La crisi attuale si sviluppa in un quadro imperialistico mondiale inedito, nel quale nuovi soggetti si sono progressivamente affermati acuendo la concorrenza tra potenze. Una crisi a cui il capitale ha risposto con una profonda ristrutturazione che ha travolto anche le forme sindacali che mostrano tutta la loro inadeguatezza trascurando, per scelta o per incapacità, l’unica prospettiva vincente: quella internazionalista, per un contratto e per un sindacato europei.
Il XVI Congresso della CGIL
In questo quadro si è aperto il percorso del XVI congresso laddove, alla nuova maggioranza costituita tra i gruppi dirigenti della vecchia maggioranza e della vecchia opposizione di “Lavoro e società” (mozione n. 1), si è opposto uno schieramento contraddittorio, conseguenza di uno scontro interno ai vertici della vecchia maggioranza concertativa, che ha visto i segretari generali nazionali della FIOM (metalmeccanici), della FP (lavoratori pubblici) e della FISAC (credito e assicurazioni) assieme ad altri dirigenti nazionali, sottoscrivere la mozione di minoranza, la n. 2.
Le due mozioni, in realtà molto simili, si sono fin dall’inizio caratterizzate come una pura espressione delle contraddizioni interne ai vertici, e il confronto congressuale si è risolto in uno scontro aperto tra i gruppi dirigenti dei due schieramenti, che non ha coinvolto i lavoratori. Se nella FIOM, categoria che più di altre ha qualificato con la lotta l’opposizione alla ristrutturazione capitalistica, la mozione n. 2 si è attestata su un non
brillantissimo 72,93% dei consensi, nelle altre categorie i risultati sono stati decisamente deludenti, ad eccezione di quelli ottenuti nella FISAC (35,71%) e nella FP (44,94%). Complessivamente, in tutta l’organizzazione, la mozione n. 2 ha ottenuto un non brillante 17,07%.
D’altronde anche la vecchia e la nuova opposizione hanno privilegiato lo scontro al vertice piuttosto che il coinvolgimento della base in una riqualificazione e generalizzazione dei contenuti del percorso di opposizione intrapreso dalla CGIL in questi anni, per costruire una nuova e rinvigorita opposizione di classe volta ad arginare la deriva moderata dell’organizzazione.
La CGIL esce da questo XVI congresso divisa, con una nuova opposizione, isolata e dalle prospettive molto incerte. La vecchia opposizione, rappresentata da “Lavoro e società”, risulta fortemente ridimensionata nel suo ruolo, posta com’è a sostegno della nuova maggioranza e delle sue tendenze più moderate e concertative, pericolosamente orientate ad associarsi alla deriva neocorporativa di CISL e UIL.
Il mito del sindacato di classe
Se l’opposizione svolta dalla CGIL, sia pure esitante, si è configurata come l’unica in grado di porre un argine all’attacco padronale, essa ha anche evidenziato tutti i cedimenti dell’intero suo gruppo dirigente, unitamente ai limiti della vecchia e della nuova opposizione interna. Parallelamente a questo processo di disgregazione preziose risorse militanti si sono esaurite in prospettive autoreferenziali, perseguite dalle aggregazioni sindacali non confederali dirottate verso il mito del sindacato di classe.
Significativo al riguardo è che, a poco più di un anno dall’accordo sul nuovo modello contrattuale (22 gennaio 2009) firmato da CISL e UIL e non dalla CGIL, sono stati sottoscritti dai confederali, CGIL compresa, oltre quaranta altri contratti che, per la loro insufficienza normativa ed economica, non si configurano come “di mediazione” ma rappresentato un’oggettiva continuità con i contenuti dell’accordo separato del gennaio 2009.
Né l’opposizione vecchia e nuova interna alla CGIL né, tantomeno, quella esterna sono state in grado di arginare una simile deriva: evidentemente, nemmeno la suggestiva prospettiva di creare un sindacato di classe che si configuri come alternativo ai confederali pare in grado di difendere gli interessi dei lavoratori.
L’intento del padronato è oggi quello di non contrattare più per avere così le mani libere rispetto all’evolversi della competizione imperialistica mondiale, che impone scelte drastiche da realizzare in tempi velocissimi per quanto concerne il lavoro e il welfare, per scaricare sulle classi subalterne i costi della crisi. Il rischio concreto è che i sopradetti intenti capitalistici ridimensionino il ruolo di opposizione fin qua svolto dalla
CGIL: a questo ridimensionamento, già avviato con il XVI congresso, non seguirà la radicalizzazione delle lotte, ma bensì una deriva neocorporativa che travolgerà l’intero movimento sindacale italiano determinando la crisi di ogni sua prospettiva di classe e di organizzazione.
Tuttavia non è certamente da escludersi una diversa prospettiva nel lungo periodo, laddove potremo anche verificare le conseguenze della deriva neoconcertativa della CGIL e dell’intento del sindacalismo non confederale di costruire il “sindacato di classe” ma, modestamente parafrasando Lord M. Keynes – “in the long run we’re all dead” – che suona più o meno così: “nel lungo periodo siamo tutti morti”.
Giulio Angeli