Albania
Il 13 ottobre gli albanesi sono scesi in piazza: gli studenti hanno dato l’assalto al ministero dell’Educazione a Tirana dando luogo a violenti scontri con la polizia, le proteste si sono estese in altre città come Durazzo, Scutari, Korçë, Agirocastro, Valona e Elbasan; numerosi agenti sono stati feriti dal lancio di sassi da parte dei manifestanti che protestano per il costo dell’istruzione universitaria, le condizioni degli atenei, la mancanza di sostegni economici e le prospettive di lavoro dopo la laurea. Le forze dell’ordine hanno risposto con lacrimogeni e idranti, dando seguito a decine di feriti e di
arresti. A Tirana gli scontri sono iniziati in viale Durazzo, vicino al ministero dell’Istruzione, dove si sono radunate centinaia di persone a volto coperto, e si sono poi estesi a tutta la capitale. I manifestanti hanno lanciato pietre contro le forze di polizia e appiccato il fuoco ai cassonetti, erigendo barricate. Ben presto la richiesta dei manifestanti è diventata le dimissioni del governo Rama.
La “questione universitaria” è da tempo un problema in Albania dove proliferano le università private, veri esamifici che elargiscono diplomi e titoli di studio in cambio di laute rette: a questo mercato il Governo ha cercato di porre un argine riducendo il numero di queste “aziende”, concentrate soprattutto a Tirana e riordinando i curricula e
l’organizzazione delle università pubbliche, ma mettendo a disposizione scarsissime risorse.
Questo problema si aggiunge alla recente mobilitazione del movimento “Flamingo”, che si batte contro un investimento immobiliare da realizzare in un’area protetta e che riguarda l’isola di Luzon nella baia di Valona, voluto da Kushner, genero di Trump e dagli israeliani, che mira a riutilizzare una base navale allocata sull’isola che controlla lo
stretto di Otranto ed è in funzione anti turca e italiana.
Ancora una volta Edi Rama, premier albanese ha cambiato padroni, legandosi a israeliani, greci e Stati Uniti, dando il ben servito alla Meloni alla quale riserva una stucchevole galanteria.
Gli israeliani hanno subito ricambiato fornendo alla polizia addestramento e tecnologia di contrasto alle manifestazioni mentre la protesta del movimento “Flamingo”, si è saldata con il movimento degli studenti mettendo, Tirana a ferro e fuoco. Il Governo attribuisce le proteste ad un complotto sostenendo che delle decine di persone fermate
solo pochi sarebbero stati studenti. In realtà l’opposizione non controlla le proteste, prova ne sia che i manifestanti hanno scaraventato nel fiume di Tirana un deputato dell’opposizione che cercava di egemonizzare la protesta.
Isole Svalbard
Dopo la Groenlandia tocca alle Isole Svalbard, un arcipelago situato nell’Oceano Artico, a circa metà strada tra la costa settentrionale della Norvegia e il Polo Nord, sotto la sovranità (limitata) della Norvegia, che ospitano una popolazione di 2940 abitanti, il cui centro amministrativo è Longyearbyen, situato sull’isola di Spitsbergen.
Prevalentemente abitate da orsi polari (protetti dal 1973), renne delle Svalbard e volpi artiche, benché in maggior parte coperte dai ghiacci, l’isola e circondata da acque aperte e navigabili grazie alla corrente del Golfo che le lambisce.
La principale attività economica è stata l’estrazione del carbone, alla quale si aggiungevano la pesca, la caccia e il turismo. Le temperature, che si aggirano sui -40 °C, si stanno mitigando per effetto del cambiamento climatico (mediamente di 4 °C e di 7° nei mesi invernali). Nel luglio 2020, tuttavia, sono state misurate d’estate temperature superiori a 20 gradi. La gran parte della popolazione proviene dalla Russia e delle tre miniere di carbone presenti sulle isole ne sopravvive solo una. Un’altra è stata chiusa, mentre un’altra è stata trasformata in un museo. Tuttavia l’arcipelago
è importantissimo per il controllo delle rotte artiche, poiché è collocato fra la Groenlandia e la Norvegia.
A fronte delle prospettive di apertura della rotta artica la Norvegia e la NATO vorrebbero sottoporre l’arcipelago al proprio controllo, localizzandovi impianti militari, vietati dai Trattati ma incontrano le resistenze della Russia che, invocando i Trattati che la smilitarizzano, rivendica la natura neutrale del territorio e il diritto di insediamento di
popolazione russa, seguendo la tradizione: un altro terreno di confronto si è aperto.
