Lo Stato belga verso la dissoluzione: l’anarchia ha vinto!

Le elezioni del 14 giugno in Belgio hanno registrato una grande vittoria dei separatisti fiamminghi che chiedono la dissoluzione dello Stato nazionale belga e la creazione di una confederazione che si collochi all’interno dell’Unione Europea. Ciò induce la stampa a parlare di trionfo dell’anarchia, sia intesa nell’accezione borghese di disordine, sia in quella socialdemocratica di anarchia di stampo individualistico.
Per i comunisti anarchici si tratta invece del prevalere del disegno del capitale che ha per oggetto il superamento degli Stati nazionali per far prevalere il comunalismo e il localismo capitalistico di valorizzazione dei territori e degli egoismi che vi allignano, al fine di scardinare le residue garanzie delle Costituzioni borghesi adottate dagli Stati nazionali che offrivano almeno la tutela formale di alcune libertà e fissavano le regole del gioco democratico borghese. Non si trattava di garanzie e diritti elargiti, ma di conquiste delle lotte operaie e del riformismo che nel precedente ciclo capitalistico si erano assicurate uno spazio politico istituzionale per il proletariato salariato e le classi medie.
Oggi la mondializzazione dell’economia e la globalizzazione delle società e dei mercati hanno bisogno di spazzare via queste istituzioni e gli Stati nazionali, considerati delle entità che creano solo lacci e laccioli al dispiegarsi del dominio del capitale e del mercato. Gli Stati nazionali divengono così delle entità superate sia dal punto di vista economico – tanto che i loro bilanci sono spesso inferiori a quelle di molte multinazionali – sia dal punto di vista del controllo dell’ordine pubblico e quindi del dispiegamento del loro apparato repressivo per stroncare la reazione delle classi subalterne. Queste sono infatti sufficientemente piegate e sconfitte dalla crisi economica, non hanno più rappresentanza politica, non dispongono di un progetto e sono in grado di reagire solo con azioni para insurrezionali (vedi Grecia) che restano isolate e circoscritte e posso quindi essere agevolmente represse.

Il municipalismo disgregatore e l’enfatizzazione del territorio

La lotta di classe e le azioni rivendicative sul piano salariale vengono stroncate alla nascita dalla messa in concorrenza del costo del lavoro nelle diverse aree del globo, al punto che il capitale può contare su un esercito industriale di riserva dislocato sul mercato globale della forza di lavoro. Ricorrendo alla delocalizzazione degli investimenti il capitale può agevolmente distruggere la ricchezza in alcune aree e ricostruire il profitto in altre grazie al costante adeguamento tecnologico degli impianti necessario per provvedere alla produzione. L’investimento necessario all’innovazione tecnologica richede interventi sui vecchi impianti di tale entità da far divenire conveniente ricostruire dal nuovo una attività d’impresa in altre aree. Così i fattori della produsione quali professionalità della forza lavoro, reti di trasporti e infrastrutture, presentano dei
costi ben minori a fronte dai vantaggi derivanti dal trasferimento delle attività. L’estromissione dalla produzione dei suoi addetti tradizionali porta con sé il depauperamento della memoria storica della classe, la perdita del sapere operaio e quindi il venir meno delle capacità di organizzazione dei lavoratori classe presenti sui territori di vecchio insediamento produttivo.
Occorrerà tempo e fatica ai nuovi addetti alla produzione sedimentare esperienze e organizzazione, capacità di resistenza al padrone che nel frattempo accumula profitti, pronto ad un nuovo trasferimento in altri territori. Consapevole di ciò il capitale attacca a livello politico istituzionale le garanzie costituzionali e destruttura anche a livello territoriale lo Stato nazione; attacca a livello sociale le garanzie costituzionale imponendo per contratto ai lavoratori la rinuncia alle garanzie costituzionali e sociali faticosamente conquistate (vedi Pomigliano). Sotto attacco non è più solo la legislazione del lavoro e quella sociale ma gli assi fondamentali che consentono la garanzia dei diritti, la legislazione sociale, la vita e la qualità della vita, la stessa sussistenza fisica.
I partiti e i sindacati padronali fanno la loro parte e non ce ne meravigliamo: è nella loro natura!
Gli stolti presenti nella sinistra riformista e alcuni appartenenti alla cosiddetta sinistra radicale non capiscono il progetto complessivo e ciarlano anch’essi di riforma costituzionale, di rafforzamento dell’esecutivo, di ammodernamento della Costituzione, di federalismo fiscale, dimostrando così di non aver capito nulla delle caratteristiche e dello sviluppo della fase e tanto meno degli obiettivi progettuali del capitale, sia industriale che finanziario, non nemici o portatori di interessi contrapposti, ma operatori con interessi convergenti in un mercato unico e globale che vogliono dominare.
E tuttavia i riformisti nostrani non paghi della loro stoltezza individuano come strumento di recupero del rapporto col territorio la riscoperta del comunalismo e del localismo, la “condivisione delle radici”, al punto che i sindaci delle giunte di “sinistra” sono stati fra i primi a imporre attraverso ordinanze comunali l’affissione obbligatoria del crocefisso, assunto come marcatore culturale; al punto che praticano l’avversione all’Islam negando agli islamici che lo richiedono il diritto ad avere propri edifici di culto. Presi da furore identitario varano regolamenti comunali discriminatori in materia di aiuti alle famiglie disagiate, di accesso ad alloggi popolari, di utilizzazione dei servizi scolastici e prescolastici, ecc.
Richiamati da queste sirene rincorrono la Lega nord sul suo terreno e poco si occupano del sistematico smantellamento delle attività produttive sui territori, alimentando con il veleno dell’intolleranza il disagio sociale, invece di aiutare a canalizzarlo nella direzione della contrapposizione di classe, al punto da farsi vanto di garantire la pace sociale.

