Bocconi amari

È successo un fatto strano, imprevedibile: l’Italia nel 2012 è entrata ufficialmente in recessione. Non c’è fiore di economista, luminare della scienza economica, sagace studioso dei fatti economici, esimio teorico delle più formali teorie economiche, che potesse leggere con un minimo di anticipo la dolorosa evoluzione della congiuntura italiana!
Come, infatti, poteva solo immaginarsi che, aumentando le tasse e deprimendo il potere d’acquisto dei ceti medio-bassi, facendo salire i prezzi delle merci grazie all’incremento dell’Iva, moltiplicando le accise sulla benzina con l’effetto di scaricarne l’effetto sui costi dei trasporti e di conseguenza sui prezzi al consumo, proprio questi ultimi, cioè i consumi, sarebbero calati? E come pensare, ragionevolmente, che il crollo dei
consumi si sarebbe ripercosso sulla produzione delle merci, prive di opportuni sbocchi sui mercati? Ed infine, quale palla di vetro avrebbe potuto mostrare un futuro in cui il calo della produzione avrebbe comportato la chiusura di un numero esponenzialmente crescente di attività produttive, con il conseguente vertiginoso aumento della disoccupazione e con esso un ulteriore restringimento delle disponibilità di base monetaria disponibile per gli acquisti, innescando una spirale di cui sarebbe stato difficile intravedere il fondo?
Il fatto è che i nostri “tecnici” bocconiani sono dei puri replicanti, adusi a dettar formulette prive di significato euristico, che solo quaranta anni fa sarebbero risultate ridicole e che in piena crisi mondiale sono contestate da larghe fette del mondo accademico, almeno in paesi meno conformisti del nostro. Monti ha beneficiato per lunga pezza di tempo del fatto di aver ereditato lo scettro di Berlusconi; prima di tutto perché ha potuto sostenere per mesi che la situazione economica trovata era disastrosa (“eravamo sull’orlo del baratro”) e che quindi i risultati del “risanamento” si sarebbero visti non proprio immediatamente; secondo di poi perché qualsiasi persona di buone maniere e con scarse tendenze a fare il giullare, poteva apparire un gigante del pensiero nel confronto con il predecessore. Ora che il PIL decresce, che le aziende chiudono, che la disoccupazione tocca vertici inaspettati e che anche il mitico spread si rifà minaccioso, è facile constatare che le misure prese da questo governo non curano il male, ma ammazzano l’ammalato. Egli continua a ripetere come un mantra che la messa a regime dei conti pubblici porterà prima o poi al rilancio della congiuntura economica, ma la realtà dei fatti mostra chiaramente che questa correlazione è plausibile solo nella mente dei monetaristi e non ha alcun riscontro nella realtà dei fatti.
I monetaristi! Sono saldamente al potere in Germania, nelle maggiori istituzioni bancarie, negli organismi internazionali, in Italia, in Grecia etc., ma la loro presa vacilla nell’opinione pubblica ormai scossa dall’acuirsi della recessione. Comincia ad essere merce corrente l’opinione che gli untorelli che hanno portato in un trentennio l’economia mondiale in una delle fasi più nere da circa un secolo a questa parte, non possono essere gli stessi condottieri che ne guidino la rinascita, usufruendo dello stesso bagaglio teorico che ha prodotto il fosco quadro che stiamo vivendo.
Di fatto, al di fuori dell’Italia il panorama delle teorie economia si arricchisce di nuovi contributi che squassano dalle radici gli assiomi che sono saldamente conficcati nelle teste dei nostri “tecnici” e di quelli che dirigono la politica economica europea. Qualcuno ha provato a chiedere ai tecnocrati del FMI, della Commissione Europea e della BCE da dove discendano quelli che fino ad ora sono stati numeri “magici”, limiti entro i quali un sistema economico prospera ed oltre i quali vi è la sua rovina. Perché nel Trattato di Maastricht il deficit pubblico non doveva superare il 3% del PIL? Perché nel nuova patto fiscale dell’eurozona il limite è stato ridotto all’incredibile 0,5%? Dove sta scritto che un debito pubblico diviene insostenibile se supera il 60% del PIL? Qual è la roulette dove sono uscite queste cifre? Ovviamente le risposte sono state inconsistenti.
Dalla considerazione dalla totale arbitrarietà delle ricette che l’establishment bancario è riuscito a dettare a tutto il mondo, partendo dal WSJ ed espandendosi come un cancro nei posti di comando di tutte le maggiori istituzioni finanziarie mondiali, si affacciano teorie economiche che le confutano autorevolmente. Ad esempio James K. Galbraith, consigliere del Presidente degli Stati Uniti d’America e figlio del famoso economista John Kenneth Galbraith, è il capostipite della MMT (Modern Monetary Theory). Gli economisti di questa scuola sostengono che i paletti imposti dai monetaristi sono assurdi e che le politiche di austerità e di rigore che attualmente sono merce corrente nell’Europa della Merkel, di Papademos e di Monti sono assurde per il semplice ed evidente motivi che tagliano potere d’acquisto nel bel mezzo della recessione. Il punto di forza della teoria è che non ci sono tetti razionali al debito pubblico, perché lo Stato non è un buon padre di famiglia che deve fare i conti con delle entrate economiche contingentate: lo Stato può stampare moneta, finanziando i disavanzi ed incentivando le spese pubbliche, unica via per riavviare la congiuntura, esattamente all’opposto di
quel che produce l’aumento delle tasse.
Quello che viene spontaneo opporre a queste nuove prospettive di assetto economico è che il battere moneta provocherebbe inflazione (la bestia nera della finanza), cosa che pensano non solo i monetaristi ortodossi, ma anche i neokenesyani alla Krugman, che pure contestano altresì le politiche del rigore di bilancio.
Secondo i teorici dell’MMT il pericolo inflazionistico ha ragion d’essere solo in presenza del pieno impiego, una situazione che non si è presentata quasi mai e da cui oggi siamo ben lontani. Mentre il disavanzo pubblico, nell’odierna situazione, è un fatto positivo se le banche centrali lo finanziano senza limiti comprando i titoli di Stato governativi. Bernake negli USA lo ha fatto, un po’ timidamente, ed anche (un po’ meno) Draghi; ma ciò è appunto ciò a cui la dirigenza europea si oppone fieramente.
Che queste teorie siano perseguibili o no, quello che è sicuro che il neoliberismo in circa quaranta anni ha disperso una patrimonio di conoscenze, di forze produttive, di solidarietà sociale ingente, per creare un società più diseguale, meno solidale, meno cosciente: ha annegato il conflitto di classe e la sua percezione, e questo è certo un successo per la classe proprietaria, ma il costo pagato è il collasso economico. Era facile prevedere che la dissennata politica economica dei “tecnici” avrebbe fatto salire la febbre del sistema, come era facile prevedere, da un punto di vista puramente di buon senso, che comprimere i consumi avrebbe comportato financo il mancato raggiungimento dell’obiettivo principe del pareggio di bilancio, l’ultimo feticcio inventato
da una classe dirigente inefficiente, che sacrifica qualsiasi interesse al bene supremo dei profitti della grande finanza. Ora ci aspettiamo una nuova manovra “lacrime e sangue”, necessaria dal loro punto di vista tutto tranne che imparziale, quanto ancora una volta inefficace.

Saverio Craparo