Un’alleanza per l’alternativa

In questa estate torrida le questioni di genere sembrano assumere centralità sempre maggiore e sembrano egemonizzare con grande fervore il dibattito politico e culturale, imponendosi nei confronti tra i politici e nelle piazze. Recuperati e additati dalla destra neoliberale come elemento caratterizzante e distintivo del pensiero e della politica di sinistra che ne fa oggetto di confronto, vengono radicalmente contestati dall’estrema destra che ne fa il bersaglio principale della sua azione politica. D’altra parte l’utilizzazione della categoria “genere” è quella che ci ha permesso di capire che il nostro corpo e la nostra biologia non definiscono sempre e comunque completamente la nostra esistenza. Gli studi di genere mostrano che la mascolinità o la femminilità sono categorie socialmente costruite e negoziate e che esse contribuiscono a definire e condizionare le relazioni sociali nella misura e nelle modalità con le quali intersecano i valori di uguaglianza e libertà sul piano economico e ordinamentale.
Il pensiero politico della sinistra nell’ottocento aveva messo a fuoco il problema delle diseguaglianze sociali e posto la soluzione della questione sociale come il principale obiettivo del movimento di classe sviluppatosi via via che il proletariato operaio e contadino assumeva coscienza del proprio ruolo e della propria forza trasformandosi in soggetto
politico del cambiamento e irrompendo sulla scena politica. Le lotte che si sviluppano grazie a queste idee portano alle rivoluzioni del 900. Il ciclo rivoluzionario nel primo ventennio del secolo apertosi grazie alle lotte del proletariato operaio e contadino raggiunge il proprio apice e al tempo stesso si chiude con la rivoluzione d’ottobre, e questo malgrado i generosi tentativi del proletariato spagnolo di riaprire la questione sociale grazie ad una strategia pazientemente costruita di progressivo sviluppo della coscienza proletaria.
La seconda guerra mondiale seppelliva definitivamente questo generoso tentativo di emancipazione e vedeva svilupparsi grandi fenomeni come quello della decolonizzazione, che segna l’ingresso di nuovi popoli nella competizione di classe e nel processo di sviluppo e ricerca di affermazione della coscienza proletaria. Tuttavia, al tempo stesso, dal
confronto tra gli Stati vittoriosi nella guerra inter-capitalistica uscivano due blocchi economico politici che, rivendicando l’egemonia, sceglievano di combattere una competizione improntata sul confronto tra due modelli politici ed economici contrapposti, che aspiravano a dimostrare la superiorità del proprio modello sociale ed economico rispetto all’altro, sul terreno della competizione economica e di costruzione del benessere sia delle popolazioni che dei gruppi dirigenti dei due schieramenti, che aspiravano a rivendicare a sé la maggior quota di potere e profitto. Inaugurava così una guerra,
cosiddetta fredda, e il conflitto veniva relegato a ipotesi di ultima istanza, nella consapevolezza un conflitto nucleare possibile avrebbe portato alla cancellazione totale. alla distruzione reciproca dei due schieramenti.
Le lotte per il disarmo e per il contenimento degli armamenti nucleari e l’adozione della politica della deterrenza divennero il tratto caratteristico di questa fase dello scontro di classe. Tuttavia, mentre ciò avveniva in ambedue gli schieramenti, sia pure in misura e dimensione diversa e con caratteristiche peculiarmente differenti, si sviluppavano società caratterizzate da un relativo benessere. Questa condizione permetteva di spostare l’attenzione dei popoli agli aspetti non immediatamente materiali ed economici delle loro condizioni di vita. Consentiva nell’occidente di interrogarsi sulle caratteristiche e le peculiarità dell’ordine sociale che caratterizzava la società sia per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza che l’uguaglianza tra le diverse etnie e gruppi sociali, al punto da far emergere, soprattutto negli Stati Uniti, la questione razziale; nel blocco orientale consentiva che esplodesse la domanda di uguaglianza e libertà civili, conculcate in nome e con la motivazione della priorità della struttura economica dei rapporti produttivi che avrebbe determinato l’affermarsi di un’effettiva uguaglianza sociale, ipotetico obiettivo contraddetto dallo svilupparsi di una burocrazia sempre più onnipresente, invadente e oppressiva.
In ambedue i cambi si erano create alle condizioni per lo sviluppo di un grande movimento sociale e politico capace di interrogarsi su quando stava avvenendo e sui possibili sviluppi futuri di dinamiche sociali che potevano essere adottate per migliorare e correggere le derive verso le quali i due modelli sociali si muovevano. E in questo contesto che nasce quello che poi passerà alla storia come il movimento del 68 che non a caso investe, sia pure con caratteristiche diverse sia il blocco occidentale che quello orientale.

