Il Sultano rifatto

Se c’è un paese rispetto al quale la fine dell’impero sovietico ha segnato un radicale mutamento della sua collocazione internazionale questa è la Turchia, la quale ha visto venir meno la sua funzione di sentinella della NATO ai confini sud dell’alleanza. Da allora questo paese ha dovuto reinventarsi un ruolo e in un primo momento ha riscoperto il sogno dei giovani turchi, pensando di poter creare un’aggregazione di popolazioni che si estendevano verso oriente fino alle ex repubbliche asiatiche sovietiche, con popolazioni a maggioranza islamica. Ma ben presto questo sogno ha
rivelato i suoi limiti, tanto più che la Turchia di allora era ancora portatrice del progetto laico di Kemal Pascia, detto Ataturk sostenuto dall’esercito.
Così, col tempo, il nazionalismo filo islamico, da sempre presente nel paese, ha così potuto giocare le sue carte, anche perché i militari, da sempre guardiani della laicità turca, erano stati indeboliti sia dal ridotto ruolo strategico del paese che dai negoziati
aperti con la Unione Europea, la quale chiedeva il rispetto dei risultati elettorali e l’estromissione dell’esercito dalla vita politica. Non per questo il paese viene gestito da un sistema che possiamo definire democratico rappresentativo.
Grazie a una legge elettorale che esclude dal Parlamento le formazioni politiche che hanno ottenuto meno del 10% dei voti il partito Adalet ve Kalkınma (partito per la Giustizia e lo Sviluppo) ha conquistato il potere nel 2002 e, dopo una modifica costituzionale che ha restituito al suo leader i diritti politici, la guida del governo è
stata assunta da Tayyp Erdoğan, convinto che “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati… “, come ebbe a dire un noto poeta islamista turco, Ziya Gokalp citato dal leader turco.
Anche se Erdoğan sostiene di aver assunto col tempo posizioni più moderate egli è rimasto fedele a queste posizioni e il suo partito è oggi il punto di riferimento di numerose formazioni politiche giunte al potere dopo la primavera araba nei paesi del Magreb come in Egitto, di movimenti e partiti presenti nei Balcani, e contende direttamente alla frange più radicali del sunnitismo la guida della rinascita islamica del mondo arabo.

Il progetto neo-ottomano di Tayyp Erdoğan

Fin dalla sua ascesa al potere alla fine nel 2002 Erdoğan si è fatto promotore di una progressiva ma costante riconfessionalizzazione del paese, riproponendo un Islam filtrato dall’esperienza ottomana e consapevole di dover accogliere, rivisitandole, alcune innovazioni dell’Occidente per trasformare la Repubblica Turca in un punto di riferimento per i paesi sorti su quei territori sui quali l’Impero era stato egemone. Da qui
un ruolo più attivo rispetto alla questione palestinese, l’apertura di rapporti con i Fratelli Mussulmani in Egitto, l’ospitalità in territorio turco da quelle forze dell’internazionale islamica fondamentalista che si andavano organizzando per combattere per la rinascita sunnita e in aperto scontro con i paesi della mezzaluna sciita (Iran, Siria, soprattutto) e di quelli che si collocano nella loro area d’influenza, come gli hezbollah libanesi o le
popolazioni del sud iracheno.
La posizione di leader che la Turchia vuole assumere si basa su una economia in crescita, malgrado la crisi che usa la svalutazione come strumento per rendere competitive le sue merci. L’imprenditoria turca è dinamica, flessibile e dotata di vitalità, ma ha lasciato sul terreno masse diseredate che vivono al limite della sussistenza. Negli ultimi sei anni l’inflazione ha sfiorato il 2.500 per cento. Ciò significa che per 20 dei 66 milioni di turchi peggioreranno ulteriormente le condizioni di vita, con una forte incidenza sull’accesso ai beni di consumo di base, in quanto la distribuzione della ricchezza in Turchia ha ancor oggi aspetti premoderni: infatti al quinto più abbiente della popolazione va il 46 per cento della ricchezza, mentre il quinto più povero deve accontentarsi del 7,5%. Eppure sono proprio questi 20 milioni che costituisce la base elettorale di Erdoğan. Quel che c’è di nuovo è che il perdurare della crisi minaccia le condizioni di vita della classe media oggi sottoposta ad un pesante attacco, anche a causa delle politiche di islamizzazione che restringono fortemente i diritti civili.

