Intervista a Christian Duque, profugo politico cileno.
Tu sei nato nel 1968 in Cile a Santiago. Cosa ricordi del colpo di stato, come l’hai visto e vissuto?
Io avevo cinque anni nel 1973. Ricordo la militarizzazione delle strade, la scoperta del coprifuoco che in alcuni momenti era anche alle 4 del pomeriggio, in pratica non c’era nessuna possibilità di vita normale.
Si parla sempre del colpo di stato in sé come fosse un giorno, ma io sono rimasto fino al 1988 e quindi ho verificato i cambiamenti epocali che la dittatura ha imposto; l’ho verificato sotto molti aspetti: crescere nella violenza quotidiana, vedere la divisa come qualcosa che ti fa sempre paura, crescere dove il rumore delle pallottole diventa una cosa normale, pensi che ci sono le pallottole, spareranno, dare per scontato che delle
persone possono venire all’improvviso a casa tua, invaderti col paradosso che, se tutto va bene, ti portano via un libro sulla rivoluzione industriale per la parola rivoluzione, ascoltare persone sequestrate anche per strada che gridano ripetutamente il loro nome per la coscienza del rischio di finire desaparecidos.
Una parte della mia vita è stata condizionata dal bisogno di abituarsi al fatto che a volte andava via la luce, si sentivano spari, come un paese in guerra nel quale non si vede l’avversario diretto. Molto importante è il fatto che non ti potevi fidare di nessuno, qualunque vicino per qualsiasi ragione poteva dire che eri comunista, anche per uno sgarbo personale potevi finire nel mirino. Ti manca la sicurezza costante di arrivare vivo al giorno dopo; questo produce un effetto molto più grande delle necessità economiche, di quello primario del mangiare. Quando cresci in una situazione del genere inizi a stare attento a quelli che ti sono vicini, il gesto di qualunque natura ti spaventa, e allo stesso tempo cerchi un gesto di solidarietà, di vicinanza. Questo spiega anche le esplosioni ogni tanto di opposizione, gli scioperi negli anni Ottanta dei minatori, ma anche le forme di resistenza che sono nate, da quelli individuali – che conoscevi solo se ti trovavi nel luogo dove avvenivano, visto la stato di censura totale della stampa – a quelle più generali.
Oggi sono passati quarant’anni, molti dei quali li hai passati come profugo politico. Com’è stato questo periodo?
Ho iniziato a fare politica che avevo tredici anni; entrando nella vita sociale di fatto cominciai a capire di più, anche per le costrizioni come quelle sul coprifuoco, tanto per capirci che per un adolescente sono inspiegabili, ma inducono a riflettere. E inizi così a capire che non è normale vivere in uno stato militarizzato, e quindi inizi a fare tuttala vita politica in modo clandestino, anche se all’interno della scuola esisteva un’opposizione che discuteva, faceva azioni dimostrative (occupazioni di alcune ore). Così crescevano dei legami, anche se le resistenze a parlare di chi aveva o stava subendo repressioni erano fortissime per ragioni di sicurezza. Via via però si formavano gruppi di area comunista, cattolica, di sinistra cattolica, socialista [l’area libertaria si riorganizza alla fine degli anni 80, inizi anni 90]. C’era una rete di persone che facevano azione politica clandestinamente, anche se si vedevano ogni tanto le azioni di opposizione, la conseguente repressione, soprattutto intorno al 1983 con l’azione dei minatori che hanno fatto scioperi generali. Come conseguenza di queste azioni c’era una vera e propria occupazione militare dei quartieri periferici con carri armati e occupazione militare. Bastava una giornata di sciopero per avere 170/180 feriti ufficiali, senza contare chi non si recava agli ospedali. Da quei fatti parte il rafforzamento dei movimenti che si pongono il problema se sia giusto l’uso delle armi o meno, entrano in clandestinità e nasce il Fruente Patriottico Manuel Rodriguez (nasce nel 1983 e nel 1986 fa un attentato a Pinochet), come braccio armato del Partito Comunista, in quella fase, ma disposti a cedere le armi di fronte a una cambiamento istituzionale (diverso dal MIR, che ha una storia più ampia ed ha dimostrato il coraggio da parte della sua direzione politica di restare in clandestinità in Cile).
C’erano altri gruppi che stavano a favore della lotta armata come il Movimiento Juvenil Lautaro che basava la sua lotta politica cercando di colpire obiettivi militari o delle multinazionali (esempio: assalto ai camion di commercializzazione del pollame e distribuzione alla popolazione, assalti ai grandi magazzini, espropri proletari).
Tutto questo non è avvenuto senza “spese” di vite umane, soprattutto di giovani, al punto che il cimitero può diventare punto di riferimento di manifestazioni di opposizione e di resistenza.
Sono arrivato in Europa nel 1988 come profugo politico dopo un periodo trascorso in un carcere di Santiago per un’occupazione di un liceo nella quale avevo incarichi di tipo “militare”.
In quegli anni sono stato processato da un Tribunale Militare; solo da poco il governo cileno mi ha riconosciuto come perseguitato politico per essere stato incarcerato ingiustamente e torturato.
A distanza di tanti anni con l’impegno politico che hai mantenuto come vedi oggi quegli avvenimenti? Fu un fatto interno al Cile, all’area sudamericana o, forse, qualcosa di più?
A distanza di tanti anni vedo la situazione molto più ampia rispetto a tante analisi che ho letto o sentito.
