Medio Oriente: L’Alleanza di Maometto
Come avevamo ipotizzato l’”Alleanza di Maometto” nello scorso numero della newsletter si struttura: Erdogan, presidente turco, Sharif, primo ministro pakistano, e Bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita, hanno firmato un trattato di mutua difesa, definito Accordo di Mecca, a Riyadh, in Arabia Saudita, ma benché il Trattato affermi che un attacco contro uno di loro sarà considerato un attacco contro tutti non si tratta di un meccanismo automatico di difesa comune sul tipo dell’articolo 5 della Nato. La funzione dell’accordo di deterrenza mira a sostituire la protezione statunitense nell’area, trasferendone la responsabilità ai singoli paesi. L’alleanza non ha funzione anti iraniana ma certamente riequilibra il rapporto di forze nell’area strategica del Golfo Persico. Dietro l’accordo sembra esservi lunga mano dalla Cina la quale attraverso i suoi rapporti privilegiati con il Pakistan e la promessa di investimenti soprattutto in infrastrutture in Arabia Saudita ha fatto da mallevatrice all’accordo. Per il momento non ha aderito all’alleanza l’Egitto, ritenuto dall’Arabia Saudita inaffidabile e considerato troppo legato alle politiche e alle forniture militari, nonché agli aiuti economici degli Stati Uniti e quindi non in grado di garantire una piena aderenza agli interessi della nuova alleanza e perché impegnato prioritariamente sul fronte della guerra nel Sud Sudan e nell’intervento in Libia dove i suoi interessi non coincidono con quelli turchi, largamente Presenti nell’area, accanto al generale Haftar.
L’accordo nasce dalla constatazione che la presenza delle basi statunitensi nel Golfo non è servita a proteggere i paesi che ne hanno accettato alla presenza e che hanno pagato lautamente gli USA ma è stato anzi il fattore che ha fatto di questi paesi l’oggetto delle rappresaglie dell’Iran, prova ne sia che l’Arabia Saudita ha scongiurato fino all’ultimo, inascoltata, Trump sconsigliandolo di procedere alla guerra verso il potente vicino.
L’Alleanza lascia fuori gli Emirati Arabo Uniti, il Bahrain e il Kuwait, paese nel quale tuttavia la Turchia ha una forte presenza di sostegno militare, ma gode di ogni attenzione del Qatar, il quale ha con la Turchia un accordo di assistenza militare. Obiettivo dell’Alleanza Sembra quello di raggiungere con l’Iran un modus vivendi per la gestione dell’area.
Gli Emirati Arabi Uniti, socio occulto di Israele, potranno continuare i loro sporchi affari in comune depredando l’Africa.
L’Alleanza pone di fatto un cordone sanitario intorno a Israele e alla sua politica di espansione mediante il controllo che la Turchia esercita sulla Siria e la proiezione di potenza, ancora una volta dalla Turchia sull’Iraq che tuttavia è un territorio conteso con l’Iran il quale esercita sul paese una forte influenza attraverso la minoranza sciita. La Giordania, servo sciocco degli Stati Uniti, rimarrà probabilmente il solo paese dell’area ad ospitare basi statunitensi, sempre che Israele non decida di annettersela sia pure gradualmente, considerato che ha in gran parte una popolazione palestinese.
Grazie alla nuova alleanza Gli Stati Uniti vedono degradare il loro ruolo di potenza talassocratica in quando devono cedere il controllo del Mar Arabico e del Mar Rosso a potenze terze che controllano gli stretti di Hormuz e di Bar-el-Mandev. La nuova alleanza confida sulla Turchia per svolgere la sua funzione, dovendo tenere a bada sia il ruolo degli Huti, alleati degli iraniani, che hanno dimostrato negli anni la inconsistenza delle forze armate saudite, e trovare il modo di contrastare il ruolo degli Hezbollah in Libano, spina nel fianco di Israele e difensori con Iran e Huti dei palestinesi.
