Negli ultimi anni, l’Italia sta assistendo a un processo di trasformazione silenziosa ma profonda. Sotto la superficie di una presunta “normalità democratica”, si sta consolidando un disegno politico che intreccia controllo culturale, revisionismo storico e regressione sociale.
Il governo Meloni non rappresenta una rottura con il passato, ma l’evoluzione
coerente di un modello autoritario che, dietro la facciata della “sovranità popolare”, svuota le istituzioni, manipola la memoria e riduce la cittadinanza a sudditanza.
Attraverso l’economia, la cultura, la storia, si stia costruendo un nuovo senso comune che tende a normalizzare l’ingiustizia e a riscrivere la nozione di libertà.
Un senso di inquietudine crescente pervade ognuno di noi: la gestione miope e irresponsabile del potere mette in pericolo ciò che dovrebbe essere inalienabile, temo che la sanità pubblica venga progressivamente svuotata, cedendo spazio a logiche privatistiche.
La mia esperienza diretta nella sanità pubblica mostra che l’eccellenza resiste
ancora, incarnata in medici e operatori paramedici, straordinariamente competenti e dediti, ma il rischio di vederla sacrificata sull’altare dell’interesse privato è sempre più concreto.
Accanto a questo, la ricerca scientifica e medica rappresenta una linfa vitale: senza investimenti concreti, senza menti dedicate e laboratori capaci di scoprire e innovare, moltissime persone non potrebbero nemmeno curarsi, crescere in salute, o preservare la capacità di leggere, scrivere e comprendere il mondo che le circonda. La ricerca non è un lusso: è ciò che permette a ciascuno di vivere pienamente, di sperare, di imparare, di costruire un futuro possibile. Ogni taglio alla ricerca è una vita compromessa, un sapere che si spegne, un diritto fondamentale negato.
E non è solo la sanità a destare allarme: il mondo sembra scivolare in un vortice di guerre che spezzano vite e territori, di povertà che diventa sempre più diffusa, di ignoranza che si nutre di disinformazione, di diritti che vengono sistematicamente limitati o cancellati. La fragilità delle istituzioni, l’indifferenza verso il bene comune e l’inerzia culturale rendono il presente inquietante e il futuro incerto. In questo contesto, sento l’urgenza di coltivare attenzione, responsabilità e solidarietà. Ogni gesto di cura, presa di coscienza diventano una resistenza contro ciò che rischia di essere perduto: l’umanità, la giustizia, la libertà e tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
Il governo Meloni ha costruito gran parte del proprio consenso sull’idea di discontinuità, sulla promessa di liberare l’Italia dalle élite tecnocratiche e di restituire la politica al popolo. Ma dietro la retorica identitaria e il linguaggio aggressivo si cela una linea di governo perfettamente allineata ai dogmi del neoliberismo europeo.
La cosiddetta “svolta sovranista” si rivela un inganno: la gestione dei conti pubblici resta rigidamente ancorata al principio del pareggio di bilancio, con tagli lineari alla spesa sociale e nessuna vera politica industriale, risparmiando oggi sulla pelle viva delle persone per spendere domani in armi e in regali per ceti e classi amiche in vista delle elezioni del 2027.
La riforma fiscale, presentata come la più equa della storia repubblicana, ne è la dimostrazione: un’operazione regressiva che favorisce le fasce di reddito più alte, scaricando l’onere sui lavoratori dipendenti e sui ceti medi, sui pensionati. Chi guadagna molto risparmia centinaia di euro l’anno, chi vive del proprio salario riceve briciole. La politica del governo Meloni in campo economico non è altro che la prosecuzione dell’agenda Draghi, che viene applicata in modo rigoroso e coerente al fine di mettere sotto controllo i conti pubblici, di fatto imponendo una politica di austerità senza dirlo.
Gli interventi fatti sulla revisione delle aliquote sono decisamente di classe perché contrari al principio di uguaglianza e di progressività della tassazione. In quanto fanno risparmiare ai ceti con maggior guadagno intorno a 400 euro all’anno, mentre per un impiegato solo 26 euro. Di fatto il riequilibrio attraverso il fisco dei mancati aumenti salariali non funziona. Non è una politica di redistribuzione, ma di concentrazione: una ricchezza che si muove sempre nella stessa direzione, dall’alto verso il basso, a senso unico.
