Pecunia non olet

In questi giorni i giornali italiani e internazionali sono ricchi di articoli sul defenestrazione
del Dott. Ettore Gotti Tedeschi dalla Direzione dell’Istituto Opere di Religione. Si tratta spesso di brevi articoli di cronaca che hanno il difetto di trascurare il contesto e di omettere una serie di informazioni utili a capire, vuoto che vorremmo cercare, nei limiti del possibile, di colmare.
Erroneamente si ritiene che lo IOR sia la Banca centrale dello Stato Città del Vaticano,
mentre invece questi compiti sono svolti dall’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Lo IOR è cosa diversa e più complessa. Benché risalga all’VIII°, secolo esso nasce nella forma nella quale lo conosciamo oggi all’indomani della presa di Roma, con l’Enciclica “Saepe Venerabilis” del 5 agosto 1871. Da allora in poi nel giorno dedicato ai santi Pietro e Paolo in tutte le diocesi e le parrocchie del mondo viene effettuata una raccolta di fondi che costituisce “l’aiuto economico che i fedeli offrono al Santo Padre, come segno di adesione alla sollecitudine del successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità in favore dei più bisognosi”.
All’inizio questi fondi vennero gestiti da una Commissione cardinalizie che nel 1887 prese il nome di “Commissione delle Opere Pie” divenuta poi nel 1908 “Commissione
amministratrice delle Opere di Religione”. Bisognerà attendere il 27 giugno del 1942 perché l’Istituto assuma la denominazione attuale con un Chirografo di Pio XII.

Una banca d’affari

In realtà il vero mutamento strutturale dello IOR può farsi risalire ai Patti Lateranensi e in particolare al Trattato, per effetto del quale esso ricevette un’iniezione di ben 750.000.000 di lire e titoli di debito pubblico italiano dal valore nominale di un miliardo di lire. Queste somme costituirono una parte consistente dei capitali che consentirono alla Banca d’iniziare la sua attività economica. Si trattava di una Banca estera a tutti gli effetti, non sottoposta quindi alla legge bancaria italiana, e quindi essa poteva operare anche come banca d’affari, possedendo titoli azionari, rastrellati sul mercato e partecipazioni industriali. Alla Banca furono trasferite tra le altre le partecipazioni della Breda, nota per la produzione di armi e quelle della Compagnia Nazionale Aereonautica e di altre aziende interessanti per il rendimento azionario sul mercato
dei capitali.
A rigor di termini queste attività avrebbero dovuto essere secondarie, perché la vera
mission dell’Istituto avrebbe dovuto essere costituita dalla gestione dei fondi delle
Congregazioni religiose e di singoli religiosi, utilizzati per l’attività missionaria e di apostolato.
La possibilità di accedere ai conti dell’Istituto era in effetti riservata e aperta a pochi
privilegiati, ben conosciuti e stimati nell’ambiente ecclesiastico. Questo nucleo di clienti andò via via allargandosi nel tempo con la creazione di un certo numero di conti correnti riservati a laici non cittadini dello Stato Città del Vaticano, ambitissimi.
Per capirne il valore basta vedere la collocazione fisica della sede dello IOR posta sotto il colonnato del Bernini in Piazza San Pietro. Ai clienti basta varcare una porta senza frontiera per trovarsi nel territorio di uno Stato estero. Il problema del possesso del conto corrente è presto risolto; basta un prelato o una Congregazione come prestanome che per la commissione effettuata percepirà una congrua provvigione. E’ quanto sembra abbia fatto – secondo la magistratura – un sacerdote, ex economo della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, soprannominato “don bancomat”, per conto della cosiddetta “cricca” degli appalti per i grandi eventi, tanto per citarne uno. Lo sapevano bene faccendieri e industriali, finanzieri e possidenti, perfino Enrico De Pedis della banda della Magliana, che vi avrebbe depositato il tesoro della banda. Sarebbe stata proprio la richiesta da parte di Gotti Tedeschi di notizie sui
conti correnti dei clienti laici dello IOR a segnare la fine del suo mandato come Presidente. Ma andiamo con ordine.