Yemen
La rapida avanzata degli Huthi e la conquista del controllo dello stretto di Dar es Saalam aggiungono un ulteriore elemento di crisi a quanto sta avvenendo nel Medio Oriente. Mentre sullo stretto di Hormuz vige una instabile tregua delle ostilità. Dipendente dagli umori del Presidente Trump e le trattative per una pace e una normalizzazione del traffico marittimo nello stretto proseguono con andamento incerto, il nuovo fronte aperto dagli Huthi che blocca Dar es Saalam complica ulteriormente il traffico marittimo della zona. Interrompendo di fatto la navigazione nel Canale di Suez. Con la rapida avanzata degli Huthi ha sorpreso, tutti, dimostrando la fragilità del regime politico Saudita, ovvero di uno Stato non Stato, in realtà la proprietà della famiglia Saud che regge il proprio potere sul patto stretto con gli abitanti della Arabia che in cambio di una completa delega di potere alla famiglia Saud ricevono benessere e prosperità economica.
I bombardamenti iraniani delle basi statunitensi e poi la distruzione arrecate all’apparato produttivo e alla logistica dai bombardamenti iraniani, l’interruzione dell’esportazione di petrolio e di gas con conseguente perdita economica degli introiti, hanno prodotto una crisi che appare di difficile soluzione. La sottoscrizione dell’alleanza di
Maometto e la convergenza di interessi con la Turchia e il Pakistan, non hanno fornito alla monarchia dei Saud confidava e la natura mercenaria del suo esercito spiegano le ripetute sconfitte ad opera degli Huthi che in prospettiva puntano alla conquista di Aden. La mancata adesione dell’Egitto all’accordo stipulato con il Pakistan con la Turchia conferiscono inefficacia al patto di mutua assistenza stipulato e l’Iran ha buon gioco nel proporre una trattativa e un modus vivendi che consenta la costruzione di un nuovo equilibrio regionale tra le diverse potenze dell’area e che, comunque la si veda, lo trasforma definitivamente in una media potenza regionale con la quale sia l’Iran sia l’Arabia Saudita, se sopravviverà come è Stato, sia gli emiratini dovranno fare i conti. Finisce così l’egemonia imperiale degli Stati Uniti, faticosamente costruita, per controllare il Medio Oriente e tutto rimane affidato alla politica israeliana, che vede le sue aspirazioni contenute dalla presenza turca in Siria e dalle posizioni assunte dall’Iraq, anche grazie alle milizie sciite che vi operano.
In particolare il pericolo rappresentato dalla Turchia è ben compreso in Israele, tanto che il paese ha stipulato un’alleanza di fatto con la Grecia, in funzione anti turca e mira alla colonizzazione di fatto di Cipro, per crearsi una sponda che gli consenta l’egemonia su una fascia di mare che spazia dall’Egeo alle coste israeliane.
In questo nuovo contesto le speranze dei palestinesi appaiono affidate all’ombrello turco oltre che naturalmente continuano ad essere supportate e a supportare l’Iran. Quel che certo è che gli Stati Uniti sono stati ormai espulsi dal teatro Medio Orientale.
Cisgiordania
Nella stagione della raccolta degli ulivi continuano e si intensificano in Cisgiordania gli assalti dei coloni israeliani alle case e ai villaggi dei palestinesi: gli assalitori non solo circondano e assediano le case, impedendo l’arrivo dei rifornimenti alimentari e lo svolgimento delle attività, ma anche incendiano e segano gli ulivi, uccidono le pecore dei greggi, per impedirne la riproduzione e distruggere l’economia delle povere famiglie palestinesi. Il loro obiettivo è quello di sradicare la loro presenza dal territorio degli abitanti autoctoni e di insediarsi nelle aree rese libere, realizzando sempre nuovi insediamenti che vengono strategicamente collocati per frammentare la continuità territoriale. Perfino il catasto ottomano viene utilizzato per condurre azioni “legali”, sostenute dai tribunali israeliani, per impossessarsi delle terre palestinesi. Quando tutto questo non basta si ricorre all’intimidazione fisica e agli omicidi mirati, non preoccupandosi delle vittime ”collaterali”, ma anzi ricercandole, con la complicità dell’esercito, guidati e protetti dai ministri criminali del governo Netanyahu. I popoli del mondo guardano inorriditi al genocidio messo in atto scientificamente, in modo programmato come fecero i nazisti con gli ebrei, studiando a tavolino e progettando lo sterminio di un popolo, impotenti di fronte alla criminalità di costoro. Se oggi il diritto internazionale e la mancata reazione dei governi non riesce a impedire e condannare quanto avviene tutto questo si scolpisce nella storia, ad eterna vergogna del sionismo, che agisce con metodi criminali per perseguire i suoi obiettivi.
Guerra tra Etiopia Tigray e Corno d’Africa
La destabilizzazione mediorientale si estende al contiguo Corno d’Africa, nei paesi al di là del canale di Suez.
Quest’area geopolitica è attraversata da profondi contrasti tra la leadership politica del Tigray e il Governo centrale etiopico che conduce una battaglia con un obiettivo duplice che è quello di sottomettere l’etnia Tigray in nome del rafforzamento del governo centrale etiopico, tendenzialmente schiacciando tutte le etnie per conferire al paese una
direzione politica affidata al fondamentalismo protestante del suo premier Abiy Ahmed Ali, neo-evangelicale, sostenitore della teologia della liberazione e guadagnare al paese lo sbocco al mare.
