Le Chiese si arricchiscono nella crisi

Il recente parere negativo del Consiglio di Stato sull’art 91 bis, comma 3 del Decreto legge 14 gennaio 2002, n. 1 con il quale il Governo aveva stabilito le modalità di pagamento dell’IMU per gli edifici di proprietà di enti ecclesiastici ha riportato il dibattito sui privilegi della Chiesa cattolica. La maggioranza dei manipolatori dell’opinione pubblica hanno presentato la notizia come una critica della magistratura al pagamento della tassa da parte degli enti ecclesiastici. Viceversa la magistratura sosteneva e sostiene che le modalità con le quali il Governo ha stabilito debba avvenire
l’individuazione dei soggetti sottoposti a tassazione non sono per nulla chiare e determinano una possibilità di evasione da parte degli enti che lascia l’Italia esposta a una procedura di infrazione da parte della Comunità europea.
Per meglio comprendere quello che sta avvenendo è opportuno ricordare che l’Unione europea non ha competenza in materia religiosa ma si occupa di regolamentazione della concorrenza e deve assicurare che i diversi soggetti che operano sul mercato non godano di posizioni di vantaggio o di aiuti di Stato rispetto a altri soggetti che svolgono la stessa attività. Per questo motivo l’Unione Europea guarda agli enti ecclesiastici esclusivamente rispetto alle attività economiche che essi svolgono paragonandone le modalità e le condizioni alle quali operano con soggetti privati che svolgono gli stessi compiti. Ciò avviene perché l’Unione Europea considera le Confessioni religiose
come delle agenzie – delle aziende – che agiscono sul mercato collocando il sacro come loro attività sociale e traendo da ciò un profitto anche di ordine economico.
Ciò vuol dire ad esempio che se un monastero ospita a pagamento delle persone che non siano frati, monache o ministri di culto svolge di fatto attività alberghiera e perciò deve pagare le stesse imposte di una corrispondente struttura alberghiera di proprietà di un privato, altrimenti si turberebbe la concorrenza sul mercato dei due operatori. Infatti l’operatore religioso godrebbe di un trattamento fiscale di favore che permetterebbe di fare prezzi minori o di realizzare illeciti guadagni danneggiando
l’operatività sul mercato dell’operatore alberghiero. Ciò vale per le cliniche, le scuole, le agenzie turistiche, gli ospizi e qualsiasi altra attività svolta da enti ecclesiastici e che comporti il pagamento della prestazione ricevuta. Da sottolineare che restano comunque esenti da ogni tassazione le attività svolte a fini filantropici o caritatevoli (mense per i poveri, dormitori per senza tetto, ecc) o per attività strettamente di culto.
A causa dei comportamenti che abbiamo ricordato, messi in atto dal Governo italiano, è in corso una “procedura di infrazione” delle regole comunitarie che comporterebbe una pesante multa per l’Italia: così al mancato introito derivante dalla non riscossione delle tasse andrebbe ad aggiungersi la sanzione economica europea.
Per dare un’idea di quello di cui si discute ricordiamo che il pagamento dell’IMU per gli enti di cui si discute comporterebbe secondo la Chiesa cattolica un esborso da parte sua di 100 milioni di euro l’anno mentre da parte dei laici si sostiene che il mancato introito è di un miliardo di euro l’anno! Per capirsi un decimo dell’ultima manovra di fine anno del Governo !

