Il popolo curdo per la rivoluzione sociale

Mentre lo sciacallo Biden si prende il merito della soppressione del capo pro tempore di Daesh il suo alleato turco, protettore dei jiahdisti, attacca e bombarda con droni e ben sessanta aerei i territori del Rojava, il Kurdistan siriano e Shengal, la regione irachena a maggioranza ezida. Il doppiogiochismo yankee si spiega con il fatto che la Turchia è parte essenziale della NATO e che l’attacco colpisce i luoghi simbolo del confederalismo democratico teorizzato dal leader del PKK Öcalan e adottato nel campo profughi di Makhmour. nel Kurdistan iracheno, dove è nato; nel Rojava, il Kurdistan siriano, che costituisce la prima messa in pratica su vasta scala di queste istituzioni; il Shengal, la regione irachena a maggioranza ezida, dove questo sistema di governo è stato adottato di recente, dimostrando che il modello istituzionale è utilizzabile da tutte le etnie della regione.
È questo il motivo per cui i bombardamenti turchi sono stati particolarmente intensi in quest’ultimo caso che costituisce la prima applicazione di questo sistema di governo in una comunità etnico-religiosa diversa da quella curda, dimostrandosi così l’esperimento istituzionale in corso è estremamente pericoloso per la politica egemonica che caratterizza l’autocrate Erdogan e i fratelli musulmani. Costoro preconizzano la rifondazione dell’impero turco, ovvero progettano la grande Turchia, dalla Cappadocia fino all’Asia centrale, senza soluzione di continuità. Si tratta di un progetto antico, condiviso da Kemal Pascià che passa attraverso il genocidio degli Armeni, ormai noto e condannato dalla comunità internazionale, e per quello coevo del popolo kurdo, misconosciuto ed ignorato dalla storia e dalla coscienza collettiva internazionale.
Fu proprio Kemal Pascià a pretendere e ottenere alla Conferenza di Losanna la cancellazione di qualsiasi entità politica curda e la distribuzione del Kurdistan tra i quattro Stati limitrofi. Venne così realizzato il totale annientamento dell’autonomia e dell’autodeterminazione di ogni popolazione o etnia che non fosse turca, in modo che vi fosse una totale omogeneità etnica delle popolazioni per assicurare il pieno controllo del territorio dalle coste mediterranee all’Asia centrale, fin dove si estende la presenza di popolazioni turche e turcomanne, in modo da “rifondare” l’impero.
L’esperimento confederalista democratico che i curdi stanno sperimentando è inoltre pericoloso per la politica americana che si è sempre avvantaggiata delle lotte tra gli arabi delle diverse confessioni e ha sfruttato le loro guerre fratricide per impossessarsi del petrolio. Dimostrare che una convivenza tra popolazioni di fedi e tradizioni e costumi diversi non solo è possibile ed economicamente vantaggiosa, ma produce la pace, suona come una campana a morto per l’imperialismo statunitense e non solo.

Il Kurdistan

Il Kurdistan indica una area geografica che si estende per 392.000 km², di cui 190.000 km² in Turchia, 125.000 km² in Iran, 65.000 km² in Iraq, e 12.000 km² in Siria; è suddivisa in quattro regioni geo-politiche tra Turchia, Iraq, Siria e Iran, È abitato, in prevalenza, da 40 milioni di curdi, di cui 25 milioni in Turchia, (stimati 40-50 milioni circa nel mondo, a causa dei tanti profughi e perseguitati politici che hanno dovuto fuggire per non essere uccisi), Nel Kurdistan vivono attualmente anche arabi, assiri, armeni, azeri, ebrei, osseti, persiani, turchi e turcomanni. Le lingue parlate dai curdi sono in genere quelle imposte dagli Stati che li governano, mentre l’uso del curdo è ostacolato in tutti i modi. Il curdo è scritto in vari alfabeti (arabo, latino, cirillico). Nel Kurdistan sono parlate anche, da piccole minoranze, varie altre lingue di ceppo turco, semitico e indo-europeo. Anche l’appartenenza religiosa è composita e convivono appartenenti a molti culti tra loro diversi. Geograficamente il Kurdistan è un vasto altopiano situato nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia. Il suo valore economico è strategico è assoluto, poiché, includendo l’alto bacino dell’Eufrate, del Tigri, il lago di Van e quello di Urmia, chi controlla il Kurdistan controlla di fatto le risorse idriche della regione, i suoi terreni fertili e adatti per i cereali e l’allevamento. Non solo, ma nel territorio del Kurdistan è localizzato uno dei luoghi più ricchi di petrolio al mondo, generando intorno a esso forti interessi economici non solo da parte degli Stati che ne controllano parte del territorio, ma anche da parte del Governo degli Stati Uniti che, come è noto, ha invaso l’Iraq e intende mantenere il controllo sul petrolio prodotto nella regione.