Il rinnovamento degli strumenti di analisi

A partire dal 1964 nei campus degli Stati Uniti si sviluppa la protesta giovanile che coinvolge in un amalgama classi, ceti, minoranze, gruppi sociali e investe la morale e i rapporti umani. Si realizza una sintesi felice tra la filosofia e il pensiero marxista, nella sua accezione libertaria che saldatosi a quello libertario di derivazione anarchica trova una
sintesi nella scuola di Francoforte e nei suoi eredi e si fonde e si contamina con le acquisizioni della psicanalisi freudiana e con l’interpretazione sociale e di massa che di essa dà Wilhelm Reich. Ciò fa sì che il movimento politico che si sviluppa guardi con particolare attenzione non solo agli elementi strutturali ed economici della disuguaglianza, ma anche alle caratteristiche peculiari dell’individuo, ai suoi bisogni affettivi, sessuali, di genere. A spingere verso questa direzione contribuiscono le condizioni materiali di molti degli studenti, dei lavoratori, dei giovani, degli appartenenti alle più diverse minoranze coinvolti, schiacciati dalla costrizione obbligatoria e costretti ad andare a morire in Vietnam per combattere contro un popolo di poveri e oppressi, a difesa dei ricchi che nella società nella quale vivono e dalla quale provengono li disprezza e al tempo stesso li utilizza per mandarli a morire. Emblematico in tal senso il caso dei giovani neri appartenenti ad una comunità oppressa nel proprio paese ma utilizzati come soldati per combattere in difesa di quello stesso sistema di vita e di valori che li condanna all’emarginazione.
La renitenza alla leva. la diserzione dal servizio militare, costituiscono il substrato che consente lo sviluppo di battaglie che si saldano con quelle per i diritti civili, facendo proprio filosofie di vita che esprimono il rifiuto radicale verso uno stile di vita ritenuto inaccettabile, segnano l’inizio di una presa di coscienza che ha dimensioni soggettive e al tempo stesso collettive.
Come è noto il movimento di protesta si diffonde nel mondo ed esplode compiutamente nel 1968 sia in Occidente che nel blocco orientale, assumendo tuttavia caratteristiche e scegliendo obiettivi diversi a seconda dei luoghi e raggiungendo il proprio apice in Francia e poi in Italia e Germania.
Non è questa la sede nella quale ricostruire storie ed evoluzione di questo movimento: ci limitiamo tuttavia a rilevare che esso apre la strada e porta con sé il recupero di esperienze storiche del movimento operaio e ne consente un nuovo sviluppo, ponendo attenzione non solo ai comportamenti e alle esigenze collettive, ma anche a quelle individuali.
Costituiscono perciò una evoluzione di questo movimento la particolare attenzione posta da molti alle caratteristiche di genere. con conseguente sviluppo di movimenti sociali di omosessuali, lesbiche e di un robusto movimento femminista, che riscopre gli aspetti più radicali delle lotte delle donne che erano state prodotte dal movimento operaio e contadino, supera l’esperienza borghese delle battaglie femminili per il voto alla ricerca di una nuova soggettività.
Così ripropone, in una chiave nuova e rivisitata, le problematiche concernenti  l’appartenenza di genere, ponendo attenzione al ruolo sociale della donna, alla sua funzione riproduttiva, e quindi alla gestione del corpo e della maternità, con conseguente attenzione alla problematica, al tempo stesso antica e nuova, dell’aborto e della maternità consapevole, che ha sempre costituito elemento di preoccupazione e di interesse necessario per le donne.