La differenza rispetto all’austerità degli anni passati sta solo nel linguaggio: non si parla più di sacrifici, ma di responsabilità nazionale, non di tagli, ma di efficienza. La sostanza, tuttavia, è identica: meno welfare, meno diritti sociali, più precarietà. L’obiettivo non è tanto risanare i conti, quanto disciplinare la società, abituarla alla rinuncia e alla competizione interna, mentre i grandi poteri economici restano intoccabili.
Se sul piano economico la destra segue i binari dell’ortodossia finanziaria, sul piano culturale e mediatico persegue un progetto più profondo: costruire un nuovo senso comune, piegando l’immaginario collettivo a una visione autoritaria e identitaria del Paese.
L’occupazione sistematica delle istituzioni culturali è ormai evidente: dalla RAI ai teatri, dai musei ai centri di ricerca, fino al sistema universitario. Le nomine seguono logiche di appartenenza, non di competenza. Il criterio è semplice: non importa essere capaci, basta essere fedeli (affiliati), magari parenti. L’informazione pubblica viene progressivamente ridotta a un megafono del governo. Gli spazi di contraddittorio si assottigliano, i giornalisti scomodi vengono marginalizzati, e i programmi di approfondimento trasformati in talk-show di propaganda.
Parallelamente, si favorisce la diffusione di una cultura populista e anti-intellettuale: la complessità è vista come difetto, la competenza come sospetta, il dubbio come tradimento. È la costruzione di un popolo che non deve pensare, ma riconoscersi in simboli e slogan.
In questo quadro, la cultura non è più un terreno di confronto, ma un campo di conquista. La destra non cerca il dialogo: mira all’egemonia. E per ottenerla, adotta la strategia gramsciana rovesciata: prendere il controllo degli apparati culturali per legittimare la propria visione del mondo, svuotando dall’interno i valori democratici e antifascisti su cui si fonda la Repubblica.
La manipolazione della memoria collettiva è l’altro pilastro di questo progetto politico. Da anni si assiste a un processo di revisionismo sistematico: non un semplice dibattito storico, ma una vera e propria guerra alla memoria repubblicana. Ogni scusa è buona per celebrare eventi e date del regime fascista, non solo riproponendo anniversari e celebrazioni con saluti romani e canti di canzoni della teppaglia fascista e atteggiamenti decisamente anti repubblicani, ma cercando di introdurre una rilettura dei fatti storici sostitutiva di quella costruita negli anni precedenti. Da qui la celebrazione del martirio delle foibe, con un’enfasi che travalica il doveroso ricordo, sottacendo sulle stragi coloniali in Libia e in Etiopia, sugli eccidi nei Balcani, sui campi di internamento italiani.
L’Italia fascista viene descritta come meno peggiore, più civile, diversa dagli altri totalitarismi. È il ritorno del mito degli italiani brava gente, che assolve collettivamente la nazione e consente di riproporre, sotto nuove forme, il culto della patria forte e dell’uomo d’ordine.
Il 2 agosto è una data importante, ma non perché si va a ricordare a Bologna, l’anniversario della strage avvenuta in quella città alla stazione durante la strategia della tensione, ma bisogna ricordare il 2 agosto perché è l’anniversario della battaglia di Canne (216 a.C.) che segnò una schiacciante vittoria di Annibale, che accerchiò e distrusse l’esercito romano, come il ministro Giuli ha fatto notare recandosi davanti ad una stele che ricorda l’evento, a meditare sul pericolo dell’invasione dei migranti: in fondo Annibale era un africano! Un esempio apparentemente marginale, ma in realtà sintomatico di un disegno più ampio: sostituire la memoria civile con il mito, la tragedia con l’epopea, la democrazia con la nostalgia del comando.
Questo revisionismo è la premessa ideologica della fascistizzazione dolce: non si impone un regime, si costruisce un racconto che lo renda desiderabile. iscrivere il passato serve a governare il presente, disinnescando ogni coscienza critica e trasformando la Storia in una narrazione rassicurante per il potere.
