OSSERVATORIO ECONOMICO

serie II, n. 18, settembre 2012

Germania – Il sole 24 ore del 9 settembre 2012 (a. 148, n° 249, p. 4) pubblica una breve intervista a Markus Kerber, Presidente della BDI (Bendesverband der Deutschen
Industrie), la Confindustria tedesca. Nulla di sconvolgente, ma solo alcune cose da
notare. Richiesto del perché la Germania abbia ottenuto recentemente una ottima
prestazione nella competitività, superando gli Stati Uniti, Kerber resta sul vago: l’Italia è
sempre stato un ottimo competitore, avendo una vocazione esportatrice, ma ultimamente ha investito poco nei mercati extraeuropei (verissimo) e forse non ha
investito sufficientemente in nuova tecnologia (altrettanto vero).
I guai vengono nelle domande sul sindacato e più per colpa dell’intervistatore
(Vittorio De Rold) che dell’intervistato. Viene chiesto, insinuando, se corrisponda al vero
che nell’ultimo contratto l’IG Metall, il maggior sindacato dei metalmeccanici tedeschi
abbia ottenuto un aumento del 4,3% dei salari a fronte di quattro anni di stallo salariale
in Italia. Kerber risponde che il sindacato, responsabilmente, ha attuato una moratoria di due (due non quattro!) anni e poi si spertica in lodi. Sia chi intervista che chi è
intervistato dimenticano che in Italia gli aumenti salariali risalgono ad altra era geologica, che non si ventila neppure la possibilità di un aumento e che i salari tedeschi
partivano da livelli molto più alti di quelli italiani.
La cosa più notevole, però, è il fatto che in “piena crisi” il padronato tedesco abbia
concesso un consistente aumento salariale, cosa che i miopi industriali italiani non si
sognano neppure; non è un atto di generosità, il mercato interno va sostenuto. Nella sua brevità l’intervista presenta un altro lato notevole: Kerber analizza la debolezza
innovativa del sistema produttivo italiano e lo ascrive alla frantumazione delle imprese,
che piccole non possono investire adeguatamente in R&S (Ricerca e Sviluppo). Ma le
piccole aziende non erano il sale dell’economia italiana? Il tema potrebbe essere
interessante, ma Kerber dimentica che anche la grande industria italiana non ha mai
brillato per gli investimenti in ricerca, nei quali sono sempre state il fanalino di code dei
paesi industrializzati.
Energia – Il costo dell’elettricità in Italia è sproporzionato rispetto a tutti gli altri paesi:
0,1627 €/kWh, contro gli 0,1218 della Germania, gli 0,1087 della Spagna, gli 0,1001 del
Regno Unito, gli 0,0715 degli Stati Uniti, gli 0,0704 della Francia e gli 0,0639 della
Svezia (Il sole 24 ore del 9 settembre 2012, a. 148, n° 249, p. 15). Per il giornale della
Confindustria il problema lo avvertono solo le imprese, ma è facile constatare che i
privati non se la passano meglio. L’obiezione spontanea è quella che gli altri paesi si
procurano energia elettrica dal nucleare, mentre l’Italia no. Ma la causa va cercata
altrove. Infatti la Polonia, che non ha produzione elettronucleare ha un costo €/kWh pari
a 0,0748, paragonabile a quello della Francia la cui quota elettronucleare è al 77% sul
totale e ben inferiore al Belgio (0,1087 €/kWh) con una quota di energia elettrica da
nucleare superiore alla metà del totale (54%).
Clup – Il fondo de Il sole 24 ore dell’11 settembre 2012, a. 148, n° 251, p. 1, è un invito
al Presidente del Consiglio ed al Governo tutto ad approntare un disegno complessivo di politica industriale da parte di Fabrizio Forquet. Chiedere agli uomini ed alle donne delle banche di concepire e gestire un’autentica politica industriale è come chiedere ad un pedofilo di dirigere un asilo infantile. Ma il dato forte dell’articolo è la lamentazione della perduta competitività dell’Italia, in particolare nei confronti della Germania, basata sul differenziale crescente del Clup (Costo del Lavoro per Unità di Prodotto). È questo un dato che al momento occupa gran parte dei giornali ed anima i dibattiti politici. Prima di tutto occorre precisare che i dati a disposizione sono quelli percentuali, che certificano una divaricazione crescente tra i Clup di Italia, Francia e Germania, a sfavore dell’Italia, fatto 100 il valore ad un dato anno. La letteratura non fornisce i valori assoluti dei vari paesi in quel determinato anno e se i Clup fossero allora allineati o i livelli di partenza fossero ben differenziati. La cosa fondamentale è che la definizione stessa di Clup è piuttosto sfuggente. Rapporto tra salario (v.) lordo (ovvero retribuzione lorda della manodopera) e produttività (v.) media del lavoro (o produzione ottenuta).
Apparentemente semplice. Invece i confronti internazionali sono viziati dalle modalità di stima del dividendo e del divisore. Il salario è il salario medio, che è come i polli di Trilussa, cioè può restare costante anche in presenza di un’accentuazione della
divaricazione nelle retribuzioni dei lavoratori dipendenti; c’è da aggiungere che nel
reddito viene calcolato anche quello dei lavoratori autonomi, categoria per la quale è
difficile distinguere tra salario e profitto e la cui quota è particolarmente alta in Italia.
La produttività, invece, non dipende dalla propensione al lavoro dei lavoratori, ma
in massima parte della struttura produttiva, e quindi dal tasso di innovazione
tecnologica; la composizione del tessuto produttivo italiano è fortemente squilibrata
verso la microimpresa, notoriamente meno propensa ad investire in tecnologia. Quello
che si può sicuramente affermare è che i salari operai sono in Italia sensibilmente
inferiori a quelli francesi ed ancor più rispetto a quelli tedeschi. Inoltre che la produttività
è ferma da oltre un decennio, mentre quella degli altri paesi cresce, perché si è teso a
smantellare la grande industria , che per altro nel nostro paese ha sempre avuto una
propensione molto fievole ad investire in Ricerca e Sviluppo; ciò è confermato dal fatto
che i lavoratori italiani lavorano per più ore dei loro colleghi tedeschi (nel 2010 le ore
lavorate per dipendente in Italia hanno superato quelle lavorate in Germania di 359
unità, pari a circa il 15%).

chiuso il 12 settembre2012
Saverio