Le due Turchie

Se la Turchia rurale, abituata a soffrire la morsa della povertà, è oggi in crisi anche per il ridursi delle possibilità di emigrazione, per la contrazione delle rimesse degli emigranti, per la guerra siriana ai confini, è certamente irrisolto il problema della minoranza curda che porta con sé quello dello sfruttamento delle risorse petrolifere della regione e la crescita del peso del Kurdistan iracheno nella difficile situazione dell’area di crisi: il suo relativo sviluppo grazie al controllo dei pozzi petroliferi fa da polo di attrazione sia per le popolazioni di etnia curda inglobate nella Turchia sia per quelle stanziate in Iran, introducendo un elemento di significativa e costante crisi nella regione.
Questi fattori, sommati tra loro, producono instabilità alla quale viene oggi ad aggiungersi la protesta dei ceti medi che in questi anni hanno coltivato l’alleanza con Erdoğan, convincendosi che all’allargamento dell’influenza turca nei paesi islamici del mediterraneo e oltre avrebbe corrisposto la creazione di un mercato all’interno del quale la Turchia avrebbe potuto giocare un ruolo egemone. Oggi molte delle opportunità che sembravano essersi aperte sfuggono di mano all’islam moderato “alla turca” e l’ala fondamentalista e radicale islamica sembra prevalere, imponendo restrizioni nelle libertà civili e nei costumi, reprimendo proprio quei ceti e quelle classi che avrebbero dovuto costituire i potenziali clienti del sistema produttivo turco. Ovunque ad essere sotto attacco sono quegli elementi di qualità della vita che avvicinano il paese all’occidente, un occidente oggi sempre più lontano.
L’attacco ai diritti delle donne, la reintroduzione strisciante in molti settori della legge islamica, la crescita di influenza del clero e il bisogno della Turchia di divenire punto di riferimento della reislamizzazione della società, civile ha fatto si che le forze di opposizione prive di rappresentanza parlamentare e i cittadini si coagulassero di fronte all’iniziativa del Governo e della municipalità di Istanbul di distruggere uno dei luoghi
simbolo di aggregazione sociale e della laicità dello Stato, un elemento essenziale dell’identità turca, voluto da Ataturk. Il progetto di ristrutturazione dello Gezi Park prevede la distruzione del centro culturale Ataturk, la costruzione di un centro commerciale, di una moschea e di una caserma, l’abbattimento di ben 600 alberi al
centro della città. Ne va della qualità della vita e dunque ci si oppone, ma la posta in gioco è più alta.

Tra Europa e nuovo sultanato

Quello che è in gioco è oggi la scelta tra l’adesione del paese all’Unione Europea che in parte non la vuole non tanto perché teme che l’immissione di uno Stato con 66 milioni di abitanti turbi gli equilibri economici dell’Unione, ma perché si tratta di un paese prevalentemente islamico che conserva una forte influenza nell’area balcanica e può quindi incidere sulle politiche complessive dell’Unione. Inoltre a causa della sua politica a favore dei movimenti islamisti, sia pure di quelli moderati, la Turchia si pone come una diretta concorrente degli interessi francesi e britannici non solo in nord Africa, ma nell’intero continente africano.
Inoltre un ingresso della Turchia in Europa oggi si presenta economicamente problematico poiché finirebbe con ridurre l’autonomia economica del paese e incidere sulla politica di costante svalutazione con la quale la Turchia sorregge la sua economia e le sue esportazioni.
Ci si chiede quindi quanto i richiami dell’Unione Europea al premier turco siano efficaci e possano sostituire quel ruolo di garanzia di laicità dell’ordinamento in passato svolto dall’esercito che oggi non può intervenire sia a causa degli arresti e dei processi preventivi messi in atto da Erdoğan ma anche perché i manifestanti non sembrano desiderare la loro tutela ma cercano autonomamente la strada per garantire la laicità
del paese e della vita sociale.