La territorializzazione dei diritti e le “Piccole Patrie”

La soluzione alla crisi diviene così la difesa strenua e corporativa della comunità locale, alimentando l’egoismo interclassista dei residenti storici nel territorio. Questi individuano nei nuovi residenti – negli appartenenti all’esercito industriale di riserva venuti ad integrare un mercato del lavoro asfittico, povero, che rifiuta i mestieri più umili – i loro nemici e praticano un egoismo ormai inconsistente, rivendicando l’esclusività di un benessere che appartiene sempre più alla fase capitalistica precedente. I migranti divengono nell’immaginario collettivo causa e prodotto della crisi, della disoccupazione, della miseria.
In questo scenario trova spazio la secessione del Belgio, gravato da un debito pubblico tra i più alti del mondo, caratterizzato da un localismo e comunalismo esasperato e sciocco, diviso sempre più su base linguistica ed etnica. Un paese nel quale la frontiera linguistica passa nelle case dividendo la famiglia nell’accesso ai diritti, alla scuola, alla sanità, alla proprietà della casa al diritto di risiedere nel territorio, all’accesso al lavoro. Si tratta di una situazione allettante per il capitale, perché permette di promuovere la grande alleanza tra capitale e lavoro, tra imprese e addetti, motivati dalla competitività “di territorio”. La contrapposizione non ha più motivazioni economiche o di classe, ma di lingua, e in altri contesti di religione, di etnia, mentre si torna a parlare di razza. E non si tratta di un fenomeno isolato perché al separatismo belga fa riscontro quello basco e
quello catalano, quello corso e quello padano, e i tanti e mille separatismi delle piccole patrie delle quali è costellato l’Est Europa e che ha avuto nella guerra balcanica solo il primo rigurgito di violenza e di morte, ma che minaccia di riemergere più forte e rigoglioso che mai.
Ad alimentarlo non ci sono solo gli apparati ideologici, religiosi o etnici ma anche e soprattutto le ragioni del capitale, gli interessi delle economie e delle multinazionali, dei santuari della finanza internazionale. Indifferenti alla speculazione finanziaria, ma al servizio della ristrutturazione dello sfruttamento capitalistico sul territorio europeo. I “territori” preparano la nuova Europa medievalizzata dei distretti, dei comprensori, delle regioni, caratterizzata da economie curtensi e localistiche, nelle quali di volta in volta e
secondo la convenienza si inseriscono le produzioni della grande multinazionale, isola nel territorio, pronta a scomparire al primo nascere di lotta di classe e di resistenza operaia.
Dove questo gigantesco processo di ristrutturazione produttiva e sociale non porterà alla guerra, certamente produrrà povertà e miseria e la crescita di quella quota di popolazione che vive, o meglio sopravvive al di sotto della soglia della miseria, che sempre più aumenta intorno a noi. In questa situazione strutture come
la NATO, gli eserciti e le polizie hanno un grande futuro!

Qualche idea per una strategia di difesa possibile

Per difendersi efficacemente, il primo passo è capire fino in fondo il progetto, cercare di ricostruirne i passaggi essenziali e strategici. Bisogna essere capaci di far conoscere nel dettaglio caratteristiche ed effetti della separazione in Belgio, rileggere con attenzione le guerre balcaniche, indagare il separatismo basco, quello catalano, quello corso. Per noi italiani capire fino in fondo cosa ha prodotto in termini di perdita della coscienza sociale la diffusione della cultura e dei valori leghisti, far conoscere gli effetti del federalismo fiscale, stabilire un dialogo con i migranti fatto di conoscenza e integrazione, capace di non alimentare l’insicurezza delle popolazioni autoctone, ma capace di produrre valori positivi in materia di libertà, qualità della vita, diritto a un
salario giusto all’assistenza sanitaria alla scuola: insomma al pieno godimento dei diritti della persona umana.
Per fare ciò occorre provare a ipotizzare luoghi, settori e occasioni di intervento politico.
Un primo passo è certamente l’individuazione di beni strategici da difendere che vanno garantiti a tutti come, ad esempio l’acqua, l’ambiente, le altre risorse naturali che caratterizzano un territorio, perché è in questa dimensione che avviene la ricomposizione degli interessi.
Ci sono poi da difendere i diritti della persona come quelli alla salute, alla libertà, alla vita dignitosa, al lavoro che nel loro insieme garantiscono la qualità della vita e la rendono degna di essere vissuta.
C’è la necessità di dar vita a una nuova internazionale operaia e proletaria che riunisca tutti coloro che prestano lavoro salariato, tutti coloro che la produzione e il capitale collocano tra le classi subalterne, per stringere una nuova alleanza e affermare un catalogo di diritti inalienabili e irrinunciabili, per stendere una catena di solidarietà fatta soprattutto del rifiuto di farsi usare come un gigantesco esercito di riserva le cui divisioni e i cui reparti vengono giocate le une contro le altre in nome del profitto e dell’egoismo capitalistico.
E’ un cammino lungo e difficile, ma forse è il solo possibile!
Lavoriamoci insieme per costruirlo.

Giovanni Cimbalo