Tutto il mondo è paese

E’ del tutto evidente che questo comportamento – al di la di ogni considerazione sull’interesse pubblico a far pagare le tasse a tutti, soprattutto in tempo di crisi economica – costituisce un finanziamento pubblico alle confessioni religiose e a chiunque si nasconde dietro ad attività caritatevoli o apparentemente senza fini di lucro messe in atto per fare affari.
Tuttavia per chi si predispone a pensare che questo comportamento governativo è ancora una volta un’anomalia italiana è opportuno segnalare come in ogni paese dove la destra è al potere – come in Italia – i Governi in carica si prodigano nell’elargire finanziamenti alle confessioni religiose sotto diverse forme. Il caso oggi più eclatante ed evidente è il disegno di legge, presentato dal Governo di destra, in corso di approvazione nella Repubblica Ceca relativo alla restituzione alle confessioni religiose dei beni ecclesiastici confiscati durante il periodo “comunista”.
Si tratta di 5 miliardi di euro per la sola Chiesa cattolica e di somme minori per gli altri culti che rappresentano un esborso notevole nella disastrata economia del paese. Con questo provvedimento la Chiesa cattolica diverrebbe il più grande proprietario immobiliare del paese. Si riprodurrebbe così la stessa situazione venutasi a creare in Bulgaria con un provvedimento voluto tempo fa dal Governo di quel paese che ha riconsegnato nelle mani della Chiesa Ortodossa bulgara circa un terzo del terreno
edificabile di tutto il paese. Un bottino così grande dal produrre uno scisma all’interno di quella confessione religiosa il cui unico elemento di differenziazione tra le due parti era il rivendicare la proprietà di quote dei beni ecclesiastici restituiti
Ne la situazione è migliore in Romania dove mentre è aperto il contenzioso rulla restituzione dei beni ecclesiastici confiscati dal passato regime, lo Stato ha firmato accordi con la Chiesa Ortodossa Rumena e con la Conferenza episcopale cattolica di rito latino e greco impegnandosi a una preventiva consultazione ogni qual volta che intende intervenire con provvedimenti di carattere sociale e assistenziale, ammettendo una pesante ingerenza religiosa nell’erogazione dei servizi sociali diretti alla persona. Cosa non dire poi dell’Ungheria che ha modificato in senso regressivo la propria Costituzione facendo della Chiesa cattolica un elemento di identità etnica in nome del quale perseguitare gli appartenenti ad altre confessioni e soprattutto l’etnia zingara, ridotta ad uno stato di apartheid?
Il fenomeno non riguarda solo i paesi dell’Est Europa perché anche nella tremenda crisi spagnola i privilegi della Chiesa rimangono intatti e i tentativi di Zapatero di intaccarne il potere sulla società spagnola sono un pallido ricordo. Per non parlare della Grecia dove la Chiesa ortodossa è esentata dal pagamento di ogni tassa o imposta di qualsiasi tipo e continua a benedire i governi in occasione della loro nomina.
La crisi insomma porta le Chiese alla ribalta e permette loro di rivendicare benefici economici per investire in attività caritatevoli al fine di riguadagnare consensi.

La fuga dalla religione

Il dato più significativo dell’evoluzione della situazione europea è costituito dalla distanza sempre maggiore tra cittadini e culti. I sociologi di parte religiosa sostengono che esiste una rinascita del sacro, ma trascurano di distinguere tra area di afferenza religiosa e appartenenza religiosa. Infatti mentre l’area di afferenza religiosa si allarga in quanto nella crisi delle identità delle popolazioni l’afferenza storica e comunitaria alla religione viene riscoperta come elemento di appartenenza (celebrazione delle feste, regime alimentare, modo di vestirsi, ecc.) cala verticalmente la frequenza alle
cerimonie religiose, la partecipazione ai riti, il rispetto dei principi morali e etici di matrice religiosa.
Un dato significativo ci viene analizzando la situazione tedesca dove esiste la possibilità di devolvere una quota di reddito alla propria religione al momento della dichiarazione dei redditi.
Sarà anche un effetto della crisi economica nella ricca Germania dove – a differenza che in Italia – se non si destinano i soldi ad un culto questi non vengono comunque riscossi dallo Stato ma restano nelle tasche del contribuente, ma nello scorso anno fiscale ben 300 mila contribuenti hanno dichiarato di non voler pagare la tassa di religione alla Chiesa cattolica.
Immediata la risposta della Conferenza Episcopale Tedesca: niente tributi, niente sacramenti.
A coloro che non pagano la tassa di religione, niente battesimo, niente matrimonio religioso, niente estrema unzione, niente funerale religioso.
I servizi si pagano!

Gianni Cimbalo