Tra l’indifferenza dell’opinione pubblica e grazie al sostanziarne silenzio della stampa e dei telegiornali si sta consumando l’ennesimo massacro del popolo curdo nel tentativo di seppellire le sue aspirazioni a vivere in una società multietnica, multireligiosa caratterizzata dall’uguaglianza di genere, da istituzioni partecipate dai singoli e dalle formazioni sociali, dotati disservizi essenziali come scuole, sanità, benessere economico.
Tra Turchia, Iraq, Siria e Iran si estende un vasto altipiano, il Kurdistan per una superficie di 392.000 km², abitato prevalentemente da popolazioni curde oltre che da arabi, assiri, armeni, azeri, ebrei, ossetti, persiani, turchi e turcomanni.
Quest’area è politicamente suddivisa tra 190.000 km² in Turchia, 125.000 km² in Iran, 65.000 km² in Iraq, e 12.000 km² in Siria; vi abitano in prevalenza, 40 milioni di curdi, di cui 25 milioni in Turchia. Nel loro complesso il numero dei curdi nel mondo è stimato in 40-50 milioni circa, a causa dei tanti profughi e perseguitati politici che hanno dovuto fuggire per non essere uccisi. Le lingue parlate dai curdi sono in genere quelle imposte dagli Stati che li governano, mentre l’uso del curdo è ostacolato in tutti i modi. Il curdo è scritto in vari alfabeti (arabo, latino, cirillico).
Nel Kurdistan sono parlate anche, da piccole minoranze, varie altre lingue di ceppo turco, semitico e Indo-europeo. Anche l’appartenenza religiosa è composita e convivono appartenenti culti tra loro diversi.
Geograficamente il Kurdistan è un vasto altopiano situato nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia. Il suo valore economico è strategico è assoluto, poiché includendo l’alto bacino dell’Eufrate, del Tigri, il lago di Van e quello di Uria. Chi controlla il Kurdistan, gestisce di fatto le risorse idriche della regione, i suoi terreni fertili e adatti per i cereali e l’allevamento, nonché uno dei luoghi più ricchi di petrolio al mondo.
Per quest’insieme di motivi il Kurdistan genera intorno a esso forti interessi economici non solo da parte degli Stati che ne controllano il territorio, ma anche da parte del Governo degli Stati Uniti (si vedano i giacimenti sfruttati dalla Conoco (Continental Oil and Transportation Company)), oggi confluita nella ConocoPhillips. Nonché per ragioni di carattere strategico legati al controllo dell’intero Medio Oriente.
Da quanto detto consegue che fare del Kurdistan uno Stato significherebbe ritoccare pesantemente i confini di almeno quattro Stati in un’area che è senza dubbio attraversata da conflitti interetnici, culturali e religiosi tra i più complessi al mondo. Attualmente, mentre i curdi iraniani sono inseriti nel complesso mosaico che costituisce lo Stato persiano e sono fra le componenti di questo paese una di quelle che con più decisione spinge verso un’apertura politica della Repubblica Islamica, la componente irachena ha preso atto della balcanizzazione delle diverse aree delle quali è distribuito il popolo curdo e si è ritagliata una enclave nella provincia autonoma gestita da Mas’ud Barzani, capo del partito Democratico del Kurdistan (Partîya Dêmokrata Kurdistanê), particolarmente problematica è la vita della comunità curda sia in Turchia che in Siria.
I Curdi tra Turchia e Siria
La Comunità curda è particolarmente numerosa in Turchia, dove rappresenta 1/5 circa della popolazione del paese. La questione curda, come del resto la questione armena, si posero fin falla nascita stessa della Repubblica turca, succeduta alla caduta dell’Impero ottomano. Il movimento nazionalista dei giovani turchi, guidato da Kemal Pascià, potette affermarsi e dar vita nel 1922 al nuovo Stato solo al prezzo di completare il genocidio del popolo armeno, iniziato durante la guerra, scongiurando definitivamente la formazione di uno Stato indipendente armeno, decisione sancita dal Trattato di Losanna, e con lo stesso Trattato impedì la costituzione di uno Stato del Kurdistan, facendo si che l’altopiano venisse diviso tra Turchia, Siria, (Stato mandatario la Francia), l’Iraq, (Stato mandatario la Gran Bretagna) e l’Iran (ovvero la Persia, sotto l’influenza britannica).