Gli affari dello IOR

I sospetti del Presidente si fondano sui precedenti della Banca che è nota per la
spregiudicatezza del suo operato non solo alle cronache, ma anche al mondo degli affari. Lo IOR è stato tra il 1946 e il 1971 il maggior azionista e socio in affari del Banco Ambrosiano, gestito da Roberto Calvi. Al banchiere milanese lo IOR, presieduto da Marcinkus, nel 1981 ha rilasciato delle lettere di patronage che gli hanno permesso di distrarre dalle casse del Banco Ambrosiano circa duemila miliardi di lire, buona parte dei quali finiti a finanziare, per volontà di Karol Wojtyla, il sindacato Solidarnosc. Quando Calvi, in difficoltà, esibì queste lettere sui mercati finanziari per ottenere crediti esse furono disconosciute dallo IOR e Calvi, inseguito dai debitori, terminò la sua vita sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, suicidato.
Il Ministro del Tesoro italiano pro tempore, il democristiano Beniamino Andreatta,
dichiarò in Parlamento che il “buco” del Banco ammontava a circa due miliardi di dollari, di cui un miliardo e 159 milioni garantiti dallo IOR. L’indagine portò all’incriminazione di
Marcinkus per concorso in bancarotta fraudolenta, in collusione con la mafia e la P2 di Licio Gelli. Questi fatti portarono a un mandato di cattura nei confronti di Marcinkus e altri amministratori dello IOR che non potette essere eseguito in quando la Chiesa cattolica si oppose sostenendo che lo IOR, in nome del quale gli imputati avevano agito, è un ente centrale della Chiesa cattolica, ai sensi dell’art. 11 del Trattato del Laterano del 1929 e quindi il suo operato e quello dei suoi amministratori è fuori dalla giurisdizione della magistratura italiana.
Tuttavia per riguadagnare credibilità sui mercati internazionali lo IOR riconobbe alle Banche creditrici dell’Ambrosiano, 406 milioni di dollari a titolo di “contributo volontario” per la chiusura del contenzioso.
Da allora per iniziativa di Andreatta, venne approvata una legge che nel mentre ripianava larga parte dei debiti dell’Ambrosiano obbligava la Banca vaticana ad aprire una propria filiale in Italia che, in quanto tale, è sottoposta alla vigilanza della Banca d’Italia. In effetti la filiale venne aperta e ha sede in via della Conciliazione a Roma, ma in quanto a utilizzarla per le proprie attività finanziarie la Santa Sede non se n’è data per intesa.
Nel 1990 viene messo a punto un nuovo Statuto dello IOR, ma ciò malgrado l’Istituto
viene coinvolto nel pagamento della tangente Enimont per 108 miliardi di lire nel 1993; in oscuri tentativi di finanziamento di un partito politico di centro (operazione Sofia), nel caso Fiorani (insieme all’APSA), nel caso Anemone, Balducci, Grandi opere. Ma l’affaire forse più grave è quello delle triangolazioni con Unicredit, Intesa San Paolo, Banca del Fucino, Banca di Roma per sospette transazioni relative al riciclaggio di denaro di incerta provenienza, all’evasione fiscale e alla truffa.
Da ultimo il 20 settembre 2010 vengono sequestrati dalla procura di Roma, su
segnalazione della Banca d’Italia, 23 milioni di euro depositati su un conto del Credito artigiano Spa, intestato allo IOR, per operazioni bancarie effettuate in violazione della normativa antiriciclaggio. Le operazioni incriminate riguardano trasferimenti ordinati dallo IOR di 20 milioni da un conto presso il Credito Valtellinese alla JP Morgan di Francoforte e 3 milioni di euro alla Banca del Fucino.
Da qui l’indagine su Gotti Tedeschi da parte della Magistratura e probabilmente il suo
tentativo di saperne di più per non essere incastrato, il che ha infastidito i reali padroni della Banca che lo hanno dimissionato.

I padroni dello IOR

Anche se gli assetti proprietari dello IOR sono apparentemente noti, in realtà essa ha
accumulato così tante perdite che di volta in volta si sono dovute avvicendare varie cordate di enti e congregazioni della Chiesa cattolica nella gestione e nel rifinanziamento delle sue perdite. Ai tempi di Marcinkus a farla da padrone era la Conferenza Episcopale USA e quella Tedesca, poi fu la volta dell’Opus Dei e ci mise lo zampino anche la Prelatura della Santa Croce. Con l’ascesa al trono pontificio di Benedetto XVI i due maggiori finanziatori, gli azionisti di maggioranza, sembrano essere la conferenza Episcopale Tedesca, certamente quella più ricca tra le Conferenze Episcopali grazie al finanziamento pubblico che essa raccoglie per effetto del versamento della decima ecclesiastica da parte di persone e enti e la Fondazione dei
Cavalieri di Colombo, la quale conta 1,6 milione di aderenti e più di 12.000 “councils” situati negli Stati Uniti, Canada, Filippine, Messico, Repubblica Domenicana, Porto Rico, Panama, Bahamas, Isole Vergini, Guatemala, Guam e Saipan. Si tratta di una “società di mutuo soccorso”, una confraternita di uomini cattolici che venne costituita per prestare assistenza finanziaria ai propri affiliati di orientamento ultra conservatore.
Sono costoro che hanno sfiduciato Gotti Tedeschi il quale sembra volesse dar seguito
all’indicazione del papa del 30 dicembre 2010 che gli ordinava di dare applicazione alla
convenzione monetaria firmata con l’Unione Europea il 17 dicembre 2009, sull’adozione di una legislazione antiriciclaggio che avrebbe dovuto entrare in vigore il 1º aprile 2011, ma è ancora di la da venir applicata, anche se – ci fa sapere la Banca d’Italia – “l’emanazione di tale normativa di per sé, non modifica il regime applicabile allo IOR quale banca insediata in uno Stato extracomunitario a regime antiriciclaggio non equivalente”. Ma tanto è bastato a scatenare la paura che venissero alla luce nomi e fatti.
Sembra di capire che la magistratura voglia vederci chiaro e allora la Santa Sede ricorda l’art. 11 del Trattato del Laterano e la carenza di giurisdizione italiana verso chi dirige un Ente centrale della Chiesa cattolica. Un segno ulteriore della necessità di abrogare l’art. 7 della Costituzione e denunciare il Trattato.
Sarà difficile perché un filo nero lega dunque il Vaticano e l’Italia anche in tema di
corruzione, visto che anche in Italia il provvedimento attuativo della convenzione contro
riciclaggio e corruzione non riesce a passare. Sarà un caso che vi siano coinvolte, di qua come di la del Tevere le Banche tanto care al Presidente del Consiglio?

Gianni Cimbalo