La U.E. dall’allargamento alla sterilizzazione

Mentre l’Europa si dibatte nella crisi a vantaggio della sola Germania si muore in Ucraina lottando per l’adesione all’Unione, i paesi del continente che ancora ne sono fuori insistono nelle loro richieste di adesione e molti dei paesi che già ne fanno parte meditano di uscirne o comunque di prendere le distanze dalle sue politiche.
Questa contraddizione va spiegata mentre mancano tre mesi al rinnovo del Parlamento europeo e gli esiti delle elezioni sono quanto mai incerti; la prospettiva della presenza di una forte componente di forze favorevoli al rafforzamento dei poteri nazionali e intenzionate a rimettere in discussione la moneta unica è quanto mai realistica. Vale perciò la pena di riflettere sulle diverse forze in campo e sullo scontro d’interessi che
si prepara.

Unione monetaria e unione politica

Se c’è un aspetto positivo nel processo di convergenza che dovrebbe portare alla costruzione di uno Stato unico stranamente è la mancanza di ipocrisia e di retorica. Lo Stato è dunque un comitato d’affari, prova ne sia che lo scopo dichiarato di questa unità è puramente economico, tanto che il processo unitario si basa su meccanismi finanziari e interventi premiali o punitivi, realizzando uno scambio tra perdita di sovranità nazionale e concessioni economiche. Se questo meccanismo in passato ha funzionato oggi è in crisi di fronte alla carenza di risorse dovuta non solo al ridursi dei finanziamenti per alimentare i fondi strutturali e di riequilibrio ma anche all’allargarsi eccessivo della platea di Stati che intendono accedervi. L’ingresso di molti paesi dell’Est Europa impone un diverso riparto delle risorse nella politica agricola e incide notevolmente sul rapporto tra aree sviluppate e sottosviluppo. Eppure l’esigenza del mercato unico europeo persiste. Certo ad avvantaggiarsene, a causa delle politiche economiche adottate, è principalmente la Germania ma oggi e sempre più domani è impensabile che le economie dei singoli Stati del continente riescano a stare da sole sul mercato, senza una qualche forma di coordinamento e non beneficiando delle necessarie sinergie. Perciò, malgrado tutto,
anche se con fatica, prosegue la strategia di trasferimento delle competenze alle strutture decentrate di governo, potenziando il ruolo delle città e quindi del territorio come luogo nel quale i diritti vengono fruiti e quindi il livello dal quale partire per dare gradualmente vita a nuove istituzioni. L’applicazione di questa strategia ha delle conseguenze rilevanti sia sul piano dei diritti della persona (importanza della residenza invece che della cittadinanza per l’accesso ai servizi sociali, diritto all’istruzione, alla sanità, al lavoro ecc.) che sulla struttura e ruolo delle istituzioni, con la progressiva e sempre più accentuata crisi delle istituzioni di governo a livello nazionale.
Certamente la corruzione, l’incapacità della classe politica diffusa in molti Stati giocano un ruolo importante nella crisi istituzionale che in vario modo e misura è un fenomeno comune di tutti i paesi dell’area UE, ma ne è causa rilevante lo spostamento dei centri decisionali al centro del sistema, sia attraverso il ruolo del Consiglio d’Europa e della Commissione e ancor più attraverso la politica della Banca Centrale Europea (BCE), vero assit di governo del sistema. La marginalizzazione del ruolo delle politiche nazionali è
dimostrata dal fatto che quando il Belgio è rimasto per due anni senza Governo le istituzioni del paese e l’economia hanno continuato a funzionare lo stesso e forse meglio che in presenza di un Governo nazionale.
Questo dimostra l’inutilità e l’inconsistenza economica della stabilità politica, tanto invocata in Italia dove la crisi dipende essenzialmente dallo scontro in atto tra le diverse forze economiche e dalla mancanza di una politica economica in grado di contrastare la spoliazione di quelle che fu la partecipazione italiana alla divisione internazionale del lavoro. La perdita di produzione e di mercati non è che una conseguenza di questa
ristrutturazione che andrebbe contrastata potenziando soprattutto gli investimenti nel sistema di istruzione e formazione, l’innovazione, il miglioramento e sviluppo delle infrastrutture di sistema. Ciò può essere fatto anche in una situazione di forte conflittualità tra le diverse forze in campo, perché la lotta di classe è insieme strumento di attacco alla dittatura capitalistica e elemento di razionalizzazione e sviluppo del sistema produttivo poiché assicura la vivacità del confronto funge da stimolo a iniziative e investimenti. Nella
lotta tra capitale e lavoro o vincono i lavoratori oppure lo scontro finisce per potenziare le possibilità di sviluppo grazie all’innovazione organizzativa e produttiva al quale il capitale è costretto e alla rinascita della dialettica tra le diverse forze sociali. La crisi del sistema Italia deriva anche da una sconfitta totale della classe operaia che ha ritardato l’innovazione.