Noi eravamo un paese molto piccolo, ma allo stesso tempo molto ricco e infatti le multinazionali che avevano interessi economici in quell’area hanno finanziato il golpe. Oggi vedo quel golpe come un fatto più grande di un semplice colpo di stato; il Cile è stato molto più di un laboratorio del neoliberismo. Non furono solo distrutte le conquiste in senso comunista del governo Allende, ma tutto rispondeva a un progetto di restaurazione imperialista. E’ stato fatto credere che il governo Pinochet fosse necessario contro i rischi del radicarsi del comunista, ma in realtà il risultato è andato oltre, nell’applicazione di un sistema neo liberalista che poi si sarebbe espanso in altre aree del mondo. In più con il nazionalismo perverso che venne inculcato nei popoli del
Sud America grazie alle dittature, si ottenne anche il risultato di impedire una forte solidarietà fra popoli che parlano la stessa lingua e che potevano avere forme di collaborazione anche economica.
Questi vari dittatori (Pinochet, Videla) sono stati veri e propri strumenti di un potere molto più forte di quello che essi stessi rappresentavano, quelle delle multinazionali, del FMI, delle strutture di controllo economico – finanziario che si stavano raffinando a livello mondiale. Bisogna sottolineare che in uno stato repressivo dove non esistono diritti e possibilità di organizzazioni (sindacati, ecc) è facile imporre un sistema
neoliberalista con la forza, come è avvenuto in Cile in maniera rapida attraverso leggi, decreti.
Infatti la Tatcher non è riuscita con la stessa velocità a instaurare un sistema neoliberalista, anche a causa delle presenza di organizzazioni sindacali, per quanto riformiste. C’è voluta una bella crisi mondiale, provocata dal sistema finanziario, per importare anche nei paesi europei venti liberalisti e distruggere tutte le forme di solidarietà e senso di collettività conquistate dai lavoratori in due secoli. Anche le forme di precariato cronico che dal periodo delle dittatura hanno continuato fino ad oggi in Cile contribuiscono a formare una società disgregata, come ben vediamo ora anche in Occidente.
Com’è il Cile di oggi? Il modo in cui si è usciti dalla dittatura di Pinochet ha riportato senz’altro elementi di democrazia, ma ha anche ripreso il filo interrotto della storia in fatto di partecipazione, stato sociale, ecc?
E’ un paese senza pace, dove il sistema economico imposto dalla dittatura si è radicato, è un paese nel quale non si sono fatti i conti col passato, sicuramente esistono i diritti fondamentali: di riunione, di formazione di partiti, ma la repressione è sempre molto forte. La destra golpista ha ancora potere, esistono medici torturatori che ancora esistono come medici per quanto avessero collaborato con la polizia politica che aveva
torturato. La destra comincia a chiedere perdono senza spiegare rispetto a cosa chiede il perdono, vogliono avere un’onorabilità in un paese dove pochi militari hanno subito il carcere, pochi hanno pagato per colpe terribili, atti di genocidio spesso negati.
Basti pensare che la legge antiterrorismo della dittatura Pinochet è stata applicata più volte durante i governi della Concertacion ed è ancora in vigore.
La democrazia non ha riportato il diritto all’istruzione, alla sanità, alla proprietà collettiva che c’era prima della dittatura. Esiste un’istruzione e una sanità statale di scarsa qualità, e imperversa il liberismo che esacerba le differenze sociali.
Presto ci saranno le elezioni in Cile, puoi descriverci le forze partecipanti?
Le ultime elezioni in Cile le ha vinte la destra per le contraddizioni all’interno del centrosinisistra; va sottolineato che la maggioranza delle persone che hanno fatto un’opposizione radicale alla dittatura non ha mai voluto partecipare a queste elezioni proprio perché vede la non frattura fra i due regimi, sarebbe come riconoscere le leggi del regime. C’è da ricordare infatti che ancora vige la Costituzione dell’80 fatta dalla
dittatura. L’astensionismo in Cile è attorno al 67%!!
I principali contendenti alle prossime elezioni sono due figlie di generali, amiche di famiglia, Michelle Bachelet, figlia del generale torturato e giustiziato dalla dittatura e Evelin Mathei, figlia di un generale golpista.
Apparentemente una sana competizione, salvo le ombre di agganci con la Cia per la Bachelet in momenti in cui doveva controllare l’opposizione Mapuche e la totale adesione alla continuità di molte leggi e della stessa Costituzione, per non dire delle scelte economiche in perfetta linea con quelle precedenti. Un terzo candidato, Marcel Claudé, del Partito Umanista, ha anche appoggi della sinistra, ma nella giovane età faceva le occupazioni per chiedere l’intervento dei militari contro il governo di Salvador Allende.
Quali possono essere le forze di opposizioni reali in Cile oggi? Ci sono rapporti internazionali fra queste forze ed altre anticapitaliste?
La sinistra è molto divisa tra rivoluzionari e riformisti. Ci sono delle forze libertarie, anarchiche che negli ultimi anni hanno molta più presenza nei quartieri periferici e nelle università, fondamentalmente nate negli ultimi decenni, formate da giovani studenti e gente che è uscita da gruppi di militanza precedente sconfitti. (vedi le notizie sull’anarchismo cileno in: http://www.anarkismo.net/)
Si è vista la loro presenza anche durante le manifestazioni per il quarantennale del colpo di stato, anche se sono nella maggioranza molto frammentate.
Un’opposizione molto presente, più radicata nel territorio è quella rappresentata dal popolo Mapuche, che in tutti questi anni ha fatto una lotta per la difesa del territorio invaso dalle multinazionali e per la difesa della cultura comunitaria. Negli anni dopo la dittatura sono diverse le morti di parte Mapuche provocate dalla polizia; nei loro confronti sono particolarmente applicate le leggi contro il terrorismo volute dalla dittatura. Ci sono state molte campagne per la difesa dei loro diritti e si è creata in questi anni una rete internazionale di solidarietà con il popolo Mapuche. (http://www.ucadi.org/internazionale/172-la-lotta-mapuche)
a cura di a.d.