Ancora uno sforzo

Il 12 e il 13 giugno si voterà per quattro referendum dopo che la Corte di Cassazione ha valutato la persistenza del quesito referendario sul nucleare, malgrado il provvedimento di legge del governo che cercava di rimuoverlo. Solo critico l’onorevole Malan un pdiellino delle valli valdesi messo li a dimostrare che il male può diffondersi anche tra comunità ritenute sane.
Dobbiamo tuttavia al governo un regalo, perché dopo i risultati delle amministrative anche il PD, che pure non condivideva i quesiti referendari sull’acqua, per essere stato fra le forze politiche che ne hanno proposto a suo tempo la privatizzazione, temendo che il quorum non venisse raggiunto aveva deciso di fare propaganda per il si.
Se dunque il fronte referendario si ricompone la destra corre ai ripari e decide di lasciare libertà di voto in modo che una eventuale sconfitta non le venga addebitata. A volte le ragione della politica si impongono sulle lobbies economico finanziarie fino al punto da sacrificarle alle superiori esigenze di una strategia più generale.
Tutto a posto dunque, abbiamo vinto? No, affatto. La partita è tutta da giocare perché assisteremo comunque a una battaglia mediatica finalizzata a dire che tutto è risolto e che il quorum non ci sarà di sicuro e non occorre andare a votare. E’ per questo motivo che dobbiamo dire che bisogna andare a votare e soprattutto che bisogna votare il quarto referendum, quello sul legittimo impedimento perché quello, a questo punto, è il
più politico dei quattro e perché attraverso quello la destra potrebbe rovesciare il significato politico del voto.

Le ragioni di quattro Si

Quanto più alto sarà il numero dei SI e dei votanti al referendum sul nucleare tanto più forti saranno i vincoli alla politica del governo sull’energia e gli spazi per la crescita di un’industria delle energie pulite che produce occupazione (come in Germania). La vittoria del si mette al sicuro almeno delle centrali atomiche sotto casa e impedirà a qualunque governo di legiferare in senso contrario per almeno 5 anni e di fatto renderà
impossibile gli acquisti della tecnologia francese sulla quale era tarato l’affare in quanto essa già ora è obsoleta.
Le scelte complessive verso la denuclearizzazione porranno fuori mercato un ritorno italiano al nucleare.
Ancora più forti saranno i condizionamenti di una vittoria del referendum sulle politiche di approvvigionamento del gas e del petrolio e potranno essere poste le premesse per un serio discorso sull’organizzazione complessiva della struttura produttiva del paese e il suo approvvigionamento energetico. La sinistra istituzionale dovrebbe capirlo e partire anch’essa da qui per formulare proposte, per aggregare consenso intorno a una linea politica, ricordando che si vince solo con i programmi in positivo su ciò che si vuole fare e che intorno alla credibilità del programma del futuro governo si costruisce il blocco sociale di alleanze che permette di vincere.
I due SI sull’acqua significano non solo che questa risorsa deve restare pubblica e a disposizione di tutti, ma che le politiche di gestione dei servizi pubblici, che la immissione sul mercato di alcune delle attività essenziali come i trasporti pubblici, la raccolta e gestione dei rifiuti devono essere ripensati come servizi a prevalente gestione della comunità, secondo strategie e logiche che sfuggano al perseguimento del profitto e perseguano invece criteri di economicità, rilanciando una sana gestione in regime di monopolio amministrativo di queste attività, in modo che una gestione efficiente e virtuosa vada a vantaggio delle comunità e non degli speculatori, dei faccendieri, dei manutengoli delle amministrazioni locali e degli enti che gestiscono il territorio.
L’apertura al referendum sull’acqua da parte della Lega è l’unica scelta politica coerente negli ultimi anni ai fini dichiarati di questo partito politico. E’ un elemento sano del localismo che dobbiamo avere l’accortezza di conservare al di la e a prescindere alle posizioni leghiste.
Il SI al referendum sul legittimo impedimento non è solo un segnale lanciato al presidente del consiglio e una delle tappe per vederlo finalmente condannato ma è insieme un argine ai continui attentati alla Costituzione e alle continue minacce di stravolgimento del quadro costituzionale. Ai berlusconiani che parlano di persecuzione a causa dei molti processi bisogna ricordare che tra le cause della continua attenzione della magistratura può esserci anche il fatto di aver a che fare con un grande delinquente. Bisogna lasciare che la macchina giudiziaria faccia il suo corso soprattutto la giustizia civile. Questa è lenta e claudicante ma arriva inesorabile e senza prescrizioni e speriamo che porti nei prossimi mesi alla condanna al pagamento di 750
milioni di euro di danni in modo da seppellire sotto il peso del dissesto economico non solo il premier ma anche la sua dinastia. L’ex moglie ha prudentemente messo in salvo la sua parte e quella dei figli di secondo letto.
Certo tutti loro hanno creato delle riserve di capitali in paesi compiacenti come si conviene ai potenti del mondo ma è in pericolo la parte dei beni visibili del potere: la Mondadori, i giornali, la televisione che peraltro da un po’ non va bene di suo.
Gli italiani potranno raggiungere un relativo livello di tranquillità quando la mala pianta del potere berlusconiano verrà estirpata anche se l’attesa non sarà breve.