L’Ucraina e la sua necessità di entrare

In assenza di efficaci politiche espansive a livello nazionale, la condivisione dell’austerità e del pareggio di bilancio come obiettivo primario impone una politica recessiva generalizzata e questa Europa in crisi, egemonizzata dalla Germania, costituisce malgrado tutto un punto di riferimento in relazione ai processi di aggregazione che si vanno sviluppando intorno ad alcuni centri di attrazione. Sullo scacchiere continentale i due poli di convergenza rimangono la Germania e la Russia. I rapporti tra le due entità sono ancora regolati dal Trattato (segreto) degli Urali tra Gorbaciov e Koll che precedette e accompagnò il crollo dell’URSS. Con quell’accordo la Russia “sganciava” i paesi cosiddetti satelliti e li consegnava come esercito industriale di riserva e come potenziali consumatori ai paesi dell’occidente europeo ottenendo in cambio un ingresso di capitali in Russia e soprattutto di tecnologia. Accettava la divisione del lavoro e accentuava il suo ruolo di grande produttore di energia da vendere all’occidente, affamato di approvvigionamenti petroliferi e di gas a basso costo. Tuttavia il Trattato, ancorché segreto, non deve aver definito esattamente i confini delle zone d’influenza e l’Ucraina è una delle cosiddette “zone di mezzo” e ciò per tanti motivi.
Per comprendere le rivolte attuali bisogna partire dal fatto che l’Ucraina attuale non è quella storica; a causa delle politiche di Stalin a conclusione della seconda guerra mondiale la Russia ha incorporato parte del territorio ucraino, spostando ad occidente i confini del paese. Così l’Ucraina ha ceduto circa 200 Km in profondità del proprio territorio per tutta la frontiera con la Russia e ha inglobato nel proprio territorio, espandendosi ad occidente, popolazioni di diversa origine come ungheresi, rumeni, polacchi, ruteni. Il risultato è stato che in effetti oggi il paese è diviso in due: una parte è costituito dalla vecchia Russia formatasi intorno a Kiev e profondamente asiatica e l’altra, quella ad occidente, certamente europea. Il confine è segnato visibilmente dal fiume Dnepr.
Oltre alla composizione etnica della popolazione c’è la consapevolezza che restare agganciati alla Russia significa mantenere una posizione subordinata immutabile rispetto allo Stato egemone dell’area che non propone una integrazione, del resto non avvenuta nemmeno quando l’Ucraina faceva parte dell’URSS, ma un eterno ruolo di Stato satellite. Scegliendo l’occidente c’è la speranza di entrare a far parte di una Unione che, proprio perché egemonizzata dalla Germania è punto di riferimento per le tante comunità di origine tedesca sparse da sempre non solo in Ucraina ma in Romania, Ungheria, Serbia, Croazia e in altri paesi dell’Est.
Queste popolazioni sono da sempre oggetto di attenzione della Germania e rappresentano un “mercato di affezione” dei prodotti dell’industria tedesca e il bacino naturale di approvvigionamento di popolazione tedesca (non è un caso che in Germania viga ancora oggi lo ius sanguinis, sia pure con qualche apertura per i non tedeschi di origine).
Ecco perciò emergere tanti buoni motivi che supportano la scelta di adesione all’Europa attraverso la quale la Germania persegue il disegno di aggregare a sé le comunità tedescofile dell’Est e rafforzare un mercato fidelizzato ai suoi prodotti e dall’altro la speranza per questi paesi che continuando a vendere forza lavoro sul mercato continentale attraverso i processi migratori non solo si offrono come luoghi di temporanea
delocalizzazione per le imprese, ma realizzano una accumulazione primitiva di capitali attraverso la quale promuovere il loro futuro sviluppo.
Un allargamento quindi che conviene ai tedeschi più che a ogni altro paese d’Europa.