La complessità della questione curda

Per comprendere l’insieme della questione curda bisogna analizzare la situazione paese per paese, perché ogni Stato gestisce il problema in un modo diverso, anche se il comun denominatore è costituito dalla repressione di ogni aspirazione alla libertà e all’indipendenza. I curdi stanziati in Iran (in curdo la regione prende il nome di Rojhelat) sono stimati da 8 a 10 milioni. L’area ha come città principale Mahabad e comprende cinque province, situate tra i monti Ararat a nord e i monti Zagros a sud. Alcuni dei curdi iraniani sono musulmani sciiti (i curdi. i Feyli), gli altri sono musulmani sunniti, cristiani, ebrei e seguaci di religioni più antiche come lo yarsanismo e lo yazidismo. Tutti questi culti sono ovviamente discriminati nell’Iran, dominato dagli sciiti. Una vasta comunità di curdi vive a Teheran e altre comunità sono disseminate nel paese, dove i curdi sono stati deportati nel XVII secolo, in quanto sunniti, durante la guerra con l’Impero Ottomano, dalla dinastia persiana sciita dei Safawidi. La forte repressione del regime ha causato e continua a causare una forte emigrazione verso l’estero e verso il Kurdistan iracheno.
Il Kurdistan iracheno costituisce un’entità autonoma all’interno dell’Iraq, riconosciuta formalmente nella Costituzione del 2005. Composto da 4 governatorati con capitale Erbil, rivendica come propria capitale Kirkuk.
Duramente represso perfino con l’uso dei gas tossici sotto il governo di Saddam Hussein, a partire dal 2014 respinse i jihadisti di Daesh insieme ai curdi siriani, acquisendo il controllo della città di Kirkuk e della piana di Sinjar, e dando asilo a oltre 200.000 profughi appartenenti alle minoranze cristiane irachene. Il 7 giugno 2017 il referendum per l’indipendenza del Kurdistan, indetto unilateralmente ha sancito l’indipendenza (a favore del sì, votò il 93% degli elettori). Tuttavia, Iraq, Turchia, Iran e Stati Uniti si dichiararono contrari perché vi videro il primo nucleo di uno Stato unitario del Kurdistan e per mantenere il controllo sulle estrazioni petrolifere è loro interesse è impedire l’unità e
l’indipendenza del popolo curdo.
Perciò il governo federale iracheno occupò militarmente i territori contesi e isolò completamente la regione, ma la Turchia fece di più e occupò la parte settentrionale del Kurdistan iracheno, installando numerose basi militari: l’intento dichiarato era la lotta al PKK, l’occupazione della regione montuosa di Kandi come caposaldo strategico dal quale
bombardare i campi dei profughi curdi.

