Il governo dei professori, sostenuto da una maggioranza – avrebbe detto Aldo Moro – delle “convergenze parallele” (PDL-UDC-PD) continua a dimostrare di essere maestro nella tecnica dell’autopromozione. Continua a spolpare le classi medio-basse del paese e a ogni obiezione risponde “Ce lo chiede l’Europa” ma poi quando deve dar conto all’Europa di quello che fa è altamente selettivo. Ad esempio non fa nulla per dare una risposta positiva alla richiesta di messa a norma delle discariche e si predispone a pagare le multe, oppure, pur di accontentare i suoi padroni, (Banche + Chiesa cattolica) si rivela capace di una finanza creativa ben maggiore di quella che caratterizzava Tremonti.
Dopo aver dichiarato che avrebbe fatto pagare lCI, ora IMU (l’Imposta Municipale Unica, che sostituisce la vecchia ICI) alla Chiesa cattolica per le attività diverse di quelle di religione e di culto ha presentato in Senato l’emendamento 91-bis al decreto sulle liberalizzazioni. La nuova norma prevede l’annullamento parziale dell’esenzione dall’IMU per quanto riguarda associazioni, partiti ed enti ecclesiastici.
L’imposta non verrà pagata per quelle parti d’immobile in cui si svolgono attività religiose. Per il resto dell’edificio sarà soggetta a imposta la parte dell’immobile utilizzata per attività commerciali. In base a questi rilevamenti avverrà il ricalcolo dell’imposta. La legge vigente, interpretando l’art. 16, 222/85, dice che sono esenti quegli immobili dove si svolgono attività “assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive” nelle quali “l’attività non commerciale” è “prevalente” (art. 7 della legge 504 del 1992, e la circ. del Min. delle Finanze 26 gennaio 2009, numero 2).
L’intervento del Governo riguarda la definizione di “prevalenza” e perciò se l’unità immobiliare ha un’utilizzazione mista, l’esenzione si applica solo alla frazione nella quale si svolge “l’attività non commerciale”. L’esenzione è invece completa nel caso in cui nell’intero edificio si svolgono “in modo esclusivo” attività non lucrative.
Il gioco delle tre carte
A parte la fumosità del provvedimento, sembrerebbe, ad esempio, che finalmente gli alberghi, B&B, ostelli o altri posti per pernottare, gestiti dalle associazioni cattoliche e non, dove fino a oggi poteva bastare avere un luogo di culto e organizzare momenti di preghiera per non pagare l’ICI, pagheranno le imposte come le analoghe strutture alberghiere. Pagheranno anche le Onlus, organizzazioni senza scopo di lucro, che svolgono anche attività commerciali; del resto molti enti ecclesiastici si travestono da Onlus, utilizzando l’art. 10 della legge che le regola, specificamente dedicata alle ONLUS religiose, per godere di ulteriori privilegi. Analogo trattamento è previsto per le case di cura e le cliniche private, ma resta invece l’esenzione per gli ospedali
religiosi in convenzione con il servizio sanitario nazionale.
Tutto bene dunque: e invece no
Innanzi tutti l’IMU sugli immobili della Chiesa e delle altre associazioni sarà valida dal primo gennaio 2013, mentre quella sulla prima casa dovrà essere pagata a partire dal 2012 riferita all’anno in corso. Inoltre è ancora incerto il “gettito” che genererà questo provvedimento: secondo l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), lo Stato guadagnerà tassando parzialmente gli edifici della Chiesa tra i 500 e i 700 milioni di
euro. L’ARES (Associazione Ricerca E Sviluppo) parla di oltre 2 miliardi di ricavi! Il Governo, preso dall’euforia dichiara che i ricavi di questa operazione saranno destinati alla riduzione delle aliquote per i ceti meno abbienti.
Le lobbies delle scuole cattoliche
Contro il provvedimento è insorto un gruppo trasversale alle forze politiche di senatori e deputati che hanno presentato un emendamento finalizzato a escludere dal provvedimento i locali adibiti a scuole. Il provvedimento riguarda le 13 mila scuole paritarie cattoliche, che svolgono attività commerciali, prova ne sia che accumulano un reddito d’impresa – tanto è vero che chiedono una retta e distribuiscono stipendi ai loro
dipendenti – godono di finanziamenti pubblici, svolgono un’attività a fini di lucro in quanto prestano in forma organizzata dei servizi per i quali si richiede il pagamento di un corrispettivo. Una scuola privata paritaria, nella quale si pagano delle rette, rientra in pieno in questa fattispecie. Eppure il Governo accoglie!
Ministri come Passera dichiarano di farlo per evitare “un’inevitabile aumento delle rette con un aggravio per i bilanci familiari. Questo sarebbe particolarmente grave in quei settori come quello delle scuole materne in cui le istituzioni del Terzo settore garantiscono un servizio di supplenza delle strutture pubbliche del tutto carenti”. Così dichiarando il Ministro sembra non accorgersi di confermare la natura di impresa di queste scuole, caratterizzate dalla presenza di un utile di bilancio ovvero dal profitto di impresa, certamente legittimo in un’attività a fini di lucro.
L’ottenimento della qualifica di scuole paritarie – ovvero dell’equipollenza dei titoli da esse rilasciate a quelli delle scuole pubbliche – si arricchisce così di un ulteriore corollario che assimila queste scuole a quelle pubbliche. Il beneficio sembra estendersi anche a quelle scuole private non gestite da enti ecclesiastici e che svolgono attività di impresa. Questa interpretazione diviene necessaria per evitare la procedura di infrazione della concorrenza aperta dall’U. E. anche perché sarebbe paradossale se un provvedimento preso dal Governo per sventare una sanzione dell’Europa si risolvesse in un nulla di fatto.
Il problema dei costi della Chiesa cattolica per i bilanci dello Stato e degli Enti Locali.
La montagna ha dunque partorito il topolino.
Lo Stato destina proprie risorse ai culti utilizzando fondamentalmente due modalità.
2. Quella delle esenzioni dal pagamento di imposte e tributi, creando un sistema differenziato di trattamento che si risolve in un mancato introito per il suo bilancio.
3. La corresponsione di finanziamenti con le motivazioni più diverse, tutte comunque finalizzate a facilitare non solo l’esercizio del culto, ma come dimostra l’8 per mille a mantenere e finanziare il clero e la struttura gerarchica del culto.
Alla prima modalità appartengono, ad esempio le esenzioni fiscali nei confronti degli enti ecclesiastici e facilitazioni di carattere amministrativo ed economico per le attività di culto.
Vi sono poi le erogazioni dirette facendosi carico del costo degli insegnanti di religione nella scuola pubblica, dei cappellani negli ospedali (uno ogni 250 posti letto), nelle carceri, nell’esercito e nella polizia; dei costi sostenuti per la costruzione e manutenzione degli edifici di culto; di quelli per manifestazioni religiose, compresi gli spostamenti in Italia del pontefice; quelli per le festività religiose, per non parlare dell’importo annuo dell’otto per mille sull’imponibile IRPEF da devolvere alle confessioni religiose. E tanto tanto altroancora!
Complessivamente una spesa che si aggira tra i 10 e i 15 miliardi l’anno. L’importo di una manovra finanziaria!
Gianni Cimbalo