoprodotto dell’estrazione di gas naturale). Si lascia al lettore il compito di trarre ulteriori conclusioni.
Ultimo ma non ultimissimo, l’alluminio è un altro elemento da tenere a mente. Non è un metallo pregiato, c’è poco guadagno a produrlo e questo è il motivo per cui gli USA hanno praticamente dismesso la produzione (se non si lucra in borsa, che senso ha produrlo). Ma l’alluminio serve in innumerevoli prodotti industriali (lattine a parte, aerei, treni, auto) per la sua leggerezza mista a robustezza ed ha il pregio di essere facilmente riciclabile: il 40% dell’alluminio importato via mare dagli USA viene dal Golfo. Altro motivo per aspettarsi una riduzione dell’attività industriale, contrariamente a quanto promesso dal malvivente arancione.
Incidentalmente, per rimarcare la miopia americana in questioni di programmazione (anche se scollegato dalla questione dello stretto), va ricordato che il gallio è una specie di sottoprodotto della produzione di alluminio. Strettamente parlando, il gallio non è una terra rara, ma è comunque un metallo molto pregiato usato sia per la produzione di semiconduttori che di sistemi per la carica rapida di batterie. Ci vogliono però grandi produzioni di alluminio per poter generare quantità industrialmente utilizzabili di gallio. Quando si cerca di perseguire il profitto immediato e ci si dimentica della programmazione!
Si capisce quindi quanto sia importante controllare lo stretto e quanto gravi possano essere le conseguenze di una lunga chiusura, alla fine per tutti, ma principalmente per gli alleati degli americani: giapponesi, coreani, australiani da una parte, ma anche gli europei e gli americani stessi. La Russia è probabilmente la nazione più autosufficiente. Non è in grado di produrre i chip di ultima generazione, ma produce sufficienti fertilizzanti per non parlare di petrolio e gas naturale, oltre ad avere un’industria aeronautica di buon livello (per stare bassi).
La Cina ha sicuramente bisogno di petrolio e gas, ma è attrezzata per reggere per più di qualche mese di chiusura assoluta dello stretto che però non è tale e fra l’altro va aggiunto che la Cina ha aumentato le importazioni da Brasile, Angola e Malesia. Tanto è vera la tranquillità cinese che ha dimezzato le richieste di petrolio dall’Arabia Saudita.
Infatti, i paesi del golfo sembrano essere gli sconfitti principali, perdendo introiti enormi e dovendo poi a posteriori investire solo per ripristinare le loro strutture. Come al solito, essere alleati degli USA può essere fatale (Kissinger, cit.).
Trump disse apertamente a Zelensky che non aveva le carte; in questa partita sembra che le carte siano in mano degli iraniani (sempre che le potenze atomiche implicate nel conflitto non decidano di far saltare il tavolo). Infatti l’idea di ”aprire” lo stretto è pura fantasia. La costa iraniana consiste di centinaia chilometri di alte scogliere con caverne naturali capaci di ospitare piccole barche veloci per non parlare delle gallerie sottomarine costruite dagli iraniani a partire da quando gli USA invasero l’Iraq, gallerie da cui sono in grado di far partire droni sottomarini con autonomia fino a 4 giorni. Infine, ricordiamo che lo stretto si chiama stretto perché è stretto e raggiungibile facilmente dall’artiglieria; e la parte navigabile è ancora più stretta.

Antonio Politi