La repressione del popolo curdo in Turchia poté così continuare, costellata da numerose insurrezioni, fino a quando, nel 1971 non cominciò ad operare per essere poi definitivamente costituito nel 1978, il PKK (Partito del Popolo Curdo), che usando come basi il Kurdistan iracheno, sviluppò la lotta anche armata contro la Turchia, ricorrendo ad azioni insurrezionali e, fallite queste, anche al terrorismo come del resto avevano fatto i sionisti per costruire lo Stato di Israele.
Da allora, mentre una parte dei curdi agiva a livello politico, costituendo partiti e presentandosi alle elezioni del Parlamento turco, il PKK inizierò a elaborare una propria strategia che era insieme politica e sociale.
Da un lato mirava a costituire un’entità statale indipendente curda, ma al tempo stesso, nella consapevolezza che un movimento nazionalista era di per sé strutturalmente debole, in quanto un tale progetto avrebbe portato a dover modificare pesantemente i confini di almeno quattro Stati – in una regione per giunta già di per sé balcanizzata e contesa dalle grandi potenze – riteneva che esso avrebbe avuto bisogno di essere sostenuto da una profonda rivoluzione sociale che, ristrutturando i rapporti di forza fra le classi e i ceti costituisse contemporaneamente una rivoluzione culturale, economica e politica per l’intera regione, conferendo una identità propria al progetto politico di costruzione dello Stato del Kurdistan indipendente. Perché questa strategia avesse successo occorreva che il progetto fosse inclusivo verso tutte le popolazioni che abitavano il territorio.
La soluzione venne trovata costruendo gradualmente un progetto federativo, insieme libertario e egualitario che prevedeva larghe autonomie territoriali, una sorta di comunalismo, caratterizzato sotto il profilo culturale e politico dall’assoluta eguaglianza di genere, al punto che ogni carica politica e amministrativa era ricoperta da un uomo e da una donna. Questa scelta comportava la mobilitazione in armi di uomini e di donne e la completa emancipazione di genere e si accompagnava al tentativo di costruire una struttura di servizi per la popolazione preoccupandosi soprattutto dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria.
Questo tipo di progetto politico e di struttura sociale, se possibile, accentuava l’avversione di tutti gli Stati nei quali il popolo curdo è distribuito a causa del significato eversivo dell’ordinamento proposto e dell’orientamento culturale rispetto a quello vigente negli Stati della regione che vedevano nei valori laici e egualitari affermati e messi in pratica dei curdi un pericolo estremo anche in relazione all’impronta islamista degli ordinamenti, sia che questi facessero capo a una visione sunnita, sciita o alauita dell’Islam.
Partendo da queste premesse, quando l’intervento criminale degli Stati Uniti in Irak distrusse il paese, licenziando l’esercito e i funzionari Baathisti che reggevano il governo di Saddam Hussein il nascente Jihadismo potette dare vita allo Stato islamico, erigendo a capitale dell’ISIS la città di Raqqa, ed espandendo la sua influenza anche nell’area occupata dai curdi. A quel punto per i curdi, che nel frattempo erano insorti in armi e avevano creato un proprio spazio autonomo, approfittando della crisi siriana, divenne una scelta conseguente schierarsi con tutte quelle forze, anche occidentali, che cercavano di opporsi all’ISIS, con il duplice obiettivo di difendersi da nemici giurati del loro progetto politico e sociale e al tempo stesso sperando che offrendo i propri servizi all’occidente, questo poi avrebbe sostenuto in qualche modo le loro rivendicazioni, avendo sempre dichiarato di sostenere l’autodeterminazione dei popoli.
Non avevano ancora capito quanto gli occidentali possano essere falsi nel mantenere gli impegni e che la gratitudine in politica e in affari è merce inesistente, soprattutto non avevano capito che gli Stati Uniti non hanno alleati, ma sudditi, e pertanto non avrebbero avuto esitazione alcuna a sacrificarli in nome dei loro interessi (non a caso gli indiani d’America li apostrofavano con il nomignolo di lingua biforcuta).