E non sarà nemmeno facile!

Da materialisti sappiamo che il potere non deriva esclusivamente da elementi sovrastrutturali (il fascino mediatico del premier), ma anche e soprattutto da elementi strutturali. Ebbene gli elementi strutturali ci sono tutti. La nomina di un segretario politico del Pdl rappresenta l’estremo tentativo di ricostruire la capacità di ricomporre i cascami di classe dirigente (ex democristiani, ex socialisti, ex fascisti) che costruiscono il partito. Questo, deprivato dei finiani, non è più comunque capace di coagulare le forze della destra nella loro interezza e dunque uno dei compiti del segretario politico e quello di ricucire i rapporti con Fli. Operazione molto difficile visto che ormai il processo di frantumazione del partito è avviato. Ne sono prova il partito di Miccichè, la Democrazia Cristiana di Rotondi e i tanti altri partitini che hanno dato vita ad aggregati sia alla
Camera che al Senato. Non si sa che fine faranno gli ex colonnelli di provenienza AN né i reduci del rampantismo parasocialista né i “servi fedeli” di Ferrara e altri.
C’è poi la galassia degli alleati esterni, i tanti Scilipoti dal destino incerto e vago, i reduci del rampantismo, facili a vendersi, edonisti conseguenti pronti a difendere fino in fondo la loro attitudine spartitoria appropriativa d’incarichi negli enti, nelle banche nelle fondazioni. Si tratta d’interessi radicati sul territorio, di una rete di sostegni reciproci che sarà duro, durissimo scalzare. La loro debolezza sta nel fatto che non ci sono spazi eccessivi di manovra, che la crisi ha drenato le risorse disponibili e che i gatti sono troppi per la trippa disponibile.
Gli alleati esterni della Lega hanno allungato troppo la distanza tra l’avanguardia a Roma e le basi nelle valli e sul territorio. La crisi delle piccole aziende, della economia neocurtense, fa mancare il rapporto con la base sociale che l’aveva sostenute e ora molti dei suoi politici “…risalgon le valli che avean disceso con tanta orgogliosa sicurezza”.

Il nostro compito

Noi sappiamo che la difesa degli interessi delle classi sfruttate non si fa in Parlamento ma sul territorio, sui posti di lavoro. Perciò avanti con le lotte operaie, avanti con la difesa della scuola e dell’Università pubblica, della sanità. Lotta sul salario e per il salario sociale.
Per fare questo occorre una mobilitazione di massa, occorre che tutti coloro che vivono sul territorio, cittadini e immigrati, si mobilitino e accettino di agire in prima persona I referendum sono un’occasione di mobilitazione, di responsabilizzazione che aiuta a riappropriarsi della capacità di intervento politico di ognuno e perciò da noi vanno sostenuti. Il mancato raggiungimento del quorum distruggerebbe definitivamente lo
strumento referendario restringendo gli spazi di libertà.

Gianni Cimbalo