Zelenski e il Kossovo
Non deve stupire che Zelensky in visita in Serbia a fare shopping di munizioni e di armi, essendo i serbi dei noti commercianti di armamenti, ne abbia approfittato per pronunciarsi l’esistenza del Kossovo. Lo ha fatto in tutta coerenza e nel rispetto dell’opposizione dell’Ucraina alle richieste di autonomia del Donbass, guadagnandosi l’indignazione dei kosovari che hanno dichiarato di interrompere ogni aiuto all’Ucraina, come avevano fatto in passato.
In questo caso la posizione ucraina è in linea con quella spagnola che non l’ha riconosciuto il Kossovo per non veder contestato il suo rifiuto di autonomia nei confronti dei Paesi Baschi e della Catalogna. Le critiche all’esistenza del Kossovo evidenziano la contraddizione costituita dal fatto che l’Unione europea quando ha avuto convenienza ha sostenuto il diritto all’autodeterminazione dei popoli, salvo negarlo alle popolazioni russofone del Donbass e accusare Mosca. Così il Kossovo, fortemente voluto dall’Unione europea entra in conflitto con la politica dei suoi stessi sponsor e si smarca rispetto alle posizioni di Edi Rama di sostegno servile all’Ucraina. L’incoerenza e la violazione dei principi è evidentemente un tratto comune nella vita degli Stati, in difesa dei loro interessi.
Putin e il Pacifico
Putin ha approfittando della tua visita nelle isole Kurili, tesa a ribadirne l’appartenenza alla Russia, a seguito degli esiti della Seconda guerra mondiale, per enunciare un nuovo asse portante della strategia politica russa di deterrenza.
Non intendiamo sviluppare in questa sede un dibattito sul possesso di queste isole da parte della Russia e sulle circostanze con le quali è entrata in guerra contro il Giappone e ha stipulato e concluso Trattati con il paese del Sol Levante ne riflettere sul riarmo giapponese pure preoccupante, in violazione della stessa Costituzione nipponica ma sottolineare i contenuti della sua dichiarazione.
Constatato e preso atto dei ripetuti attacchi da parte dei paesi occidentali alle petroliere appartenenti alla cosiddetta flotta ombra russa che distribuisce il petrolio russo e i controlli del tutto illegittimi sul naviglio russo o riconducibile alla Russia, Putin ha dichiarato che da ora in poi la Russia risponderà con un intervento asimmetrico sul traffico marittimo prospiciente le sue coste del Pacifico e ha avuto dall’ammiraglio Comandante del settore del Pacifico un dettagliato rapporto su tipologie e nazionalità delle navi incrociate in quei mari e sulle appartenenze di queste a diversi Stati, segno che il tracciamento del traffico marittimo nell’area è stato da tempo messo in atto dalla Russia, la quale è pronta ad agire nell’area a lei più favorevole. Questa decisione allarga i pericoli di conflitto e il teatro di guerra trasformando lo scontro in atto in un confronto globale.
Ucraina: Il blocco dei porti
In risposta all’interruzione da parte dell’Ucraina del traffico marittimo dai porti russi del Mar Nero e al bombardamento dei terminali petroliferi anche di paesi terzi che utilizzano quelle coste, la Russia ha scatenato una ritorsione che ha colpito in profondità le strutture portuali ucraine, situate nel residuo spazio della costa, costituito da Odessa e dai porti sul Danubio, sotto il controllo ucraino.
I bombardamenti sono stati devastanti e hanno disabilitato i ponti, nodi cruciali per il transito delle merci nell’area, sia su gomma che ferroviario, distruggendo sistematicamente le locomotive, difficili da sostituire per la differenza di scartamento con nuove motrici fornite dall’Occidente. Inutilizzabilità delle strade blocca l’accesso di merci dal contiguo territorio rumeno e moldavo e immobilizza nei silos e nelle strutture di stoccaggio, che peraltro sono state anch’esse colpite, migliaia di tonnellate di grano, semi di girasole, orzo, impedendo sia lo stoccaggio dell’imminente raccolto che la commercializzazione.