I curdi in Turchia

La Turchia ha proibito la lingua curda e i cognomi curdi già all’indomani della nascita della Repubblica turca e la stessa parola «curdo» è stata vietata. Ciò malgrado oggi i curdi in Turchia ammontano a 20 milioni, pari a un quinto della popolazione del paese e costituiscono circa la metà di tutti i curdi del Medio Oriente.
Benché fosse già operativo nelle lotte dal 1971, nel 1978 venne costituito il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). che intraprese la lotta armata per l’indipendenza. A livello parlamentare i curdi sono rappresentati da partiti politici di sinistra che non si richiamavano esplicitamente all’etnia nel nome, come il Partito della Società Democratica
(DTP) il quale, alle elezioni legislative del 2007, ottenne per la prima volta una ventina di deputati contro i 45 del maggioritario Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), il Partito di Erdogan. I sindaci e i deputati curdi vennero duramente contrastati dal partito al potere, dagli estremisti turchi, dalla stampa e dall’esercito e l’11 dicembre 2009 la Corte costituzionale turca mise fuori legge il partito filo curdo per asseriti legami con il PKK, dimostrando così l’impossibilità di rappresentare nel sistema politico del paese i diritti e gli interessi dei curdi.
La componente curda ne 2008 costituì il Partito della pace e della democrazia (BDP) con analoghi obiettivi: soluzione della questione curda, diritti alle donne, ecologia e democrazia, ma subì anch’esso la dura opposizione del regime, anche dopo essersi trasformato il Partito Democratico dei Popoli (HDP). Intanto, il Partito dei Lavoratori del
Kurdistan (PKK), dopo una lunga fase di lotta armata, nel 2001 la abbandona ufficialmente, trasformandosi nel partito politico “Congresso per la libertà e la democrazia nel Kurdistan”, e due anni dopo dichiara di abbandonare il marxismo leninismo, aderendo al confederalismo democratico seguendo le indicazioni del leader del PKK Öcalan, conquistato dalle idee del socialista libertario Murray Bookchin. [1]
Ma è la guerra civile di Siria a segnare la svolta, imprimendo nuovo slancio alla lotta dei curdi. Le città di Kobanê (al confine con la Turchia), Afrin e Hasaka, abitate da curdi vengono difese dall’attacco jihadista dalle milizie curde, che proprio quando Daesh sembrava invincibile, fermano lo Stato islamico e conquistano una fascia di territorio nel nord della Siria, il “Kurdistan siriano”, costituiscono una amministrazione autonoma, che gestisce le questioni «politiche, militari, economiche e di sicurezza della regione e in Siria». Questa regione, chiamata Rojava è da allora governata dalle “Unità di protezione del popolo” (YPG), braccio armato del Partito dell’Unione Democratica (PYD), corrispettivo siriano del PKK.
I miliziani curdi delle YPG mobilitano già nel 2015 circa 50.000 peshmerga (letteralmente: combattenti fino alla morte) di cui il 40% donne, ( il che costituisce un’assoluta novità), appoggiati da volontari provenienti da tutto il mondo, tra i quali ricordiamo il compagno Lorenzo Orsetti, morto in combattimento il 18 marzo 2019.
Nel marzo 2016, alla conferenza di Rmeilan i curdi siriani proclamano la federazione dei tre cantoni dei quali avevano preso il controllo, combattendo contro Daesh, Jazira, Kobanê e Afrin, malgrado l’opposizione di Siria, USA e Turchia. Con la conquista da parte dei curdi della città di Manbij nel bacino dell’Eufrate la Turchia, per impedire ai curdi di stabilire una continuità territoriale tra i due cantoni a est dell’Eufrate con il terzo cantone di Afrin, lancia l’operazione Eufrate Shield, entrando militarmente sul suolo siriano e occupa il distretto di al-Bab, bloccando i curdi. Nel gennaio 2018, con l’operazione Olive Branch, l’esercito turco occupa il cantone curdo di Afrin, malgrado si trovi in territorio siriano.
Nel gennaio di quest’anno cannoneggiando e bombardando i villaggi e comunità civili e mietendo vittime in un campo di 12mila rifugiati sotto assedio, i turchi riprendono l’iniziativa con raid aerei su tutto il Rojava, colpendo una ventina di comunità. Nel frattempo, a Washinton, Presidente e Generali USA si attribuiscono il merito di combattere i resti di Daesh che i loro alleati turchi proteggono in una enclave creata in territorio siriano, facendoli sopravvivere in campi fatiscenti in condizioni sub umane, ma allevandoli come assassini, pronti a colpire appena il mandante turco apre le porte del canile e li spinge a colpire le popolazioni curde.
Il bilancio è pesante e i morti tanti, e fra questi molte donne e bambini non combattenti, che vanno ad aggiungersi alle 121 vittime dell’assalto di Daesh alla prigione di Sina’a, ad Hasakah dove i curdi detengono i combattenti islamisti catturati nei combattimenti che nessuno vuole.

Il genocidio curdo continua

Turchi e statunitensi continuano a alimentare il genocidio dei curdi. I turchi perché devono assolutamente impedire l’unità e l’indipendenza del Kurdistan, vogliono sfruttare le risorse economiche curde, (estrazione del petrolio e controllo delle acque) e soprattutto perché vogliono cancellare l’esperimento istituzionale curdo che costituisce la negazione delle tradizioni e dei valori islamisti dal momento che pratica la laicità della società, l’eguaglianza tra uomini e donne , la pari dignità tra i generi tanto che ogni carica è ricoperta da un uomo e da una dona che condividono l’incarico. I curdi sono la dimostrazione che un’altra società. Un altro mondo è possibile e pertanto vanno annientati.
Più flessibile la posizione USA perché i generali statunitensi e i politici USA sanno benissimo che solo i curdi sono in grado di mettere gli scarponi sul campo e contrastare militarmente i jihadisti, come hanno dimostrato di saper fare, sconfiggendoli. Si barcamenano perciò tra le diverse forze presenti sullo scacchiere e cercano di sfruttare le divisioni tra i governanti del Kurdistan iracheno e i curdi che sostengono il confederalismo democratico che sta dimostrando di avere una forte capacità espansiva conquistando e convincendo altre comunità.
Il modo per sostenere questa lotta è far conoscere l’esperimento sociale in corso, essere politicamente ed economicamente solidali con il popolo curdo, assisterlo e affiancarlo in occasione della protesta internazionale contro il Governo turco per chiedere la liberazione del loro leader Abdullah Abdullah Öcalan imprigionato da 23 anni, vergognosamente “espulso” il15 febbraio 1999 dall’Italia per iniziativa del Governo D’Alema e da allora detenuto in un carcere di massima sicurezza in Turchia, nell’isola di İmralı, in perenne isolamento.

[1] Guerra alla convivenza, 15 Dicembre 2019. Newsletter Ucadi, N.124, ma anche, Il fiore della laicità, Pubblicato il 22 Gennaio 2020 Newsletter Ucadi, N.127 ; La guerra mondiale a pezzetti, Pubblicato il 22 Gennaio 2020 Newsletter Ucadi, N. 127

G. L.