Epic Fury: il Totalitarismo Algoritmico e l’Eclissi della Ragione

Il nome “Epic Fury”, scelto da Trump per l’operazione congiunta con gli israeliani contro l’Iran avviata il 28 febbraio, è il frame estetico perfetto di una strategia manipolatoria volta a ipotecare il futuro attraverso il consenso istantaneo. In questo scenario, l’uso del “Cringe” – quel senso di disagio percepito di fronte a un atto fuori contesto – non è un vezzo hollywoodiano o un eccesso d’arroganza. È una deliberata tecnologia della comunicazione o, per meglio dire, una deliberata tecnologia della “cattura”. I suoi scopi sono infatti chirurgici: agganciare le generazioni Z e Millennials scimmiottandone i codici (da TikTok ai meme); spostare l’attenzione dal contenuto scomodo al soggetto che lo esprime – tattica vitale quando mancano argomentazioni valide – e saturare lo spazio sociale con una valanga di commenti che colmano il vuoto dei contenuti. È lo strumento definitivo per demolire l’autorevolezza, una qualità un tempo ricercata e oggi sacrificata sull’altare di una polarizzazione narcisistica che trasforma il leader in un capo tribù indiscutibile. Il goffo ballo sulle note di YMCA, il video generato dall’AI che trasforma Gaza in un’utopica visione disneyana, o la dichiarazione imbarazzante in cui Trump confonde Victor Orbàn per il leader della Turchia anziché dell’Ungheria, non sono incidenti di percorso. Sono trappole di cattura. Questa strategia non risparmia l’Europa e l’Italia. Il ministro Antonio Tajani, all’indomani dell’operazione Epic Fury, invita gli italiani bloccati a Dubai a non affacciarsi e a non uscire per strada in presenza di droni, un’indicazione che appare a dir poco surreale. Ancor prima, Carlo Calenda tenta di inserirsi in questi nuovi spazi digitali per costruire legami fiduciari adottando una strategia di autenticità per contrasto: “Uno: io non so ballare, sembro un orso ubriaco. Due: non posso dare consigli di make-up perché ho la pancia e sono brutto. Però posso parlarvi di politica. Di politica, di libri, di cultura.” Diversamente, scivola nella violenza verbale Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia, che in un recente confronto televisivo sul prossimo referendum sulla giustizia ha descritto i magistrati come veri “plotoni di esecuzione”, scatenando un duro scontro istituzionale. Persino il paradosso identitario diventa materia di circolazione virale nello spazio digitale. È il caso dello slogan “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”, pronunciato da Giorgia Meloni durante un comizio del 2019 e successivamente trasformato nel remix virale Io sono Giorgia, diventato un vero e proprio meme politico. Anche il richiamo a Dio, patria e famiglia, messo in scena da parte dei leader politici con toni da epica cavalleresca, è un narrazione costruita per catturare il consenso di un elettorato in cerca di riferimenti certi.
E’ un populismo che offre soluzioni semplificate e la restaurazione di una presunta sovranità popolare come antidoto all’incertezza sociale; tuttavia dietro questa facciata, si consuma il trionfo dell’egoismo e dell’opportunismo politico: una retorica svuotata di senso etico. Il processo di cattura del consenso non sarebbe completo senza il decisivo supporto dei processi automatizzati che utilizzano l’AI per identificare, estrarre e quantificare le opinioni e le emozioni contenute in un testo. L’AI mappa in tempo reale le micro-reazioni emotive: rabbia, paura, condivisione, gioia, estraendo e misurando il sentimento collettivo per adeguare la comunicazione allo scopo. Non è un caso che l’AI sia utilizzata in modo intensivo e in tempo reale durante l’operazione Epic Fury: non solo per pianificare la logistica e la scelta dei bersagli, ma per profilare le audience e testare il livello di coinvolgimento emotivo del pubblico. “Epic Fury” rappresenta così il primo esperimento di massa in cui l’AI gestisce in modo integrato la guerra e l’informazione. La propaganda non è più un’arte persuasiva, ma una scienza esatta di profilazione, dove il futuro viene ipotecato in nome di un presente saturato da algoritmi e furia. I media tradizionali, nel tentativo ossessivo di restare allineati o addirittura primi nella produzione di contenuti, rincorrono trend generati o amplificati dall’intelligenza artificiale, diventando involontariamente gli amplificatori di quella stessa disinformazione che dovrebbero combattere. In questa rincorsa finalizzata a raggiungere la massima velocità, hanno perso di vista il loro vero vantaggio competitivo: credibilità, autorevolezza, verifica dei fatti e prossimità alle comunità locali. Parallelamente, il rapporto diretto leader-cittadini ha accelerato il declino dei corpi intermedi. Partiti, sindacati e associazioni appaiono oggi sempre più inadatti a contrastare la politica ‘’pop’’ e populista.
Questa crisi non è solo estetica: ha un costo sociale altissimo, erode le tutele di cui beneficiano lavoratori e categorie fragili. Tuttavia, il rilancio di questi organismi è la condizione necessaria per il ripristino della vitalità democratica. Questi corpi devono tornare ad essere solidi ponti tra istituzioni e cittadini, capaci di svolgere analisi lucide, proiettare visioni strategiche e offrire soluzioni concrete ai bisogni delle comunità, abbandonando le sterili reazioni emotive. E’ urgente reclamare un’azione politica rigorosa e coerente che ripristini la funzione educativa e la costruzione del bene comune. La fragilità attuale produce disillusione e astensione, mettendo a rischio la tenuta stessa della democrazia. Uscire dalla “Epic Fury”, significa spezzare il corto circuito creato tra l’algoritmo e le nostre emozioni più arcaiche; significa smettere di abitare la caverna dei riflessi condizionati per tornare a investire nella competenza e nella responsabilità collettiva.

Sabrina Barresi