Lo stop alle politiche di integrazione territoriale

Il disegno appena descritto è noto da tempo agli osservatori attenti delle cose europee come agli altri Stati dell’occidente del continente i quali non sono riusciti a contrapporre, o quanto meno ad affiancare, a questo disegno una valorizzazione dell’area mediterranea dell’Unione. La politica francese di creazione di una Europa mediterranea, ponte con i paesi della sponda sud del Mediterraneo è fallita non solo per lo scarso appoggio ricevuto dall’Italia e dalla Spagna, ma anche per la spietata politica di accaparramento di contratti e
risorse di mercato messa in atto dalla Francia la quale ha approfittato delle cosiddette “primavere arabe” per sostituirsi a investimenti e presenze soprattutto italiane e in misura minore della Spagna in questi paesi. Il risultato è la destabilizzazione pressoché totale del mercato possibile nella sponda sud del Mediterraneo.
La politica tedesca avrebbe potuto e dovuto essere efficacemente contrastata a condizione di portare avanti un processo d’integrazione effettivo a livello territoriale. Per costruirlo a partire dal 1985 l’Unione Europea ha cercato di valorizzare il decentramento politico-amministrativo investendo sulle città e i territori come luoghi nei quali si sviluppano i diritti. Ma se si vanno ad analizzare le presenze nelle diverse assise delle città che avrebbero dovuto promuovere le politiche di coordinamento e di convergenza si nota l’assenza, e quindi il non coinvolgimento, delle città e dei territori della Germania. L’incapacità di aggregare in questo processo di valorizzazione delle autonomie territoriali gli Stati di nuovo ingresso nell’Unione ha fatto il resto, così che gli Stati dell’Unione Europea si caratterizzano oggi per una accentuata disgregazione e, complice la
crisi economica, crescono le spinte centrifughe all’interno dell’Unione.

Europa delle nazioni e dei nazionalismi

E’ certamente vero che la crisi economica ha dato spazio e fatto emergere le forze e i partiti populisti ma alla base di questa rinascita stanno le ragioni che abbiamo esposto e che incidono sugli elementi strutturali e costitutivi dell’Unione Europea. Del resto come non avversare l’Europa dopo la spoliazione della Grecia alla quale la Germania ha imposto l’impoverimento della popolazione, la distruzione del sistema sanitario la distruzione del sistema sociale e produttivo ma ha preteso in piena crisi l’acquisto di sommergibili prodotti dai cantieri navali tedeschi, benché questi navighino di piatto, come delle sogliole !
Oggi gli altri paesi europei per la Germania non costituiscono nemmeno il mercato privilegiato della sua struttura produttiva ma fungono da aree depresse che alimentano il mercato del lavoro attraverso personale specializzato, formato a spese dei rispettivi sistemi di educazione nazionale, rappresentano luoghi sui quali decentrare attività produttive marginali, dopo aver saccheggiato i pezzi migliori del loro apparato industriale e
aver ristretto gli ambiti produttivi nel quadro della divisione internazionale del lavoro, offrono un immenso esercito industriale di riserva da utilizzare grazie ai contratti fortemente differenziati in salario e tutele che caratterizzano il mercato del lavoro della Germania..

Rilanciare la crescita

Rilanciare la crescita significa oggi mutare radicalmente la politica economica, stimolando i consumi mediante un forte sostegno pubblico alle politiche espansive ma anche rilanciare la dialettica e il conflitto sociale poiché occorre rendere più dinamica la società, assicurando prospettive di sviluppo e iniettando fiducia.
E’ quindi criminale ed economicamente non conveniente la politica di ulteriore restrizione delle garanzie e dei diritti dei lavoratori. La ricetta che fa dipendere il rilancio dell’economia da una compressione dei diritti è quanto di più errato si possa immaginare in quanto produce una stagnazione dei rapporti sociali, espelle al mercato gli elementi di dinamicità poiché è certamente vero l’assunto keynesiano che lo sviluppo ha bisogno di una platea ampia di consumatori. Ciò presuppone una politica industriale che non può basarsi sul tanto propagandato rilancio del turismo in Italia, facendo del nostro paese un luogo di bottegai, ristoratori e albergatori, tralasciando d’intervenire sulle infrastrutture veramente necessarie. Occorre una politica industriale che rilanci occupazione e sviluppo tenendo conto di ciò che si muove sullo scacchiere europeo e internazionale. E’ per questo motivo che le residue concentrazioni operaie, i lavoratori di ogni settore devono assumere tra i propri obiettivi il rilancio della lotta di classe.

Gianni Cimbalo