L’internazionale islamica wahabita

Ne fanno parte Arabia Saudita e Qatar con l’aiuto dei restanti paesi del Gcc (Gulf cooperation council,) Kuwait, Bahrain, Oman e Emirati Arabi Uniti e si propone di usare la religione come forma di governo, sfidando sullo stesso terreno l’espansionismo iraniano. L’Internazionale sunnita ha domato le rivolte arabe nello Yemen, in Bahrein, Oman, Arabia Saudita. e oggi condiziona Tunisia, Egitto e Libia, sostiene la rivolta in Siria. Il wahabismo fa del proselitismo religioso una delle principali missioni dello Stato, finanziando gruppi e partiti islamisti anche in Asia (dai talebani afghani alle madrasse pakistane) e nel mondo. La sua voce è Aljazeera che arriva potente alle masse arabe e che ha svolto un ruolo essenziale nella caduta di Geddafi. Il suo sceicco al Tahni ha contribuito in maniera determinante a convincere la Lega araba ad appoggiare
l’imposizione di una no-fly zone in Libia; ha riconosciuto per prima il nuovo regime e ha avuto un ruolo centrale nel creare un clima internazionale favorevole all’intervento militare. Le mire del Qatar a gestire gli affari petroliferi libici sono note e la sua presenza nel paese è sempre più forte.
L’interesse per la Libia da parte dei fondamentalisti del circolo di Derna, sostenuto dal Qatar è essenziale per portare l’attacco all’”Islam mite” del centro ovest dell’Africa cominciare dal Mali con buona pace degli interessi francesi, loro alleati in Libia.

La mezzaluna sciita

Grazie alla “primavera araba”, è l’ora della “rivincita sunnita”. Se l’ultimo decennio dell’Islam è stato contraddistinto dall’affermarsi dell’influenza sciita: dagli Hezbollah in Libano, passando per l’Iraq post-Saddam, fino alla Siria, alleato di ferro dell’Iran, oggi il vento soffia contro e investe anche il regime di Assad, guidato dalla minoranza alawita (una confraternita sciita) è sotto attacco. Se dovesse cadere si frantumerebbe la “mezzaluna sciita”, lasciando campo libero al rafforzamento del potere sunnita nel mondo arabo.

Erdoğan nei Balcani

Dovunque vai, nei Balcani, oggi trovi i turchi. E non si tratta solo delle magnifiche fortezze ottomane ma di una presenza sul piano culturale, economico e religioso. Si riscoprono le caratteristiche positive della dominazione imperiale, si sollecita la ripresa delle tradizionali feste, si celebrano scrittori e poeti in lingua turca e soprattutto si offre aiuto alle comunità religiose per la formazione dei loro quadri, sottolineando la diversità di tradizione, di rito e di cultura, con il panarabismo wahabita, presente anche in quest’area, soprattutto in Macedonia e in Bosnia a seguito della guerra. Il messaggio turco arriva fino alla comunità islamica di Bulgaria, ricordando la protezione della madre patria e suscitando una delle ricorrenti campagne di islamofobia.
E’ certamente vero che il richiamo è a un Islam europeo e moderno in molte sue manifestazioni, ma l’impronta religiosa è marcata e contrasta con le tradizioni laiche dei popoli che hanno costituito l’eredità delle lotte di liberazione nazionale e di distacco dal corpo dell’Impero. Supportata da uno sviluppo economico sostenuto dell’economia turca la strategia di Erdoğan è quella di richiamare l’attenzione sulle radici comuni di
un grande passato sostenute dalla convenienza dei rapporti economici di oggi.

La laicità turca

La laicità e il separatismo tra Stato e comunità religiose costituisce uno dei tratti caratterizzanti e fondativi della Turchia voluto da Kemal Pascia Ataturk per segnare il passaggio dalla struttura imperiale ottomana a quello dello Stato nazionale moderno, di tipo occidentale. L’obiettivo dei “giovani Turchi” – questo era il nome del suo movimento – era quello di raccogliere in un’unica entità i turchi dell’Anatolia fino ai territori islamizzati dell’Asia centrale, eliminando le enclave costituite dagli Armeni, che furono in gran parte sterminati, come del resto i Kurdi. Questo carattere peculiare dello Stato turco è oggi in discussione a opera di Erdoğan e del suo partito che vedono nel recupero delle radici islamiche uno strumento di allargamento dell’influenza turca a tutto quello che essi ritengono essere il bacino naturale di influenza del loro paese, delimitato dai confini di quello che fu l’Impero. Questo progetto non è solo concorrente con quello sciita, ma soprattutto con quello wahabita che contende al neoislamismo turco il controllo e la guida dei paesi di tradizione sunnita.

Gianni Cimbalo