Sul conflitto in corso interagiscono con ruoli diversi l’Egitto, la Turchia, il Sudan e la Somalia, per la quale l’obiettivo è quello del ricongiungimento e del riassorbimento del Somaliland, territorio resosi autonomo, nel quale si sono insediati economicamente e militarmente gli israeliani ed economicamente i sudcoreani con investimenti e per motivi strategici. Altro obiettivo dei contendenti rimane il territorio di Gibuti, sede di numerose basi di grandi potenze, dall’Inghilterra alla Cina, ma anche all’Italia.
L’Etiopia diviene sempre più interessante grazie alla costruzione di una raffineria gigantesca di petrolio a Lamu, nel contiguo Kenya che insieme all’energia ricavata dalle grandi dighe sul Nilo realizzate, dovrebbe fare da volano allo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria etiopica nella quale si registra già una crescita degli investimenti cinesi.
Portogallo
(Sulle manifestazioni per il diritto alla casa riceviamo e pubblichiamo da compagno dal Portogallo). Alle 2 di notte del giorno 25 u.s., “fotocopia” di quanto avvenuto una settimana fa: contemporaneamente in Lisbona e Porto l’azione poliziesca si è concentrata nello sgombero forzoso dell’accampamento dei sediziosi (autori di 4 o 5 scritte su monumenti, colpevoli di resistenza passiva e disobbedienza, urlatori di slogan contro il Capitale e il sistema neoliberista etc.). 33 le detenzioni; circa 30 i feriti, tutti manifestanti, dei quali 3 o 4 in condizioni definite “critiche”; stavolta anche alcuni medici dei principali ospedali che hanno ricevuto i feriti sono finiti nell’occhio del ciclone avendo testimoniato il grado delle contusioni nonché affermato di avere le prove di un azione di ostacolo da parte delle forze dell’ordine, le ambulanze e pompieri giunti a soccorrere.
In questo momento, la fila, ordinata, degli inquisiti sta entrando nel tribunale; fra gli avvocati difensori, come già detto, anche il compagno André Ferreira. È unanime il sentimento di stupore e inquietudine (a quando quello di rivolta?) diffusosi qua a fronte della consapevolezza di costituire l’unica anomalia in tutto il continente; il comportamento dei manifestanti, infatti, è tale da non avere comparazioni possibili, quanto a carattere pacifico e inoffensivo (se non si vuole scomodare Gandhi…) e dunque, difficilmente consente di razionalizzare la reazione dello Stato.
Da Virgilio Caletti, Portogallo
Serbia
Il 24 ottobre 6,4 milioni di serbi sono andati alle urne; hanno votato il 76,7% degli aventi diritto. Due i principali partiti che hanno partecipato alle elezioni del Parlamento: Serbia unita, guidata dal Partito progressista serbo (Sns), di Aleksandar Vučić, Presidente uscente, la Lista studentesca, nata dal movimento di protesta dopo la tragedia alla stazione di Novi Sad del 2024 e altre 16 liste minori. Il 24 ottobre 6,4 milioni di serbi sono andati alle urne; hanno votato il 76,7% degli aventi diritto. Due i principali partiti che hanno partecipato alle elezioni del Parlamento: Serbia unita, guidata dal Partito progressista serbo (Sns), di Aleksandar Vučić, Presidente uscente, la Lista studentesca, nata dal movimento di protesta dopo la tragedia alla stazione di Novi Sad del 2024 e altre 16 liste minori. Si tratta di elezioni anticipate volute dal movimento di protesta sostenuto fortemente dell’Unione europea che mira ad allontanare la Serbia dalla Russia e soprattutto dalla Cina, con la quale il governo uscente ha stabilito i rapporti economici e commerciali che hanno fatto del paese un hub per l’Europa.

Il movimento studentesco si dichiara apartitico e chiede la trasparenza, la libertà dei media, che la giustizia sia indipendente dal potere politico, ha per il momento, accantonato questioni decisive come l’adesione all’Unione europea della Serbia, e che ha utilizzato come candidati personaggi provenienti dalla società civile di diverso orientamento politico e ideale. Benché il risultato elettorale assegni 101 seggi al Sns di Vučić, e alla Lista degli Studenti ben 138 seggi, quando ne occorrono 126 per governare, sarà difficile formare il governo, a causa dell’eterogeneità del partito che ha
vinto le elezioni, tanto che c’è chi non esclude che si debba ricorrere a breve a un nuovo voto. Al momento sembra prevalere la linea di coloro che vedono nella Cina il partner commerciale più importante della Serbia in Asia, nessuna ostilità con la Russia e relazioni pacifiche con l’America Latina, l’India e l’Africa, basandosi sui legami dell’era del Movimento dei Non Allineati, in difesa degli interessi della Serbia. Sulla questione palestinese il movimento è antisionista, condanna l’olocausto di Gaza e sostiene i palestinesi. Non sarà facile per la signora Von der Stupid condizionarlo.
La Redazione