Donna si diventa

Si fa strada la convinzione che il concetto di genere è frutto di costruzioni sociali, piuttosto che il risultato di un fatto biologico; l’essere donna o uomo pertanto si costruisce, ripetendo determinati gesti, comportamenti e reazioni emotive e, come ha detto Simone de Beauvoir, donna si diventa, donna non si nasce. Prevale la convinzione che il genere
non è una categoria binaria, ma lineare: ci si può sentire donna, ma si può anche essere una persona non binaria, una persona trans o queer, ovvero sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrica rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone.
La questione assume caratteri politici se si considera che il neoliberismo non riguarda solo i principi economici del libero mercato, ma è un “regime emotivo” che trasforma le relazioni sociali in un valore economico ed esclude le persone che, per varie ragioni, non riescono a trovare la strada per una loro collocazione all’interno di uno schema che
consente la tenuta sociale dell’accumulazione.
Sotto questo profilo è il femminismo che rischia di minare alla base la società perché colpisce la funzione riproduttiva della donna, la svincola dalla sua funzione sociale di incubatrice. La riduzione della donna a “fattrice”, l’isolamento/esaltazione della sua sola funzione biologica che si impone su ogni altro aspetto della personalità e della sua
umanità relega il soggetto femmina a un ruolo succedaneo e funzionale del patriarcato. Significativo il fatto che in una delle prime sentenze emesse dai tribunali italiani dopo l’approvazione della legge sull’aborto il giudice ne ipotizza l’illegittimità rinviando all’esame della Corte costituzionale, sostenendo che durante la gravidanza la donna perde la
propria giurisdizione sul feto che diventa soggetto sul quale esercita la giurisdizione la società. Essa lo tutela e lo traghetta fino alla nascita. Ciò vuol dire affermare che in situazioni di gravidanza sul corpo della donna prevale la giurisdizione della società e il suo essere individuo, soggetto di diritti viene meno, si trasferisce in un limbo. La donna riacquista piena disponibilità del proprio corpo solo dopo il parto, quando esaurisce la sua funzione sociale, ovvero quella riproduttiva.
La risposta individuale e collettiva a questa visione delle relazioni sociali e del ruolo della donna è stata una accentuazione crescente dell’eonismo, del senso di sé, della coscienza della propria individualità e dei bisogni immediate e futuri di ognuno traghettando le esistenze di ognuno verso lidi inesplorati, nuovi valori caratterizzati dalla ricerca della
felicità e della realizzazione di sé nella società, nel lavoro, nella ricerca del senso di sé e della piena realizzazione, avendo come preoccupazione prioritaria il soddisfacimento delle esigenze più immediate e momentanee e trascurando gli effetti prospettici delle scelte via via effettuate.
Portato dallo sviluppo delle tecniche produttive il passo successivo è stato quello della gestazione della maternità per altri, con tutte le conseguenze etiche, psicologiche, economiche, affettive che ne conseguano. Non si tratta qui di sostenere che il rapporto che lega chi partorisce e chi è stato partorito, ovvero il principio della certezza della maternità, sia un principio indisponibile ma di prendere atto che ogni donna che partorisce è madre di chi ha partorito e chi è partorito figlio di quella madre. Non si tratta di riconoscere valore alla sola relazione genetica garantita dai gameti forniti (“riduzionismo biologico spurio” rispetto a riduzionismo biologico della gravidanza a maternità) ma di comprendere che indipendentemente dal rapporto biologico vi è una funzione affettiva e sociale di madre che può essere e viene esercitata a prescindere da una relazione biologica. È inaccettabile che di tali problemi che riguardano le relazioni umane si faccia
motivo e causa di appartenenza a uno schieramento ideologico e politico, trasformando dati fattuali in convinzioni.