Alla retorica della sovranità si accompagna la pratica della repressione. La politica penale del governo Meloni esprime una visione punitiva della società: l’idea che il problema non sia la disuguaglianza, ma il disordine; non la povertà, ma chi la manifesta. Si allarga la nozione di legittima difesa, rendendo lecito l’uso delle armi da parte dei privati; si inaspriscono le pene per reati minori, mentre si chiudono gli occhi di fronte ai crimini ambientali o finanziari; si criminalizzano i movimenti sociali, i blocchi stradali, le proteste climatiche. La repressione diventa la risposta ordinaria a ogni forma di conflitto.
L’intervento di Caivano è paradigmatico: il degrado sociale affrontato con mezzi militari, non con politiche educative o investimenti pubblici. Laddove servirebbe giustizia sociale, si invia l’esercito.
È la logica dell’ordine come ideologia: un ordine senza giustizia, che pretende obbedienza invece di partecipazione.
La crisi abitativa rappresenta oggi un’ emergenza sociale, ma il governo l’affronta con indifferenza o con misure che favoriscono apertamente la speculazione. L’assenza di un piano nazionale per la casa, la liberalizzazione selvaggia degli affitti brevi e la dismissione del patrimonio pubblico aggravano una situazione già drammatica. In città come Milano, Roma, Firenze, migliaia di appartamenti popolari restano vuoti o in rovina, mentre gli affitti raggiungono livelli insostenibili.
Il diritto alla casa garantito dalla Costituzione viene sostituito dal diritto al profitto immobiliare. Chi non può permettersi di vivere nei centri urbani viene spinto in periferie sempre più isolate, dove mancano servizi e opportunità. La marginalità diventa una condizione strutturale, non più un’emergenza temporanea. Dietro la retorica della sicurezza urbana si cela la volontà di espellere i poveri, di rendere invisibile il disagio, di trasformare le città in vetrine per turisti e investitori.
L’Italia del rilancio patriottico è, nei fatti, un Paese che espelle i propri cittadini. Il discorso sulla natalità e sui valori familiari completa il quadro ideologico. Si invoca la famiglia tradizionale come pilastro dell’identità nazionale, ma non si investe in servizi per l’infanzia, nel sostegno alle madri lavoratrici o nella parità salariale. La cancellazione di Opzione donna, la carenza cronica di asili pubblici e il caro-vita rendono sempre più difficile la scelta di avere figli. La retorica della famiglia serve così a mascherare un arretramento dei diritti sociali e di genere. Si esalta la maternità come valore astratto, mentre si abbandonano le madri reali nella precarietà quotidiana. È un uso ideologico della famiglia: un simbolo da brandire, non una realtà da sostenere.
Il risultato complessivo di questo intreccio di politiche economiche, culturali, sociali è un mutamento profondo del rapporto tra Stato e cittadini. La Repubblica dei diritti si trasforma in una Repubblica delle clientele. Non si è più cittadini, ma sudditi in cerca di protezione: la protezione del politico di riferimento, dell’amico potente, del ministro vicino al popolo. Il potere torna a essere personale, non istituzionale.
Si premia la fedeltà, non la competenza; si distribuiscono favori, non diritti. È la restaurazione di un modello antico, premoderno, che scambia la democrazia con la subordinazione, la partecipazione con l’obbedienza. L’Italia sta attraversando una fase di regressione civile e politica. Il rischio più grande non è il ritorno del fascismo in forme dichiarate, ma la sua normalizzazione silenziosa: la perdita progressiva di anticorpi culturali, l’abitudine all’autoritarismo mascherato da efficienza, la sostituzione del pensiero con la paura.
Si può cancellare una legge, ma non una memoria. Ed è proprio per questo che la battaglia decisiva si combatte oggi sul terreno della cultura, della scuola, della storia, dell’informazione e anche ritornare a fare contro-informazioni come si faceva bene negli “70. Perché chi controlla la memoria, controlla il futuro. E il futuro dell’Italia, oggi, si gioca sulla capacità di ricordare e di resistere.
Rocco Petrone