Il blocco dei porti ucraini è completo non solo a causa dell’efficacia dei bombardamenti russi ma per la dissuasione che i loro bombardamenti esercitano consigliando le compagnie di non assicurare le navi dirette in Ucraina, interrompendo di fatto il transito delle merci.
A fronte di questa situazione L’Ucraina è costretta a cercare di alternative di transito on solo raggiungendo con difficoltà enormi il porto di Costanza (Romania), ma passando via terra per il territorio polacco o rumeno, suscitando la ribellione dei contadini di quei paesi che vedono inflazionato il mercato agricolo dai prodotti ucraini di dubbia e discutibile salubrità e commerciabilità perché inquinati dalla guerra, ma venduti ad un prezzo stracciato che taglia i redditi dei contadini degli altri paesi. Quanto sta avvenendo non fa che aumentare il risentimento verso gli ucraini e crea i presupposti di una crisi alimentare mondiale dovuta sia al blocco delle esportazioni russe che di quelle ucraine.
Giappone
Questa mossa inattesa è avvenuta per impedire che il Giappone ricorresse alla vendita dei buoni del tesoro Usa posseduti dalla banca nipponica ma ha spiazzato la Banca Centrale Europea, avvisata solo ad operazione conclusa, trasformando di fatto la moneta europea nello strumento di ammortamento della crisi valutaria del paese asiatico. La crisi della valuta giapponese è avvenuta perché la Banca del Giappone (BoJ) ha mantenuto a lungo una politica monetaria ultra-accomodante e tassi vicini allo zero, a differenza delle banche occidentali. Così gli investitori hanno preso in prestito denaro a basso costo in yen per investire in attività estere più redditizie, denominate in dollari e la valuta giapponese ha registrato un deprezzamento drastico e fluttuazioni repentine che hanno richiesto un salvataggio congiunto. Per effettuare il salvataggio Washington ha evitato di vendere dollari per non alterare le dinamiche interne della propria valuta e della politica monetaria della Federal Reserve. L’impatto della manovra è stato devastante per il valore dell’euro: vendendo euro per comprare yen, gli Stati Uniti hanno scaricato indirettamente parte il peso di questo riequilibrio macroeconomico sull’Eurozona. Una classe politica incapace, imbelle e servile è stata incapace di reagire.
Siria
Il Presidente siriano, già Abu Muhammad al-Jawlani), ribattezzato Ahmed al-Sharaa dal gennaio 2025 a firmato dopo due anni di trattative un accordo con la Federazione Russa per mantenere, sia pure con un ruolo e funzioni “attenuate”, la gestione della base navale russa di Tartus, che è stata ridimensionata a centro di supporto logistico per permettere alle navi da guerra della marina russa nel Mediterraneo di non dover rientrare nel Mar Nero per la manutenzione, peraltro rese insicure dagli attacchi ucraini. In cambio la Russia ha assicurato alla Siria di poter disporre di istruttori militari, di ricevere forniture di grano e alimentari, assistenza tecnica. La presenza russa inoltre svolge un’ovvia funzione di deterrenza verso i governi ostili a quello siriano.
Bada se che l’accordo non è potuto avvenire senza il consenso del governo USA che tiene sotto la sua ala al-Jawlani) e ancor più della Turchia, suo grande sponsor e protettore. In tal modo Putin mantiene un occhio e un orecchio sul Mediterraneo che va ad aggiungersi alla presenza russa in Cirenaica (Libia, territorio dal quale i russi proiettano la loro presenza verso il Centro Africa, espandendo la loro influenza nel Sud Sudan, nel Niger, nella Repubblica Centro Africana fino al Burkina Faso e al Mali), aree nelle quali hanno preso il posto dei francesi nel sostegno al contrasto dello Jihadismo sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti che commerciano in oro e diamanti.
La Redazione