Non vi è dubbio che percorrere strade inedite e inesplorate generi dubbi ed incertezze e di ciò ha tratto profitto la destra dello schieramento politico che utilizza il termine “gender” per promuovere principalmente una sorta di panico moralizzante sulle questioni legate alla sessualità, alla riproduzione e all’identità di genere. La destra definisce il “genderismo” come un’ideologia pericolosa che contribuisce alla sessualizzazione dei bambini, alla disgregazione delle famiglie (eterosessuali, ovviamente), all’introduzione di leggi che privilegiano le donne a scapito degli uomini, ecc. La parola “gender” è diventata sinonimo di decadenza morale, corruzione e di una certa “follia di sinistra”. L’”ideologia del
gender” è descritta come una perversione che arriva dall’Occidente, come strumento strategico di presunte lobby di gruppi femministi e LGBT formati dalle “élite”, volte a rendere possibile e attuare una sostituzione etnica da parte delle popolazioni nere o provenienti dalle aree povere del mondo, dei bianchi del nord del mondo.
Cosi, genere, sessualità e riproduzione sono diventati un campo di battaglia politico, che vede la convergenza della destra più estrema dello schieramento politico, i cosiddetti sovranisti, ad Occidente, e al tempo stesso è condivisa e costituisce il nucleo centrale della critica che il Russkiy Mir fa l’Occidente nel momento in cui ne combatte i valori.
Sulla centralità della lotta di classe e sulla priorità di soddisfare i bisogni materiali
Noi comunisti anarchici, pur consapevoli del contributo che il femminismo e l’elaborazione culturale gender ha dato e possono dare all’analisi dei rapporti sociali e produttivi nella società del capitalismo avanzato come nelle aree più povere del mondi riteniamo tuttavia che restringere l’analisi sociale privilegiando la lettura dei fenomeni derivante all’ottica di genere costituisca un grande limite ad una possibile soluzione dei problemi e al perseguimento degli obiettivi che dovrebbero coinvolgere ognuno di noi nella lotta per una società più giusta, nella quale i rapporti sia individuali che collettivi siano improntati a principi di uguaglianza e libertà. Solo modificando le condizioni materiali che condizionano e determinano la vita degli individui si può porre rimedio ai bisogni nuovi e inediti emergenti e alle conseguenze derivanti dalle scelte individuali effettuate in materia di genere, compresa l’indeterminatezza derivante da una collocazione queer degli individui.
È proprio sul terreno dell’uguaglianza, della pari dignità della libertà di ognuno che si giocano oggi, almeno in parte, i conflitti relativi alle politiche economiche o sociali. Le questioni legate al genere sono essenziali per negoziare soluzioni per le politiche sociali, la ridistribuzione del reddito, l’assistenza e il lavoro. La prospettiva di genere è necessaria anche per l’edilizia abitativa, per i trasporti e la pianificazione urbana, tutti settori fondamentali per la società.
La destra lo ha capito e risolve il problema negandolo e il genere è diventato una questione fondamentale nei dibattiti politici. Per la sinistra non misurarsi con le esigenze di questa parte della società impedisce di realizzare quell’alleanza di classe necessaria per impedire alla destra politica e sociale di imporre il suo governo e di far prevalere la sua politica di esclusione, negando la diversità e la complessità della natura umana.

La Redazione

Letture di approfondimento
Gianna Pomata, Come pensare il gender?, https://www.lindiceonline.com/scienze-umane/cultura-e-societa/metafisica-del-gender-e-femminismo-gender-critico/; Giovanni Dall’Orto, Contro la “queer theory”, http://www.giovannidallorto.com; Francesca Palazzi Arduini (dada knorr), Femminismo ed ideologia, https://femminismi.wordpress.com/2021/08/29/femminismo-ed-ideologia/; Francesca Palazzi Arduini (dada knorr), Non una di meno e non una di più, http://www.arivista.org/riviste/Arivista/423/15.htm.