Cosi quando, impegnate a tenere prigionieri i sopravvissuti allo scontro e liquidato sul campo di battaglia l’ISIS utilizzando le milizie curde, dopo averle impiegate per custodire i campi delle famiglie dei Jihadisti e il carcere di Al Aqtan, a Raqqa ora hanno deciso di soddisfare le richieste della Turchia di annientare i curdi, utilizzando le milizie islamiste filoturche formate da jihadisti reclutati nei campi che hanno preso il potere in Siria, sostenuti e diretti dalla Turchia e di sgomberare le basi statunitensi in quei territori, che avrebbero dovuto sostenere l’autonomia curda.
Il risultato è il via libera a 73.000 jihadisti, pronti ha rilanciare la violenza del fondamentalismo islamico nel mondo e a riprendere il reclutamento di adepti alla causa. A disposizione di costoro, facenti capo alle milizie salafite, sono disponibili ben 9.000 i detenuti Jiadisti combattenti, a suo tempo posti sotto la custodia dei curdi ai quali vanno aggiunti 6.500 membri delle milizie islamiste che provengono da 42 diversi paesi, anch’essi oggi liberi, che contribuiranno a rilanciare il radicalismo islamico. A completare il disimpegno contribuisce il fatto che gli Stati Uniti – come dicevamo – si sono ritirati dalla base di Tanf l’11 febbraio. Questa base è stata fondamentale per destabilizzare il governo siriano, contrastare la presenza iraniana e consentire all’ISIS di ricostruirsi nell’arco di otto anni.
Con la caduta del regime politico di Assad e il ritiro iraniano dalla Siria, gli Stati Uniti hanno ritenuto che il loro ruolo è terminato, e hanno dato fine alla loro presenza nel deserto siriano di Homs, trasferendo le loro forze nella Siria orientale, dove continueranno a mantenere la loro presenza per preservare il controllo dei pozzi petroliferi e supervisionare la fragile situazione nel nord-est del paese dopo il fallimento del progetto di utilizzazione dei curdi. È da notare che questo ritiro arriva pochi giorni dopo quello dell’esercito russo dalla sua base di Qamishli, che li porta a concentrarsi sulla costa.
La strategia messa a punto dagli Stati Uniti prevede che il loro posto venga preso dai turchi, considerati l’alleato più affidabile e in grado di controllare l’attuale regime siriano gestito da Abu Mohammed al Jolan, l’ex-jihadista “ripulitosi” con giacca e cravatta, ribattezzato con nuovo nome di Al Sharaa, nel tentativo di far dimenticare il suo passato. Questa scelta, offrendo ai turchi la carta finale per distruggere l’entità curda (il che e non è sgradito ai quattro Stati che li ospitano) e ponendo la Siria sotto l’egida turca, porta le truppe di questo paese al confine dello Stato di Israele, consentendo agli Stati Uniti di bilanciare il controllo incontrastato di Israele sull’area e di limitare il condizionamento sul governo degli Stati Uniti della lobby sionista. Ancora una volta nella storia i curdi rimangono vittime degli equilibri fra le grandi potenze che si disputano il controllo dell’area mediorientale e vengono sacrificati, a maggior ragione se si guarda ai contenuti del loro progetto sociale, culturale e politico, a riprova che l’occidente che dice di battersi in difesa dei valori della democrazia, della libertà e della partecipazione delle donne, nonché del diritto di autodeterminazione dei popoli, quando si tratta di potere e di affari, nega la parola data, rinnega le alleanze, schiaccia i popoli.
L’errore (forse necessitato) della dirigenza curda è stato quello di essersi fidati degli Stati Uniti, di avere creduto nel progetto israeliano di frammentazione dell’ordine politico in Medio Oriente, nel sogno di poter frantumare l’unità territoriale degli Stati esistenti, per ritagliarsi la propria indipendenza identitaria e nazionale, non cogliendo fino in fondo la portata eversiva, anche sociale e culturale, del loro obiettivo.
Eppure rimane il fatto che solo un progetto politico inclusivo che preveda il coinvolgimento paritario delle diverse etnie, gruppi linguistici, aggregati religiosi è in grado di consentire la pacifica convivenza e la pace in questa tormentata area politico geografica ed economica e culturale area del pianeta.
G.L.
Il popolo curdo per la rivoluzione sociale, Newsletter Crescita Politica, N. 156 – Febbraio 2022, Anno 2022; Il fiore della laicità, Newsletter Crescita Politica, N. 127 – Gennaio 2020, Anno 2020; Guerra alla convivenza, Newsletter Crescita Politica, N. 124 – Ottobre 2019, Anno 2019.